editoriale

Se la vita di un prete diventa umanamente insostenibile, qualcosa di grave è accaduto nella modalità di gestire quel servizio

22 febbraio 2026

Cuneo

Rosario su Bibbia (foto Pixabay) (foto Pixabay) Di don Alberto Ravagnani abbiamo sentito parlare tutti, anche quelli che non hanno visto i suoi video. Che abbia scelto di lasciare il ministero anche si sa. Non intendo commentare la sua scelta, perché non sarebbe corretto, dal momento che non posso certo dire di conoscerlo, nonché perché sarebbe di cattivo gusto, essendomi trovato molti anni fa in una situazione simile alla sua. Ma tanto nel suo ministero, quanto, a margine, nelle argomentazioni che hanno accompagnato la sua scelta e nelle reazioni di chi lo ha ascoltato sono tornate con un’insistenza notevole temi che sono stati anche visivamente simboleggiati nel suo presentarsi quasi sempre in abito ecclesiastico, ovviamente dismesso dopo la comunicazione della decisione. È chiaro che l’abito ecclesiastico era dovuto e quindi più o meno scontato, ma il passaggio non può non aver suggestionato. E le argomentazioni che tornavano riguardavano qualcosa che mi suonava simile: l’insistenza sulla adorazione eucaristica, su un certo “distacco” della fede dalla quotidianità umana. Se vogliamo, lo si coglie anche nel fatto che sia normale riferirsi a una persona con il nome di battesimo preceduto dal “don” che poi improvvisamente va tolto (con i laureati il “dottore” è riservato a contesti ufficiali, e davanti al cognome). Questo distacco della fede dalla quotidianità era probabilmente ciò che mi lasciava un retrogusto strano dalla fruizione dei contenuti tecnicamente avvincenti di Alberto Ravagnani. Come se (è espressione sua) stesse cercando di veicolare contenuti vecchi in forme nuove, «vino nuovo in otri vecchi» (Lc 5,37-39), perdendo sia gli otri che il vino, aveva detto Gesù. In effetti alcune pratiche religiose, che possono essere soggettivamente preziose e decisamente fruttuose qualora le si viva in autenticità, possono d’altra parte orientare verso una modalità di relazione con Dio fuorviante. L’adorazione, ossia la contemplazione di ciò che, propriamente, dovrei celebrare (l’eucaristia), o la pratica di un rosario, che raggiunge la meditazione attraverso la ripetizione, sono modi di preghiera preziosi, ma lontanissimi dal nostro mondo. Davvero possono essere un modo di introdurre al mistero, o non finiscono con il diventare qualcosa che “facciamo”, di strano e straniante rispetto alla nostra vita, per avvicinarci a Dio? Ma proprio il testo evangelico che abbiamo risentito in questi giorni di settimana delle Ceneri ci segnala il cuore del messaggio di Gesù, quello che secondo il vangelo di Marco si direbbe sia tutto l’annuncio: «Il regno di Dio si è avvicinato: cambiate modo di pensare e credete alla bella notizia» (Mc 1,15). Che l’uomo debba faticare per avvicinarsi a Dio è modalità consueta per tutta l’umanità. Siamo abituati a pensare che le cose belle dobbiamo conquistarcele. Poi, in effetti, se pensiamo alle relazioni più profonde della nostra vita, spesso dobbiamo ammettere che magari ci abbiamo anche lavorato, ma in ultimo sono un regalo. E quello che dice Gesù è simile: non siete voi a dovervelo conquistare, perché è stato lui ad avvicinarsi a voi. Per questo bisogna cambiare modo di pensare (che è il senso di partenza del “convertirsi”, del cambiare direzione come in una inversione a U), perché dobbiamo ammettere che non siamo noi a dover abbandonare l’umanità per trovare Dio, ma lasciare che sia lui a entrare nella nostra umanità. È questa la bella notizia, quell’annuncio liberante che è il “vangelo”, parola utilizzata in quei tempi per indicare l’annuncio di un araldo che, magari per l’ascesa al trono di un nuovo re, proclamava la liberazione dei carcerati, il condono dei debiti e banchetti pubblici gratuiti, ossia una gran festa di nuova libertà. La sfida evangelica dovrebbe essere quella di far cogliere che il messaggio di Gesù non ci impone nuovi carichi, ma libera il nostro desiderio di vita autentica, entra nella nostra umanità donandole senso, e non stravolgendola se non in ciò che aveva di disumanizzante. Uno stile di vita che dovrebbe poter entrare nei nostri stili, valorizzando ciò che è profondamente umano. In un tempo come il nostro in cui i giovani hanno ripreso a valorizzare molto lo scritto (molto più di quanto ammettiamo noi anziani), perché ad esempio non riconcentrarci proprio sulla Scrittura? In un contesto giovanile tanto infastidito dalle forme, perché non incentrarci non sui riti ma sul dono di sé? Una dimensione non nega l’altra, ma si coglie a volte il rischio di partire dalla fine. Che non si debba cercare Dio fuori dalla nostra umanità continua ad essere una sorpresa per noi cristiani persino dopo duemila anni, e verrebbe da dirsi che se la vita di un prete diventa umanamente insostenibile, qualcosa di grave è accaduto nella modalità di gestire quel servizio. Ma si tratterebbe di un altro tema, da trattare in separata sede.
Dio Vangelo Alberto Ravagnani prete-influencer

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