(foto Ansa/Sir)
Mentre aumentano i timori per l’allargamento del conflitto e le conseguenze per l’economia mondiale diventano sempre più evidenti, è oramai chiaro agli analisti e all’opinione pubblica che l’amministrazione americana ha commesso più di un errore di valutazione quando ha deciso, con Israele, di attaccare l’Iran. Il Presidente Trump, a detta degli esperti, ha sopravvalutato la forza d’urto dell’offensiva e, allo stesso tempo, ha sottovalutato la capacità di resistenza dell’Iran. L’amministrazione americana, inoltre, pare non aver riflettuto sulle conseguenze della guerra sul piano strategico, politico ed economico e neppure sembra avere un piano di uscita e soluzione.
Purtroppo, superficialità e arroganza non sono state limitate alla visione strategica, ma hanno connotato, da subito, anche le operazioni militari. Negli Stati Uniti, forse più che in Europa, sta suscitando un comprensibile sdegno la strage di bambine della scuola di Minab all’inizio dell’attacco. Secondo le documentate ricostruzioni del New York Times, l’edificio, in pieno orario scolastico, sarebbe stato colpito per errore da un missile Tomahawk, lanciato dalle forze statunitensi verso quella che credevano essere parte di una vicina base militare iraniana. In realtà, la costruzione che ospitava la scuola apparteneva più alla base militare (per lo meno) dal 2016. Fonti iraniane parlano di oltre 170 vittime, la maggior parte delle quali bambine in età scolare.
L’origine dello sbaglio sarebbe da attribuire al mancato aggiornamento delle mappe in possesso delle forze militari americane, anche se non è ancora stato chiarito se si sia trattato di errore umano oppure di procedure avviate tramite applicativi di intelligenza artificiale.
In un contesto di seppur minima ragionevolezza, la strage, di per sé sola, avrebbe determinato (quanto meno) una sospensione delle ostilità. Al contrario, il Presidente Trump ha, dapprima, tentato di attribuire la responsabilità dell’accaduto alle forze iraniane, salvo poi, semplicemente, ignorare l’accaduto senza mostrare alcuna esitazione sulla prosecuzione di bombardamenti e raid.
In molti hanno giustamente sottolineato le contraddizioni di una guerra nominalmente intrapresa per abbattere un regime dispotico e sanguinario e in nome della sicurezza nella regione che, nel suo primo giorno, ha provocato una strage di innocenti di questa portata.
La paradossalità della situazione comprende anche i grossolani errori di calcolo nei quali è incappata la superpotenza tecnologica per eccellenza. Intelligenze artificiali, satelliti, algoritmi, scienziati dei dati, big-tech e quant’altro non solo non hanno impedito agli Stati Uniti di infilarsi in quella che appare, sempre più, una via senza uscita, ma non hanno neppure protetto le bambine di Minab da una morte assurda.
Probabilmente, non si dovrebbe neppure parlare di semplici “errori di calcolo”, e non solo per le conseguenze tragiche che ne sono derivate.
I ricordi di quando si andava a scuola contribuiscono a collocare questo tipo di errori nella categoria delle sviste, meno gravi degli errori di comprensione del procedimento o di impostazione dell’esercizio. Al contrario, quanto è capitato in Iran e nell’intera regione non è affatto l’esito di una svista quanto, piuttosto, la prevedibile conseguenza di un certo modo di agire e di ragionare. Nella visione del Presidente Trump, “America first” (“America per prima”), uno degli slogan che gli sono cari (sebbene non così originale), significa che tutto il resto passa in secondo piano. Talmente in secondo piano da poter essere respinto, umiliato, “remigrato”, bombardato utilizzando informazioni vecchie di dieci anni. Per chi, giustamente, riconosce agli Stati Uniti i meriti che derivano dall’aver contribuito in modo decisivo alla sconfitta del nazifascismo, assistere ai rimpatri forzati di massa, alla aggressione verbale del Presidente di uno Stato invaso, al diffondersi di idee di riportare, a forza, interi gruppi etnici nei loro “paesi di origine” e, oggi, alla strage di innocenti, rimane inspiegabile. La cultura americana (quella vera) non è questa. Lo dimostrano le resistenze delle università e l’indignazione della società civile sana e dei vertici della Chiesa statunitense. Di chi, in altri termini, non si rassegna alla mortificante banalità di certe assurdità che lasciano solo macerie.
editoriale
(foto Ansa/Sir)
Mentre aumentano i timori per l’allargamento del conflitto e le conseguenze per l’economia mondiale diventano sempre più evidenti, è oramai chiaro agli analisti e all’opinione pubblica che l’amministrazione americana ha commesso più di un errore di valutazione quando ha deciso, con Israele, di attaccare l’Iran. Il Presidente Trump, a detta degli esperti, ha sopravvalutato la forza d’urto dell’offensiva e, allo stesso tempo, ha sottovalutato la capacità di resistenza dell’Iran. L’amministrazione americana, inoltre, pare non aver riflettuto sulle conseguenze della guerra sul piano strategico, politico ed economico e neppure sembra avere un piano di uscita e soluzione.
Purtroppo, superficialità e arroganza non sono state limitate alla visione strategica, ma hanno connotato, da subito, anche le operazioni militari. Negli Stati Uniti, forse più che in Europa, sta suscitando un comprensibile sdegno la strage di bambine della scuola di Minab all’inizio dell’attacco. Secondo le documentate ricostruzioni del New York Times, l’edificio, in pieno orario scolastico, sarebbe stato colpito per errore da un missile Tomahawk, lanciato dalle forze statunitensi verso quella che credevano essere parte di una vicina base militare iraniana. In realtà, la costruzione che ospitava la scuola apparteneva più alla base militare (per lo meno) dal 2016. Fonti iraniane parlano di oltre 170 vittime, la maggior parte delle quali bambine in età scolare.
L’origine dello sbaglio sarebbe da attribuire al mancato aggiornamento delle mappe in possesso delle forze militari americane, anche se non è ancora stato chiarito se si sia trattato di errore umano oppure di procedure avviate tramite applicativi di intelligenza artificiale.
In un contesto di seppur minima ragionevolezza, la strage, di per sé sola, avrebbe determinato (quanto meno) una sospensione delle ostilità. Al contrario, il Presidente Trump ha, dapprima, tentato di attribuire la responsabilità dell’accaduto alle forze iraniane, salvo poi, semplicemente, ignorare l’accaduto senza mostrare alcuna esitazione sulla prosecuzione di bombardamenti e raid.
In molti hanno giustamente sottolineato le contraddizioni di una guerra nominalmente intrapresa per abbattere un regime dispotico e sanguinario e in nome della sicurezza nella regione che, nel suo primo giorno, ha provocato una strage di innocenti di questa portata.
La paradossalità della situazione comprende anche i grossolani errori di calcolo nei quali è incappata la superpotenza tecnologica per eccellenza. Intelligenze artificiali, satelliti, algoritmi, scienziati dei dati, big-tech e quant’altro non solo non hanno impedito agli Stati Uniti di infilarsi in quella che appare, sempre più, una via senza uscita, ma non hanno neppure protetto le bambine di Minab da una morte assurda.
Probabilmente, non si dovrebbe neppure parlare di semplici “errori di calcolo”, e non solo per le conseguenze tragiche che ne sono derivate.
I ricordi di quando si andava a scuola contribuiscono a collocare questo tipo di errori nella categoria delle sviste, meno gravi degli errori di comprensione del procedimento o di impostazione dell’esercizio. Al contrario, quanto è capitato in Iran e nell’intera regione non è affatto l’esito di una svista quanto, piuttosto, la prevedibile conseguenza di un certo modo di agire e di ragionare. Nella visione del Presidente Trump, “America first” (“America per prima”), uno degli slogan che gli sono cari (sebbene non così originale), significa che tutto il resto passa in secondo piano. Talmente in secondo piano da poter essere respinto, umiliato, “remigrato”, bombardato utilizzando informazioni vecchie di dieci anni. Per chi, giustamente, riconosce agli Stati Uniti i meriti che derivano dall’aver contribuito in modo decisivo alla sconfitta del nazifascismo, assistere ai rimpatri forzati di massa, alla aggressione verbale del Presidente di uno Stato invaso, al diffondersi di idee di riportare, a forza, interi gruppi etnici nei loro “paesi di origine” e, oggi, alla strage di innocenti, rimane inspiegabile. La cultura americana (quella vera) non è questa. Lo dimostrano le resistenze delle università e l’indignazione della società civile sana e dei vertici della Chiesa statunitense. Di chi, in altri termini, non si rassegna alla mortificante banalità di certe assurdità che lasciano solo macerie.
La guerra e gli errori di calcolo della superpotenza tecnologica
22 marzo 2026
Cuneo
(foto Ansa/Sir)
Mentre aumentano i timori per l’allargamento del conflitto e le conseguenze per l’economia mondiale diventano sempre più evidenti, è oramai chiaro agli analisti e all’opinione pubblica che l’amministrazione americana ha commesso più di un errore di valutazione quando ha deciso, con Israele, di attaccare l’Iran. Il Presidente Trump, a detta degli esperti, ha sopravvalutato la forza d’urto dell’offensiva e, allo stesso tempo, ha sottovalutato la capacità di resistenza dell’Iran. L’amministrazione americana, inoltre, pare non aver riflettuto sulle conseguenze della guerra sul piano strategico, politico ed economico e neppure sembra avere un piano di uscita e soluzione.
Purtroppo, superficialità e arroganza non sono state limitate alla visione strategica, ma hanno connotato, da subito, anche le operazioni militari. Negli Stati Uniti, forse più che in Europa, sta suscitando un comprensibile sdegno la strage di bambine della scuola di Minab all’inizio dell’attacco. Secondo le documentate ricostruzioni del New York Times, l’edificio, in pieno orario scolastico, sarebbe stato colpito per errore da un missile Tomahawk, lanciato dalle forze statunitensi verso quella che credevano essere parte di una vicina base militare iraniana. In realtà, la costruzione che ospitava la scuola apparteneva più alla base militare (per lo meno) dal 2016. Fonti iraniane parlano di oltre 170 vittime, la maggior parte delle quali bambine in età scolare.
L’origine dello sbaglio sarebbe da attribuire al mancato aggiornamento delle mappe in possesso delle forze militari americane, anche se non è ancora stato chiarito se si sia trattato di errore umano oppure di procedure avviate tramite applicativi di intelligenza artificiale.
In un contesto di seppur minima ragionevolezza, la strage, di per sé sola, avrebbe determinato (quanto meno) una sospensione delle ostilità. Al contrario, il Presidente Trump ha, dapprima, tentato di attribuire la responsabilità dell’accaduto alle forze iraniane, salvo poi, semplicemente, ignorare l’accaduto senza mostrare alcuna esitazione sulla prosecuzione di bombardamenti e raid.
In molti hanno giustamente sottolineato le contraddizioni di una guerra nominalmente intrapresa per abbattere un regime dispotico e sanguinario e in nome della sicurezza nella regione che, nel suo primo giorno, ha provocato una strage di innocenti di questa portata.
La paradossalità della situazione comprende anche i grossolani errori di calcolo nei quali è incappata la superpotenza tecnologica per eccellenza. Intelligenze artificiali, satelliti, algoritmi, scienziati dei dati, big-tech e quant’altro non solo non hanno impedito agli Stati Uniti di infilarsi in quella che appare, sempre più, una via senza uscita, ma non hanno neppure protetto le bambine di Minab da una morte assurda.
Probabilmente, non si dovrebbe neppure parlare di semplici “errori di calcolo”, e non solo per le conseguenze tragiche che ne sono derivate.
I ricordi di quando si andava a scuola contribuiscono a collocare questo tipo di errori nella categoria delle sviste, meno gravi degli errori di comprensione del procedimento o di impostazione dell’esercizio. Al contrario, quanto è capitato in Iran e nell’intera regione non è affatto l’esito di una svista quanto, piuttosto, la prevedibile conseguenza di un certo modo di agire e di ragionare. Nella visione del Presidente Trump, “America first” (“America per prima”), uno degli slogan che gli sono cari (sebbene non così originale), significa che tutto il resto passa in secondo piano. Talmente in secondo piano da poter essere respinto, umiliato, “remigrato”, bombardato utilizzando informazioni vecchie di dieci anni. Per chi, giustamente, riconosce agli Stati Uniti i meriti che derivano dall’aver contribuito in modo decisivo alla sconfitta del nazifascismo, assistere ai rimpatri forzati di massa, alla aggressione verbale del Presidente di uno Stato invaso, al diffondersi di idee di riportare, a forza, interi gruppi etnici nei loro “paesi di origine” e, oggi, alla strage di innocenti, rimane inspiegabile. La cultura americana (quella vera) non è questa. Lo dimostrano le resistenze delle università e l’indignazione della società civile sana e dei vertici della Chiesa statunitense. Di chi, in altri termini, non si rassegna alla mortificante banalità di certe assurdità che lasciano solo macerie.