(foto Pixabay)
Mentre si avvicinano giorni importanti per il futuro del polo ospedaliero di Cuneo, gli organi di stampa nazionali hanno dato un certo risalto alla presentazione dello studio dal titolo “Quando i soldi non bastano - Il razionamento sanitario in Italia”, realizzato da Acli, Caf Acli, NeXt Nuova Economia per Tutti e dall’Università di Roma Tor Vergata e recentemente presentato alla Camera dei deputati.
La ricerca è stata realizzata attraverso l’analisi di 8 milioni di dichiarazioni dei redditi tra il 2019 e il 2024. I dati che emergono non sorprendono, purtroppo, ma meritano di essere ripresi e valorizzati, anche in funzione delle scelte che il nostro territorio si accinge a compiere in ambiti strategici come la sanità.
In estrema sintesi, lo studio ha documentato quello che viene definito un “razionamento sanitario implicito”. Con questa espressione, gli autori del documento designano la rinuncia o la riduzione delle cure da parte di chi non ha redditi sufficienti per sostenerne i costi. Si legge, infatti, nel rapporto che “a parità di altre condizioni, i contribuenti che appartengono agli scaglioni di reddito più bassi spendano tra i 1.000 e i 2.000 euro in meno all’anno in cure sanitarie rispetto ai più ricchi”. La situazione è particolarmente accentuata per le persone più anziane, tra le quali il 55 - 60% di quelle appartenenti allo scaglione di reddito più basso non dichiara alcuna spesa sanitaria, contro il 10-15% di quelle con i redditi più elevati.
Sotto il profilo della spesa farmaceutica, si sottolinea un duplice razionamento, quantitativo e qualitativo. Le persone con i redditi più bassi, infatti, acquistano meno farmaci e spendono meno per singolo trattamento (dato che suggerisce, scrivono i ricercatori, interruzioni di continuità terapeutiche o rinunce a cure e dispositivi di qualità superiore).
Il razionamento sanitario, secondo le conclusioni degli esperti, si manifesta sotto molteplici punti di vista; in particolare, la diminuzione di spesa per cure e farmaci è estremamente sensibile alla riduzione dei redditi esaminati o, per dirlo in altri termini, il bisogno di cure non soddisfatto dai redditi aumenta in modo importante al diminuire dei redditi stessi.
Si tratta di un quadro preoccupante, seppure non sorprendente. L’arretramento della sanità pubblica oramai da tempo ha lasciato il campo a quella privata e alle logiche del mercato in ambiti che ne dovrebbero essere estranei. Come lucidamente detto già alcuni anni fa dal Professor Michael Sandel, filosofo e docente presso l’Università di Harvard, l’economia di mercato ha trasformato il nostro vivere civile in una società di mercato quando abbiamo consentito che venissero consegnati alle logiche della domanda e dell’offerta anche i servizi pubblici essenziali. Tutto questo è capitato per l’indifferenza di molti e, soprattutto, a causa di scelte politiche miopi, che non hanno protetto il nostro sistema nazionale e la sanità territoriale.
Sarebbe troppo facile limitarsi a dire che si tratta di strategie poco avvedute, perché i costi sociali di una sanità pubblica non adeguata, prima o poi, si ripresentano, amplificati, a causa di emergenze sanitarie o di costi di assistenza dovuti a situazioni oramai compromesse. Le discriminazioni nell’accesso alle cure sono, infatti, semplicemente inaccettabili. Giustizia, istruzione pubblica e sanità pubblica dovrebbero rappresentare un terreno comune di non negoziabilità indipendentemente da come la si pensi su altri temi.
Lo smantellamento in atto dello stato sociale mina alle basi la comunità civile e le relazioni elementari che la alimentano. Chi, nei fatti, non può accedere a livelli di istruzione o di assistenza sanitaria adeguati è destinato a rimanere ai margini e a subire una compromissione del suo stesso diritto/dovere di essere cittadino. La cittadinanza, infatti, non è un semplice dato amministrativo o statistico, ma è, prima di tutto, questione di dignità e di disponibilità delle risorse indispensabili per una partecipazione attiva e consapevole alla vita comunitaria. Chi non può curarsi o non dispone di imprescindibili strumenti per la comprensione del contesto in cui vive è, nella sostanza escluso dai processi di crescita, personale e sociale.
Il polo ospedaliero di Cuneo, del cui futuro si discute in questi giorni è, a tutti gli effetti, un presidio di cittadinanza troppo prezioso per essere consegnato alle scaramucce o al disinteresse.
editoriale
(foto Pixabay)
Mentre si avvicinano giorni importanti per il futuro del polo ospedaliero di Cuneo, gli organi di stampa nazionali hanno dato un certo risalto alla presentazione dello studio dal titolo “Quando i soldi non bastano - Il razionamento sanitario in Italia”, realizzato da Acli, Caf Acli, NeXt Nuova Economia per Tutti e dall’Università di Roma Tor Vergata e recentemente presentato alla Camera dei deputati.
La ricerca è stata realizzata attraverso l’analisi di 8 milioni di dichiarazioni dei redditi tra il 2019 e il 2024. I dati che emergono non sorprendono, purtroppo, ma meritano di essere ripresi e valorizzati, anche in funzione delle scelte che il nostro territorio si accinge a compiere in ambiti strategici come la sanità.
In estrema sintesi, lo studio ha documentato quello che viene definito un “razionamento sanitario implicito”. Con questa espressione, gli autori del documento designano la rinuncia o la riduzione delle cure da parte di chi non ha redditi sufficienti per sostenerne i costi. Si legge, infatti, nel rapporto che “a parità di altre condizioni, i contribuenti che appartengono agli scaglioni di reddito più bassi spendano tra i 1.000 e i 2.000 euro in meno all’anno in cure sanitarie rispetto ai più ricchi”. La situazione è particolarmente accentuata per le persone più anziane, tra le quali il 55 - 60% di quelle appartenenti allo scaglione di reddito più basso non dichiara alcuna spesa sanitaria, contro il 10-15% di quelle con i redditi più elevati.
Sotto il profilo della spesa farmaceutica, si sottolinea un duplice razionamento, quantitativo e qualitativo. Le persone con i redditi più bassi, infatti, acquistano meno farmaci e spendono meno per singolo trattamento (dato che suggerisce, scrivono i ricercatori, interruzioni di continuità terapeutiche o rinunce a cure e dispositivi di qualità superiore).
Il razionamento sanitario, secondo le conclusioni degli esperti, si manifesta sotto molteplici punti di vista; in particolare, la diminuzione di spesa per cure e farmaci è estremamente sensibile alla riduzione dei redditi esaminati o, per dirlo in altri termini, il bisogno di cure non soddisfatto dai redditi aumenta in modo importante al diminuire dei redditi stessi.
Si tratta di un quadro preoccupante, seppure non sorprendente. L’arretramento della sanità pubblica oramai da tempo ha lasciato il campo a quella privata e alle logiche del mercato in ambiti che ne dovrebbero essere estranei. Come lucidamente detto già alcuni anni fa dal Professor Michael Sandel, filosofo e docente presso l’Università di Harvard, l’economia di mercato ha trasformato il nostro vivere civile in una società di mercato quando abbiamo consentito che venissero consegnati alle logiche della domanda e dell’offerta anche i servizi pubblici essenziali. Tutto questo è capitato per l’indifferenza di molti e, soprattutto, a causa di scelte politiche miopi, che non hanno protetto il nostro sistema nazionale e la sanità territoriale.
Sarebbe troppo facile limitarsi a dire che si tratta di strategie poco avvedute, perché i costi sociali di una sanità pubblica non adeguata, prima o poi, si ripresentano, amplificati, a causa di emergenze sanitarie o di costi di assistenza dovuti a situazioni oramai compromesse. Le discriminazioni nell’accesso alle cure sono, infatti, semplicemente inaccettabili. Giustizia, istruzione pubblica e sanità pubblica dovrebbero rappresentare un terreno comune di non negoziabilità indipendentemente da come la si pensi su altri temi.
Lo smantellamento in atto dello stato sociale mina alle basi la comunità civile e le relazioni elementari che la alimentano. Chi, nei fatti, non può accedere a livelli di istruzione o di assistenza sanitaria adeguati è destinato a rimanere ai margini e a subire una compromissione del suo stesso diritto/dovere di essere cittadino. La cittadinanza, infatti, non è un semplice dato amministrativo o statistico, ma è, prima di tutto, questione di dignità e di disponibilità delle risorse indispensabili per una partecipazione attiva e consapevole alla vita comunitaria. Chi non può curarsi o non dispone di imprescindibili strumenti per la comprensione del contesto in cui vive è, nella sostanza escluso dai processi di crescita, personale e sociale.
Il polo ospedaliero di Cuneo, del cui futuro si discute in questi giorni è, a tutti gli effetti, un presidio di cittadinanza troppo prezioso per essere consegnato alle scaramucce o al disinteresse.
Razionamento sanitario: in aumento gli Italiani che rinunciano a curarsi
08 marzo 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
Mentre si avvicinano giorni importanti per il futuro del polo ospedaliero di Cuneo, gli organi di stampa nazionali hanno dato un certo risalto alla presentazione dello studio dal titolo “Quando i soldi non bastano - Il razionamento sanitario in Italia”, realizzato da Acli, Caf Acli, NeXt Nuova Economia per Tutti e dall’Università di Roma Tor Vergata e recentemente presentato alla Camera dei deputati.
La ricerca è stata realizzata attraverso l’analisi di 8 milioni di dichiarazioni dei redditi tra il 2019 e il 2024. I dati che emergono non sorprendono, purtroppo, ma meritano di essere ripresi e valorizzati, anche in funzione delle scelte che il nostro territorio si accinge a compiere in ambiti strategici come la sanità.
In estrema sintesi, lo studio ha documentato quello che viene definito un “razionamento sanitario implicito”. Con questa espressione, gli autori del documento designano la rinuncia o la riduzione delle cure da parte di chi non ha redditi sufficienti per sostenerne i costi. Si legge, infatti, nel rapporto che “a parità di altre condizioni, i contribuenti che appartengono agli scaglioni di reddito più bassi spendano tra i 1.000 e i 2.000 euro in meno all’anno in cure sanitarie rispetto ai più ricchi”. La situazione è particolarmente accentuata per le persone più anziane, tra le quali il 55 - 60% di quelle appartenenti allo scaglione di reddito più basso non dichiara alcuna spesa sanitaria, contro il 10-15% di quelle con i redditi più elevati.
Sotto il profilo della spesa farmaceutica, si sottolinea un duplice razionamento, quantitativo e qualitativo. Le persone con i redditi più bassi, infatti, acquistano meno farmaci e spendono meno per singolo trattamento (dato che suggerisce, scrivono i ricercatori, interruzioni di continuità terapeutiche o rinunce a cure e dispositivi di qualità superiore).
Il razionamento sanitario, secondo le conclusioni degli esperti, si manifesta sotto molteplici punti di vista; in particolare, la diminuzione di spesa per cure e farmaci è estremamente sensibile alla riduzione dei redditi esaminati o, per dirlo in altri termini, il bisogno di cure non soddisfatto dai redditi aumenta in modo importante al diminuire dei redditi stessi.
Si tratta di un quadro preoccupante, seppure non sorprendente. L’arretramento della sanità pubblica oramai da tempo ha lasciato il campo a quella privata e alle logiche del mercato in ambiti che ne dovrebbero essere estranei. Come lucidamente detto già alcuni anni fa dal Professor Michael Sandel, filosofo e docente presso l’Università di Harvard, l’economia di mercato ha trasformato il nostro vivere civile in una società di mercato quando abbiamo consentito che venissero consegnati alle logiche della domanda e dell’offerta anche i servizi pubblici essenziali. Tutto questo è capitato per l’indifferenza di molti e, soprattutto, a causa di scelte politiche miopi, che non hanno protetto il nostro sistema nazionale e la sanità territoriale.
Sarebbe troppo facile limitarsi a dire che si tratta di strategie poco avvedute, perché i costi sociali di una sanità pubblica non adeguata, prima o poi, si ripresentano, amplificati, a causa di emergenze sanitarie o di costi di assistenza dovuti a situazioni oramai compromesse. Le discriminazioni nell’accesso alle cure sono, infatti, semplicemente inaccettabili. Giustizia, istruzione pubblica e sanità pubblica dovrebbero rappresentare un terreno comune di non negoziabilità indipendentemente da come la si pensi su altri temi.
Lo smantellamento in atto dello stato sociale mina alle basi la comunità civile e le relazioni elementari che la alimentano. Chi, nei fatti, non può accedere a livelli di istruzione o di assistenza sanitaria adeguati è destinato a rimanere ai margini e a subire una compromissione del suo stesso diritto/dovere di essere cittadino. La cittadinanza, infatti, non è un semplice dato amministrativo o statistico, ma è, prima di tutto, questione di dignità e di disponibilità delle risorse indispensabili per una partecipazione attiva e consapevole alla vita comunitaria. Chi non può curarsi o non dispone di imprescindibili strumenti per la comprensione del contesto in cui vive è, nella sostanza escluso dai processi di crescita, personale e sociale.
Il polo ospedaliero di Cuneo, del cui futuro si discute in questi giorni è, a tutti gli effetti, un presidio di cittadinanza troppo prezioso per essere consegnato alle scaramucce o al disinteresse.