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“Quando inziavo a lavorare con i ragazzi sentivo che quello era il mio posto nel mondo”

04 aprile 2026

Cuneo

Francesca Giordano Francesca Giordano, insegnante di scuola primaria per quarantaquattro anni, di cui trentacinque a Tarantasca; una vita spesa per la scuola. Chi è Francesca Giordano? Sono nata a Cuneo nel 1953 e cresciuta a San Lorenzo di Peveragno.La mia era una famiglia di umili origini: mamma spesso era malata, papà faceva il contadino. L’ho aiutato nei lavori dei campi quando ero giovane. Mamma amava leggere e mi spronava a studiare; entrambi hanno fatto tanti sacrifici per permettermi di diplomarmi, di questo sono loro estremamente grata.  Ho frequentato l’Istituto Magistrale De Amicis di Cuneo e mi sono diplomata nel 1971. Ho scelto questa scuola perché volevo insegnare, mi sentivo portata.  Era usuale che una donna nata negli anni ’50 si diplomasse? Iniziava ad essere usuale grazie soprattutto all’introduzione nel 1963 della scuola media obbligatoria. Il raggiungimento del diploma dipendeva anche dalla situazione economica della famiglia. Appena diplomata ha iniziato subito ad insegnare? Ho iniziato lavorando come insegnante nella scuola dell’infanzia di San Lorenzo imparando tanto da suor Cristina, ottima educatrice. Poi nel 1974 sono passata di ruolo nella primaria. Dopo una serie di supplenze sono entrata come insegnate unica nella primaria di San Mauro di Boves dove si scaldava ancora la classe con la stufa a legna. Era una pluriclasse: terza, quarta e quinta. Tutte le frazioni di Boves così come quelle di Chiusa Pesio (Vigna, San Bartolomeo e Combe) in quegli anni avevano la scuola e i bambini frequentanti erano numerosi. La disciplina era semplice da tenere, bastava uno sguardo per riportare il silenzio.  Ad Apparizione di Savigliano facevano la giornata dei “chiodini”: uscivamo ad ottobre a raccogliere i funghi nei prati. Si frequentava dal lunedì al sabato solo al mattino. Ho lavorato a Morra San Martino frazione di Revello: mi portavano le castagne e i salami! Non c’era il lavandino in classe, anche in inverno uscivamo in cortile a lavarci le mani. I genitori apprezzavano il lavoro dell’insegnante e si rivolgevano con rispetto, erano grati se tu dedicavi loro il tempo di due parole. Sceglievo sempre scuole di campagna perché era facile condividere le nostre comuni esperienze di vita. Erano bambini genuini, con molta capacità pratica, facili da coinvolgere. Amavano raccontare come passavano il tempo a casa: era un tempo ricco di esperienze. Avevano un sapere contadino e anche i loro testi riportavano dettagli e particolari delle loro giornate.  Poi Tarantasca? Nell’ottobre del 1979 sono arrivata a Tarantasca e ci sono rimasta per trentacinque anni. La mia seconda casa, anzi, la prima! Ho trovato famiglie buone e collaborative. I bimbi della leva del ’70 mi colpirono per la bontà d’animo, lo spiccato interesse ed il desiderio di dare sempre il massimo; di essi come di ogni allievo, serbo un ricordo vivissimo. Li porto tutti nel mio cuore. In genere a fine luglio dedicavo un mattino a correggere i compiti per i ragazzi che lo desideravano: si presentavano sempre numerosi con i loro quaderni di esercizi. I bambini in estate venivano in bicicletta a fare merenda a casa mia accompagnati da don Mario Isoardi, il parroco di Tarantasca. Che bei ricordi!  Quali principi l’hanno accompagnata nella sua professione? Mi sono sempre imposta di essere il più possibile equa per non fare preferenze, di riconoscere le difficoltà di ognuno e usarle come punti di forza, di essere attenta ai bambini timidi e introversi, di prendere il buono di ogni bimbo e soprattutto rispettare i loro tempi. Ho dato importanza all’insegnamento delle regole: il rispetto verso sé e verso gli altri. Io ridevo e scherzavo con gli alunni poi però quando si lavorava pretendevo il silenzio. Il tempo che ho dedicato ai rapporti sociali e alle regole di convivenza penso sia stato prezioso; non ho lasciato correre, quando sbagliavano intervenivo. In ambito educativo, il permissivismo ha preso piede: va bene lasciarli liberi ma bisogna insegnare che la loro libertà finisce dove inizia quella degli altri.  È stata maestra unica per vent’anni, poi sono arrivati i Moduli, è cambiato? Nel 1991 sono stati introdotti i Moduli. Abbiamo iniziato a lavorare in team: c’era un bel confronto con le colleghe. Era stimolante. Mi sono dedicata prevalentemente all’insegnamento dell’amata matematica. L’uso del “tu” rispetto all’uso del “lei”, cos’ha significato? Fin verso gli anni ’90 i bambini si rivolgevano dando del “lei” alle insegnanti poi velocemente tutto è cambiato. Di per sé non ho mai avuto mancanza di rispetto da parte degli alunni nonostante l’uso comune del “tu”. I tempi sono cambiati e noi ci siamo adattati.  Quanto ha portato della sua esperienza di vita contadina nella scuola? Con Marisa Osenda, insegnante della scuola dell’infanzia di Tarantasca, abbiamo intrapreso l’attività di “Orto in condotta” promossa dalla Slow Food di Fossano: è stata un’esperienza fantastica. I bambini erano a proprio agio a contatto della terra inoltre imparavano il valore dell’attesa, della pazienza ed era semplice coinvolgerli nell’osservazione. Leggevi sui loro volti lo stupore e la meraviglia. Hanno avuto modo di apprendere molte cose sporcandosi le mani. Ho anche portato a scuola una chioccia: ha covato per 21 giorni e un lunedì mattina sono schiuse due uova. Meraviglia! Una bimba aveva le lacrime agli occhi.  Si è trovata a gestire le prime classi di bimbi stranieri che arrivavano in Italia. Com’è stato? Quando sono arrivati i bimbi stranieri, pionieristicamente come team abbiamo adottato un metodo didattico che sì è dimostrato valido e precursore dei tempi.  Ho riscontrato nei genitori fiducia e rispetto. Anche per loro non era semplice perché non conoscevano la lingua. Un ragazzino africano un mattino mi chiese di anticipargli la spesa del corso di nuoto specificando che il papà a fine mese mi avrebbe rimborsata. Ricordo ancora il suo sorriso davanti al mio “si”. Una mamma un pomeriggio venne a scuola a prelevare il bambino: animatamente mi spiegò che voleva scappare con i suoi tre figli. Le parlai con calma e le suggerì di tornare a casa e la sera guardare bene i suoi bambini negli occhi e riflettere su cosa avrebbe fatto dopo. Passò del tempo, un giorno la rividi: mi corse in contro, mi abbracciò e mi ringraziò per il saggio consiglio.  Ci sono aneddoti che ricorda con particolare intensità?  Ad una mamma preoccupata per il figlio buono ma svogliato nello studio, dissi di stare tranquilla che sicuramente sarebbe diventato un ottimo lavoratore e avrebbe guadagnato ben più di me. Bene, anni dopo, la mamma sorridendo confermò la mia previsione. Ricordo che avevo aiutato a riflettere un ragazzino che si atteggiava da bulletto, dicendogli che quelle angherie che lui perpetuava avrebbe potuto un giorno riceverle. Anni dopo, ormai uomo, mi confidò che quelle parole l’avevano toccato.   Potesse tornare ai suoi 18 anni Non avrei dubbi, rifarei lo stesso percorso. Quando chiudevo la porta dell’aula e iniziavo a lavorare con i ragazzi sentivo che quello era il mio posto nel mondo. È un lavoro impegnativo che però mi ha dato davvero tanto.  
Educazione Tarantasca Maestra Scuola primaria francesca giordano

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