editoriale

Più ordine e sicurezza meno libertà civili

01 maggio 2026

Cuneo

Per una curiosa coincidenza, la nuova legge 54/2026 sulla sicurezza, con il suo carico di restrizioni e nuovi reati penali, è entrata in vigore il 25 aprile, Festa della Liberazione. L’accavallarsi di eventi di forte impatto emotivo, l’attentato a Trump, le guerre, la crisi energetica e le polemiche sul 25 aprile, per ora ha messo a tacere polemiche e proteste. Ma c’è da credere che torneranno ai primi prevedibili intoppi nella concreta applicazione delle nuove norme. A scaldare gli animi, in Parlamento, è stata la norma pasticcio (approvata e poi subito eliminata per incostituzionalità con un decreto ad hoc) che prevedeva un premio in denaro di 615 euro per gli avvocati che avessero “aiutato” l’immigrato a tornare “liberamente” nel suo paese. Ma la nuova legge contiene una lunga serie di prescrizioni piuttosto pesanti in materia di sicurezza, che definiscono uno dei pilastri identitari del governo Meloni: ordine e sicurezza. La sicurezza è realmente una richiesta pressante dei cittadini. Chiunque governi deve dare risposte credibili. Non lo hanno fatto i governi di centrosinistra, è diventato il cavallo di battaglia della destra. E la nuova legge è solo l’ultima risposta della destra al governo. Dall’inizio della legislatura (ottobre 2022), il governo Meloni, oltre a una serie di interventi a spot su singoli fenomeni come la violenza contro i medici o contro il patrimonio culturale, ha varato quattro “pacchetti sicurezza”. Il primo (ottobre 2022) fu il Decreto ‘Rave’ contro i raduni illegali, anche musicali non autorizzati. Il secondo è il Decreto Caivano (settembre 2023), contro i reati commessi da minori e baby-gang, che prevede anche il carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola. Il terzo è il DDL Sicurezza (2023-2025), che ha introdotto, fra gli altri, i reati penali per blocco stradale, rivolta penitenziaria con resistenza passiva, detenzione in carcere per donne, anche se incinte o madri di neonati. Infine, la nuova legge 54/2026, che in 33 articoli struttura in modo organico i contenuti dei decreti precedenti, aggiungendone di nuovi. Tra questi il divieto di portare coltelli con lame superiori agli 8 cm, perquisizioni e fermi preventivi di 12 ore in occasione di manifestazioni pubbliche, restrizioni di ogni tipo per gli immigrati, maggiori poteri e protezioni alle forze dell’ordine. Complessivamente, in meno di quattro anni sono state introdotte venti nuove fattispecie di reato penale o di inasprimento di pena. Secondo una filosofia politica semplice e primitiva: pugno di ferro contro una deriva di impunità affermatasi negli anni. Chi sbaglia paga, senza sconti o riguardi per la complessità della realtà sociale e per le sofferenze dei più esposti, dai milioni di italiani sotto la soglia di povertà che si arrangiano come possono, agli immigrati, considerati all’origine di (quasi) tutti i problemi. Di fatto, sempre più emarginati e scientemente impediti a compiere un percorso di vera integrazione, spesso impunemente sfruttati come forza lavoro a basso costo. Il contrasto alla criminalità con sole misure repressive, che pure sono necessarie, non accompagnate da equivalenti misure di intervento sociale ed educativo e di ascolto e coinvolgimento responsabile di tutte le componenti di una comunità, non ha mai dato buoni frutti. Nuove norme penali non migliorano le situazioni sociali che stanno alla base dei fenomeni criminali. Riempiranno invece i tribunali e le carceri, entrambi già sovraffollati e per questo sempre più impossibilitati ad agire come vorrebbe la Costituzione: fare giustizia in tempi accettabili, recuperare ed educare chi delinque. La legge non è solo un fascio di norme, è anche uno strumento politico che agisce sulla psicologia collettiva. Il pugno di ferro nell’immediato darà forse una sensazione di controllo, ma alimentare costantemente l’allarme fa crescere soltanto la paura, rendendo i cittadini più disposti a vedersi ridurre alcune libertà civili, prima fra tutte quella di dissentire e di esprimere il dissenso anche in modo organizzato, in cambio di una promessa di ordine.
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