(foto Pixabay)
I dati Istat fotografano un Paese in emergenza: cresce il ricovero nelle residenze sanitarie assistenziali, le Rsa, ma la riforma per l’assistenza resta un miraggio senza fondi. La scommessa ora è il co-housing.
L’Italia invecchia, ma lo fa in solitudine. L’ultima fotografia scattata dall’Istat al 1° gennaio 2024 ritrae un Paese dove il diritto all’assistenza sta scivolando silenziosamente dal pubblico al privato. Con 385.871 ospiti nelle strutture socio-assistenziali, il settore registra una crescita del 6% in un solo anno. Dietro i numeri, però, si nasconde un’emergenza di genere e di reddito: l’80% dei residenti non è autosufficiente e tre quarti del totale sono donne.
Un dato su tutti deve far riflettere: la proprietà delle strutture. Sebbene il 19% resti formalmente tutto pubblico, le strutture a gestione diretta sono ormai una rarità. Questo vuoto è stato colmato dai grandi gruppi finanziari, trasformando le RSA in una “prateria” su cui investire. Oggi, le residenze per anziani sono considerate un asset d’eccellenza: offrono rendite garantite e un rischio d’impresa ridotto ai minimi termini, alimentati da una domanda disperata che le famiglie, lasciate sole, non riescono più a gestire autonomamente.
A fronte di questa pressione, la politica appare paralizzata. La Legge 33/2023, varata dal Governo Draghi con l’ambizione di rivoluzionare il sistema attraverso l’invecchiamento attivo e il potenziamento soprattutto dell’assistenza domiciliare, è oggi ormai su un binario morto. I 5 miliardi di euro necessari all’attuazione non sono mai stati stanziati: priva di coperture finanziarie, la riforma resta un’incompiuta che condanna migliaia di famiglie al ricovero forzato in strutture private, dai costi spesso proibitivi.
Eppure, un’alternativa esiste ed è già realtà in Europa e in alcune “isole felici” italiane, come in provincia di Cuneo. Si tratta della “terza via”: il co-housing. Non parliamo di ospedali, ma di comunità: appartamenti e nuclei abitativi indipendenti inseriti in contesti protetti con spazi comuni come mense, biblioteche, palestre e lavanderie.
La socialità contro il declino è un modello che tutela l’autonomia e combatte la depressione, che è la vera “malattia ombra” della terza età.
L’abitare condiviso garantisce quel mix di indipendenza da una parte e di supporto dall’altra che è, di fatto, la migliore medicina contro il tempo che passa. Questa soluzione può essere, a tutti gli effetti, anche un presidio sanitario preventivo sotto tutti i punti di vista anche quello economico.
È evidente che il co-housing non potrà sostituire le RSA, indispensabili per le patologie croniche e le fasi terminali delle demenze. Ma può e deve diventare la risposta per quella fascia di popolazione ancora attiva che rifiuta la rigidità degli orari ospedalieri.
La sfida è ora nelle mani della politica, che deve trovare il coraggio di stanziare le risorse necessarie, e di amministratori e urbanisti, chiamati a trasformare il nostro immenso patrimonio edilizio dei centri storici, spesso lasciato andare o abbandonato e vuoto, in comunità vive.
editoriale
(foto Pixabay)
I dati Istat fotografano un Paese in emergenza: cresce il ricovero nelle residenze sanitarie assistenziali, le Rsa, ma la riforma per l’assistenza resta un miraggio senza fondi. La scommessa ora è il co-housing.
L’Italia invecchia, ma lo fa in solitudine. L’ultima fotografia scattata dall’Istat al 1° gennaio 2024 ritrae un Paese dove il diritto all’assistenza sta scivolando silenziosamente dal pubblico al privato. Con 385.871 ospiti nelle strutture socio-assistenziali, il settore registra una crescita del 6% in un solo anno. Dietro i numeri, però, si nasconde un’emergenza di genere e di reddito: l’80% dei residenti non è autosufficiente e tre quarti del totale sono donne.
Un dato su tutti deve far riflettere: la proprietà delle strutture. Sebbene il 19% resti formalmente tutto pubblico, le strutture a gestione diretta sono ormai una rarità. Questo vuoto è stato colmato dai grandi gruppi finanziari, trasformando le RSA in una “prateria” su cui investire. Oggi, le residenze per anziani sono considerate un asset d’eccellenza: offrono rendite garantite e un rischio d’impresa ridotto ai minimi termini, alimentati da una domanda disperata che le famiglie, lasciate sole, non riescono più a gestire autonomamente.
A fronte di questa pressione, la politica appare paralizzata. La Legge 33/2023, varata dal Governo Draghi con l’ambizione di rivoluzionare il sistema attraverso l’invecchiamento attivo e il potenziamento soprattutto dell’assistenza domiciliare, è oggi ormai su un binario morto. I 5 miliardi di euro necessari all’attuazione non sono mai stati stanziati: priva di coperture finanziarie, la riforma resta un’incompiuta che condanna migliaia di famiglie al ricovero forzato in strutture private, dai costi spesso proibitivi.
Eppure, un’alternativa esiste ed è già realtà in Europa e in alcune “isole felici” italiane, come in provincia di Cuneo. Si tratta della “terza via”: il co-housing. Non parliamo di ospedali, ma di comunità: appartamenti e nuclei abitativi indipendenti inseriti in contesti protetti con spazi comuni come mense, biblioteche, palestre e lavanderie.
La socialità contro il declino è un modello che tutela l’autonomia e combatte la depressione, che è la vera “malattia ombra” della terza età.
L’abitare condiviso garantisce quel mix di indipendenza da una parte e di supporto dall’altra che è, di fatto, la migliore medicina contro il tempo che passa. Questa soluzione può essere, a tutti gli effetti, anche un presidio sanitario preventivo sotto tutti i punti di vista anche quello economico.
È evidente che il co-housing non potrà sostituire le RSA, indispensabili per le patologie croniche e le fasi terminali delle demenze. Ma può e deve diventare la risposta per quella fascia di popolazione ancora attiva che rifiuta la rigidità degli orari ospedalieri.
La sfida è ora nelle mani della politica, che deve trovare il coraggio di stanziare le risorse necessarie, e di amministratori e urbanisti, chiamati a trasformare il nostro immenso patrimonio edilizio dei centri storici, spesso lasciato andare o abbandonato e vuoto, in comunità vive.
L’Italia che invecchia e la cura che diventa affare
25 aprile 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
I dati Istat fotografano un Paese in emergenza: cresce il ricovero nelle residenze sanitarie assistenziali, le Rsa, ma la riforma per l’assistenza resta un miraggio senza fondi. La scommessa ora è il co-housing.
L’Italia invecchia, ma lo fa in solitudine. L’ultima fotografia scattata dall’Istat al 1° gennaio 2024 ritrae un Paese dove il diritto all’assistenza sta scivolando silenziosamente dal pubblico al privato. Con 385.871 ospiti nelle strutture socio-assistenziali, il settore registra una crescita del 6% in un solo anno. Dietro i numeri, però, si nasconde un’emergenza di genere e di reddito: l’80% dei residenti non è autosufficiente e tre quarti del totale sono donne.
Un dato su tutti deve far riflettere: la proprietà delle strutture. Sebbene il 19% resti formalmente tutto pubblico, le strutture a gestione diretta sono ormai una rarità. Questo vuoto è stato colmato dai grandi gruppi finanziari, trasformando le RSA in una “prateria” su cui investire. Oggi, le residenze per anziani sono considerate un asset d’eccellenza: offrono rendite garantite e un rischio d’impresa ridotto ai minimi termini, alimentati da una domanda disperata che le famiglie, lasciate sole, non riescono più a gestire autonomamente.
A fronte di questa pressione, la politica appare paralizzata. La Legge 33/2023, varata dal Governo Draghi con l’ambizione di rivoluzionare il sistema attraverso l’invecchiamento attivo e il potenziamento soprattutto dell’assistenza domiciliare, è oggi ormai su un binario morto. I 5 miliardi di euro necessari all’attuazione non sono mai stati stanziati: priva di coperture finanziarie, la riforma resta un’incompiuta che condanna migliaia di famiglie al ricovero forzato in strutture private, dai costi spesso proibitivi.
Eppure, un’alternativa esiste ed è già realtà in Europa e in alcune “isole felici” italiane, come in provincia di Cuneo. Si tratta della “terza via”: il co-housing. Non parliamo di ospedali, ma di comunità: appartamenti e nuclei abitativi indipendenti inseriti in contesti protetti con spazi comuni come mense, biblioteche, palestre e lavanderie.
La socialità contro il declino è un modello che tutela l’autonomia e combatte la depressione, che è la vera “malattia ombra” della terza età.
L’abitare condiviso garantisce quel mix di indipendenza da una parte e di supporto dall’altra che è, di fatto, la migliore medicina contro il tempo che passa. Questa soluzione può essere, a tutti gli effetti, anche un presidio sanitario preventivo sotto tutti i punti di vista anche quello economico.
È evidente che il co-housing non potrà sostituire le RSA, indispensabili per le patologie croniche e le fasi terminali delle demenze. Ma può e deve diventare la risposta per quella fascia di popolazione ancora attiva che rifiuta la rigidità degli orari ospedalieri.
La sfida è ora nelle mani della politica, che deve trovare il coraggio di stanziare le risorse necessarie, e di amministratori e urbanisti, chiamati a trasformare il nostro immenso patrimonio edilizio dei centri storici, spesso lasciato andare o abbandonato e vuoto, in comunità vive.