(foto Ansa/Sir)
Il 19 febbraio, presso il Donald J. Trump Institute of Peace di Washington (già United States Institute of Peace e recentemente ribattezzato con il nome del tycoon), il Presidente Trump ha presieduto la prima riunione del Board of Peace; sulla carta, il neonato “Board” si presenta come una organizzazione internazionale con lo scopo di promuovere la stabilità e assicurare una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti.
Come scritto nello statuto, del Board of Peace fanno parte, per tre anni, gli Stati invitati dal suo Presidente (“Chairman”). Il termine di decadenza triennale non varrà per i membri che avranno versato più di un miliardo di dollari entro un anno dall’entrata in vigore dello statuto (ferma restando la possibilità di esclusione, a discrezione del Chairman, limitata solamente dalla possibilità di un veto esercitabile dai due terzi dei membri). Tra i Paesi che, ad oggi, hanno aderito all’invito di Trump (Chairman a tempo indeterminato, anche oltre la fine del mandato presidenziale statunitense) si leggono i nomi di Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Turchia, Israele, Bielorussia, Qatar e Pakistan. Tra gli Stati dell’Unione Europea, l’unico presente alla prima riunione è stata l’Ungheria di un entusiasta Presidente Orbàn. Il Vaticano ha declinato l’invito che, invece, è stato revocato al Canada in seguito al dicorso del Presidente Carney a Davos, i cui contenuti non sono piaciuti a Trump. L’Italia ha presenziato alla riunione come osservatore per i dubbi sulla compatibilità con la nostra Costituzione di una eventuale partecipazione italiana. In effetti, la carta costituzionale è molto chiara nell’individuare i presupposti per l’adesione a organizzazioni internazionali. Si legge, infatti, all’articolo 11 che l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni e promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Pare evidente la differenza tra l’adesione alle Nazioni Unite (pienamente legittima sotto il profilo costituzionale) e l’eventuale partecipazione a una specie di club a invito, con tanto di “quota di ingresso” e di permanenza, a gestione espressamente personalistica e dai fini e dalle modalità di azione tutte da chiarire.
Il nome adottato, del resto, è di per sé rivelativo di un modo di intendere le istituzioni e le relazioni internazionali che non hanno nulla a che fare con i principi ispiratori del nostro ordinamento giuridico. La parola “board”, infatti, indica un organismo collegiale in senso teoricamente generico ma è comunemente adottato nelle società commerciali per indicare il consiglio di amministrazione. Le società di capitali, le “corporates” nel mondo anglosassone sono, infatti, dirette e governate da “board”. Il modo di intendere le istituzioni del Presidente Trump, inclusa la stessa Presidenza degli Stati Uniti, appare ben poco “istituzionale”. Trump non ama tutto ciò che ha rilevanza pubblicistica, a cominciare da istruzione e sanità pubbliche e, dal punto di vista culturale prima ancora che politico, propone o impone una visione dei rapporti e delle azioni (che dovrebbero essere) istituzionali basata sullo scambio. La cittadinanza americana concessa a chi è disposto a pagare, gli aiuti militari in cambio di risorse, la quota di ingresso e permanenza in una organizzazione internazionale, sono manifestazioni della proiezione della logica del “do ut des” in contesti che, per loro natura, dovrebbero, invece, esserne estranei. Fortunatamente, la nostra Costituzione è stata scritta da chi la pensava ben diversamente.
Il Presidente Carney a Davos, Mario Draghi nel discorso all’Università di Louvain e il Cancelliere tedesco Merz alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco hanno tracciato un quadro che evidenzia la rottura di un ordine politico ed economico globale che regnava dal secondo dopoguerra. Non è escluso che la frattura sia ancora più profonda e che riguardi il modo di concepire la natura, prima ancora che gli equilibri, delle relazioni internazionali. Oggi, c’è chi pensa che tutto possa essere oggetto di commercio, ma chi ha scritto e ci ha lasciato la Costituzione sapeva che la pace non si compra e non si vende, ma si persegue, insieme, nel rispetto reciproco.
editoriale
(foto Ansa/Sir)
Il 19 febbraio, presso il Donald J. Trump Institute of Peace di Washington (già United States Institute of Peace e recentemente ribattezzato con il nome del tycoon), il Presidente Trump ha presieduto la prima riunione del Board of Peace; sulla carta, il neonato “Board” si presenta come una organizzazione internazionale con lo scopo di promuovere la stabilità e assicurare una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti.
Come scritto nello statuto, del Board of Peace fanno parte, per tre anni, gli Stati invitati dal suo Presidente (“Chairman”). Il termine di decadenza triennale non varrà per i membri che avranno versato più di un miliardo di dollari entro un anno dall’entrata in vigore dello statuto (ferma restando la possibilità di esclusione, a discrezione del Chairman, limitata solamente dalla possibilità di un veto esercitabile dai due terzi dei membri). Tra i Paesi che, ad oggi, hanno aderito all’invito di Trump (Chairman a tempo indeterminato, anche oltre la fine del mandato presidenziale statunitense) si leggono i nomi di Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Turchia, Israele, Bielorussia, Qatar e Pakistan. Tra gli Stati dell’Unione Europea, l’unico presente alla prima riunione è stata l’Ungheria di un entusiasta Presidente Orbàn. Il Vaticano ha declinato l’invito che, invece, è stato revocato al Canada in seguito al dicorso del Presidente Carney a Davos, i cui contenuti non sono piaciuti a Trump. L’Italia ha presenziato alla riunione come osservatore per i dubbi sulla compatibilità con la nostra Costituzione di una eventuale partecipazione italiana. In effetti, la carta costituzionale è molto chiara nell’individuare i presupposti per l’adesione a organizzazioni internazionali. Si legge, infatti, all’articolo 11 che l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni e promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Pare evidente la differenza tra l’adesione alle Nazioni Unite (pienamente legittima sotto il profilo costituzionale) e l’eventuale partecipazione a una specie di club a invito, con tanto di “quota di ingresso” e di permanenza, a gestione espressamente personalistica e dai fini e dalle modalità di azione tutte da chiarire.
Il nome adottato, del resto, è di per sé rivelativo di un modo di intendere le istituzioni e le relazioni internazionali che non hanno nulla a che fare con i principi ispiratori del nostro ordinamento giuridico. La parola “board”, infatti, indica un organismo collegiale in senso teoricamente generico ma è comunemente adottato nelle società commerciali per indicare il consiglio di amministrazione. Le società di capitali, le “corporates” nel mondo anglosassone sono, infatti, dirette e governate da “board”. Il modo di intendere le istituzioni del Presidente Trump, inclusa la stessa Presidenza degli Stati Uniti, appare ben poco “istituzionale”. Trump non ama tutto ciò che ha rilevanza pubblicistica, a cominciare da istruzione e sanità pubbliche e, dal punto di vista culturale prima ancora che politico, propone o impone una visione dei rapporti e delle azioni (che dovrebbero essere) istituzionali basata sullo scambio. La cittadinanza americana concessa a chi è disposto a pagare, gli aiuti militari in cambio di risorse, la quota di ingresso e permanenza in una organizzazione internazionale, sono manifestazioni della proiezione della logica del “do ut des” in contesti che, per loro natura, dovrebbero, invece, esserne estranei. Fortunatamente, la nostra Costituzione è stata scritta da chi la pensava ben diversamente.
Il Presidente Carney a Davos, Mario Draghi nel discorso all’Università di Louvain e il Cancelliere tedesco Merz alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco hanno tracciato un quadro che evidenzia la rottura di un ordine politico ed economico globale che regnava dal secondo dopoguerra. Non è escluso che la frattura sia ancora più profonda e che riguardi il modo di concepire la natura, prima ancora che gli equilibri, delle relazioni internazionali. Oggi, c’è chi pensa che tutto possa essere oggetto di commercio, ma chi ha scritto e ci ha lasciato la Costituzione sapeva che la pace non si compra e non si vende, ma si persegue, insieme, nel rispetto reciproco.
Gaza, un consiglio di amministrazione per realizzare la pace?
01 marzo 2026
Cuneo
(foto Ansa/Sir)
Il 19 febbraio, presso il Donald J. Trump Institute of Peace di Washington (già United States Institute of Peace e recentemente ribattezzato con il nome del tycoon), il Presidente Trump ha presieduto la prima riunione del Board of Peace; sulla carta, il neonato “Board” si presenta come una organizzazione internazionale con lo scopo di promuovere la stabilità e assicurare una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti.
Come scritto nello statuto, del Board of Peace fanno parte, per tre anni, gli Stati invitati dal suo Presidente (“Chairman”). Il termine di decadenza triennale non varrà per i membri che avranno versato più di un miliardo di dollari entro un anno dall’entrata in vigore dello statuto (ferma restando la possibilità di esclusione, a discrezione del Chairman, limitata solamente dalla possibilità di un veto esercitabile dai due terzi dei membri). Tra i Paesi che, ad oggi, hanno aderito all’invito di Trump (Chairman a tempo indeterminato, anche oltre la fine del mandato presidenziale statunitense) si leggono i nomi di Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Turchia, Israele, Bielorussia, Qatar e Pakistan. Tra gli Stati dell’Unione Europea, l’unico presente alla prima riunione è stata l’Ungheria di un entusiasta Presidente Orbàn. Il Vaticano ha declinato l’invito che, invece, è stato revocato al Canada in seguito al dicorso del Presidente Carney a Davos, i cui contenuti non sono piaciuti a Trump. L’Italia ha presenziato alla riunione come osservatore per i dubbi sulla compatibilità con la nostra Costituzione di una eventuale partecipazione italiana. In effetti, la carta costituzionale è molto chiara nell’individuare i presupposti per l’adesione a organizzazioni internazionali. Si legge, infatti, all’articolo 11 che l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni e promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Pare evidente la differenza tra l’adesione alle Nazioni Unite (pienamente legittima sotto il profilo costituzionale) e l’eventuale partecipazione a una specie di club a invito, con tanto di “quota di ingresso” e di permanenza, a gestione espressamente personalistica e dai fini e dalle modalità di azione tutte da chiarire.
Il nome adottato, del resto, è di per sé rivelativo di un modo di intendere le istituzioni e le relazioni internazionali che non hanno nulla a che fare con i principi ispiratori del nostro ordinamento giuridico. La parola “board”, infatti, indica un organismo collegiale in senso teoricamente generico ma è comunemente adottato nelle società commerciali per indicare il consiglio di amministrazione. Le società di capitali, le “corporates” nel mondo anglosassone sono, infatti, dirette e governate da “board”. Il modo di intendere le istituzioni del Presidente Trump, inclusa la stessa Presidenza degli Stati Uniti, appare ben poco “istituzionale”. Trump non ama tutto ciò che ha rilevanza pubblicistica, a cominciare da istruzione e sanità pubbliche e, dal punto di vista culturale prima ancora che politico, propone o impone una visione dei rapporti e delle azioni (che dovrebbero essere) istituzionali basata sullo scambio. La cittadinanza americana concessa a chi è disposto a pagare, gli aiuti militari in cambio di risorse, la quota di ingresso e permanenza in una organizzazione internazionale, sono manifestazioni della proiezione della logica del “do ut des” in contesti che, per loro natura, dovrebbero, invece, esserne estranei. Fortunatamente, la nostra Costituzione è stata scritta da chi la pensava ben diversamente.
Il Presidente Carney a Davos, Mario Draghi nel discorso all’Università di Louvain e il Cancelliere tedesco Merz alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco hanno tracciato un quadro che evidenzia la rottura di un ordine politico ed economico globale che regnava dal secondo dopoguerra. Non è escluso che la frattura sia ancora più profonda e che riguardi il modo di concepire la natura, prima ancora che gli equilibri, delle relazioni internazionali. Oggi, c’è chi pensa che tutto possa essere oggetto di commercio, ma chi ha scritto e ci ha lasciato la Costituzione sapeva che la pace non si compra e non si vende, ma si persegue, insieme, nel rispetto reciproco.