(Foto Ansa/Agensir)
La politica migratoria dell’Unione Europea, per quanto di politica pienamente comune non si tratti, ha negli ultimi anni preso sempre più la via non solo della chiusura, ma anche dell’esternalizzazione, strategia finalizzata a spostare il controllo dei flussi migratori al di fuori dei propri confini geografici. Invece di gestire i migranti quando arrivano alla frontiera europea, l’UE stringe accordi con i Paesi di origine o di transito affinché siano loro a bloccarli prima che partano o che entrino in acque internazionali.
È esattamente questo che avviene (ormai da quasi 10 anni) tra Italia e Libia, con il sostegno comunitario. Il primo Memorandum Italia-Libia, firmato nel 2017 dal governo Gentiloni e da allora sempre rinnovato, prevede che l’Italia si impegni a fornire supporto tecnico e tecnologico alla cosiddetta Guardia Costiera libica, con l’obiettivo di intercettare i migranti in mare e riportarli indietro in territorio libico. Questo sistema è stato pensato per aggirare la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 2012, che vieterebbe i respingimenti verso la Libia, la quale non è considerata un “porto sicuro” ed è denunciata da molte ONG operanti nel settore e dalle stesse Nazioni Unite per la violazione dei diritti umani, in quanto luogo di torture, stupri e schiavitù documentati.
Sebbene il Memorandum sia bilaterale (Italia-Libia), l’UE sostiene economicamente questa strategia attraverso vari canali: fondi fiduciari, il supporto di Frontex e, di recente, anche con i fondi dello European Peace Facility per la cooperazione con le autorità della Cirenaica. Questo ultimo punto, in particolare, ha attirato l’attenzione mediatica e pubblica nelle ultime settimane: il governo italiano, con il sostegno finanziario della Commissione europea, starebbe lavorando per realizzare un “Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo” anche a Bengasi, nella Libia orientale controllata dal generale Khalifa Haftar, già noto criminale di guerra e trafficante, replicando il sistema già operativo a Tripoli dal 2017. Per quanto il nome possa trarre in inganno, non si tratta di una struttura dedicata al salvataggio, ma di una sala operativa per coordinare le operazioni di intercettazione e cattura in mare delle persone in fuga da parte della cosiddetta Guardia costiera libica. Questo sistema ha consentito negli anni il respingimento indiretto e la deportazione di decine di migliaia di persone verso la Libia, in violazione dei diritti umani fondamentali.
Secondo quanto emerso da un’indagine del giornalista tedesco Matthias Monroy del quotidiano “Neues Deutschland”, questo nuovo centro verrà realizzato su iniziativa italiana (che sosterrà la maggior parte dei costi operativi e infrastrutturali) attraverso la missione militare europea IRINI. Sorgerà in un’area controllata da apparati militari accusati di crimini di guerra, torture e violenze sistematiche contro migranti e rifugiati, tra cui la brigata Tareq Ben Zayed. Invece di potenziare le attività di ricerca e soccorso, anche con l’impiego dei mezzi navali militari della missione IRINI, e di lavorare per una politica migratoria che sia strutturata e fondata sul valore della solidarietà (tra Stati membri e tra esseri umani), l’UE e l’Italia rispondono con nuove infrastrutture di esternalizzazione delle frontiere, che continuano a produrre (lontano dagli occhi e lontano dal cuore) morte, torture e violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo.
editoriale
(Foto Ansa/Agensir)
La politica migratoria dell’Unione Europea, per quanto di politica pienamente comune non si tratti, ha negli ultimi anni preso sempre più la via non solo della chiusura, ma anche dell’esternalizzazione, strategia finalizzata a spostare il controllo dei flussi migratori al di fuori dei propri confini geografici. Invece di gestire i migranti quando arrivano alla frontiera europea, l’UE stringe accordi con i Paesi di origine o di transito affinché siano loro a bloccarli prima che partano o che entrino in acque internazionali.
È esattamente questo che avviene (ormai da quasi 10 anni) tra Italia e Libia, con il sostegno comunitario. Il primo Memorandum Italia-Libia, firmato nel 2017 dal governo Gentiloni e da allora sempre rinnovato, prevede che l’Italia si impegni a fornire supporto tecnico e tecnologico alla cosiddetta Guardia Costiera libica, con l’obiettivo di intercettare i migranti in mare e riportarli indietro in territorio libico. Questo sistema è stato pensato per aggirare la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 2012, che vieterebbe i respingimenti verso la Libia, la quale non è considerata un “porto sicuro” ed è denunciata da molte ONG operanti nel settore e dalle stesse Nazioni Unite per la violazione dei diritti umani, in quanto luogo di torture, stupri e schiavitù documentati.
Sebbene il Memorandum sia bilaterale (Italia-Libia), l’UE sostiene economicamente questa strategia attraverso vari canali: fondi fiduciari, il supporto di Frontex e, di recente, anche con i fondi dello European Peace Facility per la cooperazione con le autorità della Cirenaica. Questo ultimo punto, in particolare, ha attirato l’attenzione mediatica e pubblica nelle ultime settimane: il governo italiano, con il sostegno finanziario della Commissione europea, starebbe lavorando per realizzare un “Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo” anche a Bengasi, nella Libia orientale controllata dal generale Khalifa Haftar, già noto criminale di guerra e trafficante, replicando il sistema già operativo a Tripoli dal 2017. Per quanto il nome possa trarre in inganno, non si tratta di una struttura dedicata al salvataggio, ma di una sala operativa per coordinare le operazioni di intercettazione e cattura in mare delle persone in fuga da parte della cosiddetta Guardia costiera libica. Questo sistema ha consentito negli anni il respingimento indiretto e la deportazione di decine di migliaia di persone verso la Libia, in violazione dei diritti umani fondamentali.
Secondo quanto emerso da un’indagine del giornalista tedesco Matthias Monroy del quotidiano “Neues Deutschland”, questo nuovo centro verrà realizzato su iniziativa italiana (che sosterrà la maggior parte dei costi operativi e infrastrutturali) attraverso la missione militare europea IRINI. Sorgerà in un’area controllata da apparati militari accusati di crimini di guerra, torture e violenze sistematiche contro migranti e rifugiati, tra cui la brigata Tareq Ben Zayed. Invece di potenziare le attività di ricerca e soccorso, anche con l’impiego dei mezzi navali militari della missione IRINI, e di lavorare per una politica migratoria che sia strutturata e fondata sul valore della solidarietà (tra Stati membri e tra esseri umani), l’UE e l’Italia rispondono con nuove infrastrutture di esternalizzazione delle frontiere, che continuano a produrre (lontano dagli occhi e lontano dal cuore) morte, torture e violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo.
Esternalizzazione delle frontiere UE e gli accordi con la Libia
14 febbraio 2026
Cuneo
(Foto Ansa/Agensir)
La politica migratoria dell’Unione Europea, per quanto di politica pienamente comune non si tratti, ha negli ultimi anni preso sempre più la via non solo della chiusura, ma anche dell’esternalizzazione, strategia finalizzata a spostare il controllo dei flussi migratori al di fuori dei propri confini geografici. Invece di gestire i migranti quando arrivano alla frontiera europea, l’UE stringe accordi con i Paesi di origine o di transito affinché siano loro a bloccarli prima che partano o che entrino in acque internazionali.
È esattamente questo che avviene (ormai da quasi 10 anni) tra Italia e Libia, con il sostegno comunitario. Il primo Memorandum Italia-Libia, firmato nel 2017 dal governo Gentiloni e da allora sempre rinnovato, prevede che l’Italia si impegni a fornire supporto tecnico e tecnologico alla cosiddetta Guardia Costiera libica, con l’obiettivo di intercettare i migranti in mare e riportarli indietro in territorio libico. Questo sistema è stato pensato per aggirare la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 2012, che vieterebbe i respingimenti verso la Libia, la quale non è considerata un “porto sicuro” ed è denunciata da molte ONG operanti nel settore e dalle stesse Nazioni Unite per la violazione dei diritti umani, in quanto luogo di torture, stupri e schiavitù documentati.
Sebbene il Memorandum sia bilaterale (Italia-Libia), l’UE sostiene economicamente questa strategia attraverso vari canali: fondi fiduciari, il supporto di Frontex e, di recente, anche con i fondi dello European Peace Facility per la cooperazione con le autorità della Cirenaica. Questo ultimo punto, in particolare, ha attirato l’attenzione mediatica e pubblica nelle ultime settimane: il governo italiano, con il sostegno finanziario della Commissione europea, starebbe lavorando per realizzare un “Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo” anche a Bengasi, nella Libia orientale controllata dal generale Khalifa Haftar, già noto criminale di guerra e trafficante, replicando il sistema già operativo a Tripoli dal 2017. Per quanto il nome possa trarre in inganno, non si tratta di una struttura dedicata al salvataggio, ma di una sala operativa per coordinare le operazioni di intercettazione e cattura in mare delle persone in fuga da parte della cosiddetta Guardia costiera libica. Questo sistema ha consentito negli anni il respingimento indiretto e la deportazione di decine di migliaia di persone verso la Libia, in violazione dei diritti umani fondamentali.
Secondo quanto emerso da un’indagine del giornalista tedesco Matthias Monroy del quotidiano “Neues Deutschland”, questo nuovo centro verrà realizzato su iniziativa italiana (che sosterrà la maggior parte dei costi operativi e infrastrutturali) attraverso la missione militare europea IRINI. Sorgerà in un’area controllata da apparati militari accusati di crimini di guerra, torture e violenze sistematiche contro migranti e rifugiati, tra cui la brigata Tareq Ben Zayed. Invece di potenziare le attività di ricerca e soccorso, anche con l’impiego dei mezzi navali militari della missione IRINI, e di lavorare per una politica migratoria che sia strutturata e fondata sul valore della solidarietà (tra Stati membri e tra esseri umani), l’UE e l’Italia rispondono con nuove infrastrutture di esternalizzazione delle frontiere, che continuano a produrre (lontano dagli occhi e lontano dal cuore) morte, torture e violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo.