Si sono chiuse domenica le Paralimpiadi, accompagnate dalle solite polemiche (altrimenti bisognerebbe agire, se non si discutesse!): sono soltanto esibizioni di recupero! Al contrario, è valorizzare l’umano al di là dei suoi condizionamenti! No, sarebbe veramente decoubertiniano far gareggiare tutti insieme!
In realtà, al di là di tutti i limiti che possiamo trovare, inevitabilmente, in ciò che accade nella storia, dobbiamo ammettere che possono essere stata un’occasione per guardare a persone affette da disabilità non per la loro condizione, ma per ciò che riuscivano a fare, che la maggior parte di noi che li guardava non avrebbe neppure potuto lontanamente imitare. Inoltre, è stato un mettere al centro le persone e l’incontro tra di loro.
È lo spirito del vangelo. All’inizio del vangelo di Marco Gesù si presenta innanzi tutto come guaritore: di un posseduto da demoni, della suocera di Pietro, di un lebbroso... Tutte persone la cui condizione le escludeva dal rapporto con gli altri esseri umani. Quando infatti si presenta davanti a lui un paralitico, portato su una barella da quattro compagni che scoperchiano addirittura il tetto della casa dove Gesù sta predicando, per farglielo calare davanti, lui non lo guarisce, ma proclama che sono perdonati i suoi peccati. Perché? Potremmo pensare che nel suo caso, chiaramente, l’infermità non ne impediva la possibilità di rapporti sociali, dal momento che ha intorno quattro amici disposti a così tanto per aiutarlo. (Poi lo guarirà anche, ma questa è un’altra storia).
Ecco allora che quando Gesù chiama i Dodici anche per avere il potere di scacciare i demoni (Mc 3,15) viene da pensare che non si pensi tanto a interventi prodigiosi, ma alla capacità di rimettere le persone in relazione innanzi tutto tra di loro, attenzione che il cristianesimo, nei suoi tempi buoni, ha sempre avuto. In questo senso ciò che fa incontrare le persone fuori dai rapporti di utilità o di dominio, ma in uno spirito di vero incontro, è vangelo e coerente con il vangelo. Paralimpiadi comprese.
Ma poi lo sport è anche narrazione di vicende personali, di attenzione alla vita concreta vissuta, da dove emerge lo spirito più autentico e profondo della vita. Viene in mente la vicenda di un altro personaggio affetto da una menomazione importante, che lo escludeva dal rapporto con gli altri, la cui storia doveva avere colpito anche Gesù, che infatti la cita (Lc 4,27): Naaman il Siro.
Costui, ci dice il quinto capitolo del secondo libro dei Re, era il comandante dell’esercito del re di Aram. Ma era lebbroso. È una sua serva, ebrea, impietosita per la situazione del padrone, a svelare alla propria padrona che in Israele c’è un profeta che potrebbe guarirlo. Naaman va in Samaria pieno di doni con una lettera di presentazione da parte del proprio re, e si presenta al re di Israele, il quale prende il tutto come una provocazione per arrivare alla guerra. Sarà il profeta stesso, Eliseo, a richiamare Naaman e a invitarlo a lavarsi sette volte nel Giordano. Pur perplesso, il comandante esegue e viene guarito. Chiede quindi di poter diventare discepolo del dio di Israele, pur continuando a presenziare alle cerimonie sacre del suo re.
È un brano che trasuda umiltà e autenticità: una aramea importante crede alle parole di una schiavetta e si preoccupa del benessere del marito, il quale si fida delle parole della moglie. Anche il re di Aram si mobilita chiedendo un favore ad un vicino col quale era stato spesso in guerra. Costui, il re di Israele, è l’unico che non vede davanti a sé una persona ma un ruolo, e rischia di rovinare tutto. Ma anche Naaman, sia pure con molti dubbi, si lascia convincere dai suoi servi a bagnarsi nel Giordano. Al centro, in un racconto magari un po’ romanzesco, ci sono le persone, le loro storie, l’ascolto e la fiducia, senza estremismi (Naaman inizierà a venerare il Dio d’Israele, ma senza rompere con i suoi doveri istituzionali). E quella storia tanto particolare resterà in mente a Gesù stesso.
Nella misura in cui lo sport, anche ad alti livelli, anche con materiali e allenamenti non disponibili a tutti, mette però al centro dell’attenzione le persone, le loro vite, il loro umile cercare di migliorarsi, le relazioni con gli altri e il modesto rispetto nei loro confronti... è coerente con il vangelo.
editoriale
Si sono chiuse domenica le Paralimpiadi, accompagnate dalle solite polemiche (altrimenti bisognerebbe agire, se non si discutesse!): sono soltanto esibizioni di recupero! Al contrario, è valorizzare l’umano al di là dei suoi condizionamenti! No, sarebbe veramente decoubertiniano far gareggiare tutti insieme!
In realtà, al di là di tutti i limiti che possiamo trovare, inevitabilmente, in ciò che accade nella storia, dobbiamo ammettere che possono essere stata un’occasione per guardare a persone affette da disabilità non per la loro condizione, ma per ciò che riuscivano a fare, che la maggior parte di noi che li guardava non avrebbe neppure potuto lontanamente imitare. Inoltre, è stato un mettere al centro le persone e l’incontro tra di loro.
È lo spirito del vangelo. All’inizio del vangelo di Marco Gesù si presenta innanzi tutto come guaritore: di un posseduto da demoni, della suocera di Pietro, di un lebbroso... Tutte persone la cui condizione le escludeva dal rapporto con gli altri esseri umani. Quando infatti si presenta davanti a lui un paralitico, portato su una barella da quattro compagni che scoperchiano addirittura il tetto della casa dove Gesù sta predicando, per farglielo calare davanti, lui non lo guarisce, ma proclama che sono perdonati i suoi peccati. Perché? Potremmo pensare che nel suo caso, chiaramente, l’infermità non ne impediva la possibilità di rapporti sociali, dal momento che ha intorno quattro amici disposti a così tanto per aiutarlo. (Poi lo guarirà anche, ma questa è un’altra storia).
Ecco allora che quando Gesù chiama i Dodici anche per avere il potere di scacciare i demoni (Mc 3,15) viene da pensare che non si pensi tanto a interventi prodigiosi, ma alla capacità di rimettere le persone in relazione innanzi tutto tra di loro, attenzione che il cristianesimo, nei suoi tempi buoni, ha sempre avuto. In questo senso ciò che fa incontrare le persone fuori dai rapporti di utilità o di dominio, ma in uno spirito di vero incontro, è vangelo e coerente con il vangelo. Paralimpiadi comprese.
Ma poi lo sport è anche narrazione di vicende personali, di attenzione alla vita concreta vissuta, da dove emerge lo spirito più autentico e profondo della vita. Viene in mente la vicenda di un altro personaggio affetto da una menomazione importante, che lo escludeva dal rapporto con gli altri, la cui storia doveva avere colpito anche Gesù, che infatti la cita (Lc 4,27): Naaman il Siro.
Costui, ci dice il quinto capitolo del secondo libro dei Re, era il comandante dell’esercito del re di Aram. Ma era lebbroso. È una sua serva, ebrea, impietosita per la situazione del padrone, a svelare alla propria padrona che in Israele c’è un profeta che potrebbe guarirlo. Naaman va in Samaria pieno di doni con una lettera di presentazione da parte del proprio re, e si presenta al re di Israele, il quale prende il tutto come una provocazione per arrivare alla guerra. Sarà il profeta stesso, Eliseo, a richiamare Naaman e a invitarlo a lavarsi sette volte nel Giordano. Pur perplesso, il comandante esegue e viene guarito. Chiede quindi di poter diventare discepolo del dio di Israele, pur continuando a presenziare alle cerimonie sacre del suo re.
È un brano che trasuda umiltà e autenticità: una aramea importante crede alle parole di una schiavetta e si preoccupa del benessere del marito, il quale si fida delle parole della moglie. Anche il re di Aram si mobilita chiedendo un favore ad un vicino col quale era stato spesso in guerra. Costui, il re di Israele, è l’unico che non vede davanti a sé una persona ma un ruolo, e rischia di rovinare tutto. Ma anche Naaman, sia pure con molti dubbi, si lascia convincere dai suoi servi a bagnarsi nel Giordano. Al centro, in un racconto magari un po’ romanzesco, ci sono le persone, le loro storie, l’ascolto e la fiducia, senza estremismi (Naaman inizierà a venerare il Dio d’Israele, ma senza rompere con i suoi doveri istituzionali). E quella storia tanto particolare resterà in mente a Gesù stesso.
Nella misura in cui lo sport, anche ad alti livelli, anche con materiali e allenamenti non disponibili a tutti, mette però al centro dell’attenzione le persone, le loro vite, il loro umile cercare di migliorarsi, le relazioni con gli altri e il modesto rispetto nei loro confronti... è coerente con il vangelo.
Paralimpiadi: quando al centro dell’interesse ci sono le persone, le loro storie, l’ascolto e la fiducia
22 marzo 2026
Cuneo
Si sono chiuse domenica le Paralimpiadi, accompagnate dalle solite polemiche (altrimenti bisognerebbe agire, se non si discutesse!): sono soltanto esibizioni di recupero! Al contrario, è valorizzare l’umano al di là dei suoi condizionamenti! No, sarebbe veramente decoubertiniano far gareggiare tutti insieme!
In realtà, al di là di tutti i limiti che possiamo trovare, inevitabilmente, in ciò che accade nella storia, dobbiamo ammettere che possono essere stata un’occasione per guardare a persone affette da disabilità non per la loro condizione, ma per ciò che riuscivano a fare, che la maggior parte di noi che li guardava non avrebbe neppure potuto lontanamente imitare. Inoltre, è stato un mettere al centro le persone e l’incontro tra di loro.
È lo spirito del vangelo. All’inizio del vangelo di Marco Gesù si presenta innanzi tutto come guaritore: di un posseduto da demoni, della suocera di Pietro, di un lebbroso... Tutte persone la cui condizione le escludeva dal rapporto con gli altri esseri umani. Quando infatti si presenta davanti a lui un paralitico, portato su una barella da quattro compagni che scoperchiano addirittura il tetto della casa dove Gesù sta predicando, per farglielo calare davanti, lui non lo guarisce, ma proclama che sono perdonati i suoi peccati. Perché? Potremmo pensare che nel suo caso, chiaramente, l’infermità non ne impediva la possibilità di rapporti sociali, dal momento che ha intorno quattro amici disposti a così tanto per aiutarlo. (Poi lo guarirà anche, ma questa è un’altra storia).
Ecco allora che quando Gesù chiama i Dodici anche per avere il potere di scacciare i demoni (Mc 3,15) viene da pensare che non si pensi tanto a interventi prodigiosi, ma alla capacità di rimettere le persone in relazione innanzi tutto tra di loro, attenzione che il cristianesimo, nei suoi tempi buoni, ha sempre avuto. In questo senso ciò che fa incontrare le persone fuori dai rapporti di utilità o di dominio, ma in uno spirito di vero incontro, è vangelo e coerente con il vangelo. Paralimpiadi comprese.
Ma poi lo sport è anche narrazione di vicende personali, di attenzione alla vita concreta vissuta, da dove emerge lo spirito più autentico e profondo della vita. Viene in mente la vicenda di un altro personaggio affetto da una menomazione importante, che lo escludeva dal rapporto con gli altri, la cui storia doveva avere colpito anche Gesù, che infatti la cita (Lc 4,27): Naaman il Siro.
Costui, ci dice il quinto capitolo del secondo libro dei Re, era il comandante dell’esercito del re di Aram. Ma era lebbroso. È una sua serva, ebrea, impietosita per la situazione del padrone, a svelare alla propria padrona che in Israele c’è un profeta che potrebbe guarirlo. Naaman va in Samaria pieno di doni con una lettera di presentazione da parte del proprio re, e si presenta al re di Israele, il quale prende il tutto come una provocazione per arrivare alla guerra. Sarà il profeta stesso, Eliseo, a richiamare Naaman e a invitarlo a lavarsi sette volte nel Giordano. Pur perplesso, il comandante esegue e viene guarito. Chiede quindi di poter diventare discepolo del dio di Israele, pur continuando a presenziare alle cerimonie sacre del suo re.
È un brano che trasuda umiltà e autenticità: una aramea importante crede alle parole di una schiavetta e si preoccupa del benessere del marito, il quale si fida delle parole della moglie. Anche il re di Aram si mobilita chiedendo un favore ad un vicino col quale era stato spesso in guerra. Costui, il re di Israele, è l’unico che non vede davanti a sé una persona ma un ruolo, e rischia di rovinare tutto. Ma anche Naaman, sia pure con molti dubbi, si lascia convincere dai suoi servi a bagnarsi nel Giordano. Al centro, in un racconto magari un po’ romanzesco, ci sono le persone, le loro storie, l’ascolto e la fiducia, senza estremismi (Naaman inizierà a venerare il Dio d’Israele, ma senza rompere con i suoi doveri istituzionali). E quella storia tanto particolare resterà in mente a Gesù stesso.
Nella misura in cui lo sport, anche ad alti livelli, anche con materiali e allenamenti non disponibili a tutti, mette però al centro dell’attenzione le persone, le loro vite, il loro umile cercare di migliorarsi, le relazioni con gli altri e il modesto rispetto nei loro confronti... è coerente con il vangelo.