(foto Pixabay)
La pressione fiscale in Italia prosegue la sua corsa al rialzo, attestandosi nel 2025 a una media annuale del 43,1% del Pil, il valore più alto degli ultimi undici anni. Si tratta di un livello già allarmante che nasconde un picco ancora più critico: nel solo quarto trimestre dell’anno, il carico fiscale ha raggiunto il 51,4%, facendo registrare una crescita dello 0,8% rispetto allo stesso periodo del 2024. Secondo le rilevazioni dell’Istatsul Conto trimestrale delle Amministrazioni pubbliche, emerge un quadro di profonda sofferenza.
Il sistema Paese è stretto tra l’incertezza delle crisi internazionali e un prelievo fiscale sempre più elevato, che mette a serio rischio la tenuta sociale di famiglie e imprese.
Il report evidenzia una dinamica preoccupante per i bilanci domestici. Nel quarto trimestre 2025, il reddito disponibile delle famiglie è calato dello 0,4%. Nonostante la contrazione delle entrate, i consumi sono comunque cresciuti dello 0,5%: una prova evidente di come la spinta inflazionistica e l’aumento dei costi costringano i cittadini a spendere di più per acquistare, di fatto, meno beni e servizi.
Il risultato è una drastica erosione del benessere reale: con un potere d’acquisto in calo dello 0,8% in soli tre mesi, la propensione al risparmio risulta in netta riduzione (-7,8%). È il segno inequivocabile che le famiglie italiane si stanno indebitando o stanno attingendo alle proprie riserve storiche per far fronte alle spese correnti.
In questo scenario di affanno generale, le società non finanziarie mostrano una parziale resilienza: la loro quota di profitto è salita al 43,2% (+0,2% rispetto al trimestre precedente). Una tenuta che, tuttavia, non appare sufficiente a compensare il raffreddamento generale dell’economia interna.
Sul fronte dei conti pubblici, la situazione resta tesa. Nonostante un saldo primario positivo (al netto degli interessi passivi) pari al 5,1% del Pil, l’indebitamento netto del 2025 si è attestato al 3,1%. Questo scostamento rappresenta un ostacolo politico non indifferente, poiché l’obiettivo del Governo era scendere sotto la soglia del 3% per rassicurare i mercati e le istituzioni europee.
Con l’Italia sotto la stretta osservazione delle Istituzioni di Bruxelles per la procedura di deficit eccessivo e una crisi geopolitica sempre più grave, lo scostamento dello 0,1% rispetto agli obiettivi programmatici potrebbe complicare i prossimi negoziati. Pesano, inoltre, le proiezioni sul debito pubblico, che nel 2026 ha superato la soglia psicologica dei 3.000 miliardi di euro, superando abbondantemente il 135% del prodotto interno lordo. Per la conferma definitiva dei dati bisognerà attendere il 22 aprile, data della trasmissione ufficiale a Eurostat, ma la strada verso il risanamento appare oggi più che mai complicata e in salita.
editoriale
(foto Pixabay)
La pressione fiscale in Italia prosegue la sua corsa al rialzo, attestandosi nel 2025 a una media annuale del 43,1% del Pil, il valore più alto degli ultimi undici anni. Si tratta di un livello già allarmante che nasconde un picco ancora più critico: nel solo quarto trimestre dell’anno, il carico fiscale ha raggiunto il 51,4%, facendo registrare una crescita dello 0,8% rispetto allo stesso periodo del 2024. Secondo le rilevazioni dell’Istatsul Conto trimestrale delle Amministrazioni pubbliche, emerge un quadro di profonda sofferenza.
Il sistema Paese è stretto tra l’incertezza delle crisi internazionali e un prelievo fiscale sempre più elevato, che mette a serio rischio la tenuta sociale di famiglie e imprese.
Il report evidenzia una dinamica preoccupante per i bilanci domestici. Nel quarto trimestre 2025, il reddito disponibile delle famiglie è calato dello 0,4%. Nonostante la contrazione delle entrate, i consumi sono comunque cresciuti dello 0,5%: una prova evidente di come la spinta inflazionistica e l’aumento dei costi costringano i cittadini a spendere di più per acquistare, di fatto, meno beni e servizi.
Il risultato è una drastica erosione del benessere reale: con un potere d’acquisto in calo dello 0,8% in soli tre mesi, la propensione al risparmio risulta in netta riduzione (-7,8%). È il segno inequivocabile che le famiglie italiane si stanno indebitando o stanno attingendo alle proprie riserve storiche per far fronte alle spese correnti.
In questo scenario di affanno generale, le società non finanziarie mostrano una parziale resilienza: la loro quota di profitto è salita al 43,2% (+0,2% rispetto al trimestre precedente). Una tenuta che, tuttavia, non appare sufficiente a compensare il raffreddamento generale dell’economia interna.
Sul fronte dei conti pubblici, la situazione resta tesa. Nonostante un saldo primario positivo (al netto degli interessi passivi) pari al 5,1% del Pil, l’indebitamento netto del 2025 si è attestato al 3,1%. Questo scostamento rappresenta un ostacolo politico non indifferente, poiché l’obiettivo del Governo era scendere sotto la soglia del 3% per rassicurare i mercati e le istituzioni europee.
Con l’Italia sotto la stretta osservazione delle Istituzioni di Bruxelles per la procedura di deficit eccessivo e una crisi geopolitica sempre più grave, lo scostamento dello 0,1% rispetto agli obiettivi programmatici potrebbe complicare i prossimi negoziati. Pesano, inoltre, le proiezioni sul debito pubblico, che nel 2026 ha superato la soglia psicologica dei 3.000 miliardi di euro, superando abbondantemente il 135% del prodotto interno lordo. Per la conferma definitiva dei dati bisognerà attendere il 22 aprile, data della trasmissione ufficiale a Eurostat, ma la strada verso il risanamento appare oggi più che mai complicata e in salita.
Sale la pressione fiscale, bilanci familiari sempre più in sofferenza
12 aprile 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
La pressione fiscale in Italia prosegue la sua corsa al rialzo, attestandosi nel 2025 a una media annuale del 43,1% del Pil, il valore più alto degli ultimi undici anni. Si tratta di un livello già allarmante che nasconde un picco ancora più critico: nel solo quarto trimestre dell’anno, il carico fiscale ha raggiunto il 51,4%, facendo registrare una crescita dello 0,8% rispetto allo stesso periodo del 2024. Secondo le rilevazioni dell’Istatsul Conto trimestrale delle Amministrazioni pubbliche, emerge un quadro di profonda sofferenza.
Il sistema Paese è stretto tra l’incertezza delle crisi internazionali e un prelievo fiscale sempre più elevato, che mette a serio rischio la tenuta sociale di famiglie e imprese.
Il report evidenzia una dinamica preoccupante per i bilanci domestici. Nel quarto trimestre 2025, il reddito disponibile delle famiglie è calato dello 0,4%. Nonostante la contrazione delle entrate, i consumi sono comunque cresciuti dello 0,5%: una prova evidente di come la spinta inflazionistica e l’aumento dei costi costringano i cittadini a spendere di più per acquistare, di fatto, meno beni e servizi.
Il risultato è una drastica erosione del benessere reale: con un potere d’acquisto in calo dello 0,8% in soli tre mesi, la propensione al risparmio risulta in netta riduzione (-7,8%). È il segno inequivocabile che le famiglie italiane si stanno indebitando o stanno attingendo alle proprie riserve storiche per far fronte alle spese correnti.
In questo scenario di affanno generale, le società non finanziarie mostrano una parziale resilienza: la loro quota di profitto è salita al 43,2% (+0,2% rispetto al trimestre precedente). Una tenuta che, tuttavia, non appare sufficiente a compensare il raffreddamento generale dell’economia interna.
Sul fronte dei conti pubblici, la situazione resta tesa. Nonostante un saldo primario positivo (al netto degli interessi passivi) pari al 5,1% del Pil, l’indebitamento netto del 2025 si è attestato al 3,1%. Questo scostamento rappresenta un ostacolo politico non indifferente, poiché l’obiettivo del Governo era scendere sotto la soglia del 3% per rassicurare i mercati e le istituzioni europee.
Con l’Italia sotto la stretta osservazione delle Istituzioni di Bruxelles per la procedura di deficit eccessivo e una crisi geopolitica sempre più grave, lo scostamento dello 0,1% rispetto agli obiettivi programmatici potrebbe complicare i prossimi negoziati. Pesano, inoltre, le proiezioni sul debito pubblico, che nel 2026 ha superato la soglia psicologica dei 3.000 miliardi di euro, superando abbondantemente il 135% del prodotto interno lordo. Per la conferma definitiva dei dati bisognerà attendere il 22 aprile, data della trasmissione ufficiale a Eurostat, ma la strada verso il risanamento appare oggi più che mai complicata e in salita.