editoriale

Gli italiani spillano e sprecano troppa acqua potabile, i cuneesi migliorano e riducono la dispersione

28 marzo 2026

Cuneo

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua (22/03/2026), l’Istat ha scattato una fotografia nitida e sorprendente del rapporto tra l’Italia e la sua risorsa più preziosa. Se restiamo i primi prelevatori di acqua potabile nell’Unione Europea, iniziamo però a intravedere i segnali di un cambiamento, con prelievi che toccano i minimi storici degli ultimi vent’anni. L’Italia si conferma il “gigante idrico” del continente. Nel 2024 sono stati prelevati 8,87 miliardi di metri cubi di acqua per uso potabile. Sebbene sia il livello più basso degli ultimi 25 anni - un segnale positivo di razionalizzazione - il confronto con i nostri vicini resta impietoso: superiamo nettamente Francia e Germania, affidandoci ancora in modo massiccio alle acque sotterranee. A livello individuale, con 150 metri cubi annui per abitante, ogni italiano consuma volumi significativamente superiori alla media europea (80 metri cubi), posizionandosi al secondo posto nella classifica UE, subito dopo l’Irlanda. Gestire l’acqua non è solo un dovere ecologico, ma un motore economico che vale lo 0,3% del Pil nazionale. Nel 2023, la produzione di beni e servizi legati al ciclo idrico ha raggiunto i 15 miliardi di euro. Analizzando la destinazione di queste risorse, emerge una sproporzione che fa riflettere: il 95% del valore prodotto riguarda la depurazione delle acque reflue (il trattamento dopo l’uso), solo il 5% viene investito per rendere efficiente il prelievo e ridurre le perdite nelle reti. Proprio le perdite rappresentano la ferita aperta del sistema italiano: mediamente, oltre il 42% dell’acqua immessa nelle reti scompare prima di arrivare al rubinetto. In questo scenario, la provincia di Cuneo dimostra che investire paga. Grazie a piani di ammodernamento mirati, il territorio sta abbassando la sua quota di dispersione verso il 30%. È un risultato incoraggiante, sebbene i margini di miglioramento rispetto a modelli come quello tedesco (dove le perdite sono spesso sotto il 10%) restino significativi. Ridurre quel prelievo record non è solo una scelta ecologica, ma una necessità economica. I costi di manutenzione e gestione gravano pesantemente sulle imprese (71%) e sulle famiglie (19%). Attualmente, la spesa derivante dalle bollette serve quasi interamente a coprire i servizi correnti, lasciando solo una piccola parte agli investimenti strutturali. È qui che si gioca la partita del futuro: ammodernare le reti per evitare che l’acqua si perda nel sottosuolo. I dati degli ultimi anni ci dicono che i prelievi calano, ma la velocità del cambiamento deve aumentare. In un’epoca di crisi climatica e siccità, il primato europeo nei prelievi non è un vanto, ma un segnale d’allarme. Dobbiamo passare dalla gestione dell’emergenza a una cultura dell’efficienza, trasformando l’Italia da “colabrodo” a modello di gestione sostenibile.
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