(foto Pixabay)
“Dobbiamo proteggere i più giovani dal Selvaggio West digitale. I social media sono diventati uno Stato fallito, dove si ignorano le leggi e si tollerano i reati”.
È la motivazione con la quale il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, ha annunciato l’intenzione della Spagna di vietare l’uso dei social fino a 16 anni. Un limite che l’Australia ha già introdotto mentre Regno Unito, Francia e Portogallo hanno avviato il percorso. In Italia per ora non c’è traccia di un dibattito politico serio sulla materia.
Ma perché vietare? Studi scientifici ampi e consolidati, documentano come i social espongano quotidianamente bambini e adolescenti a contenuti violenti, sessuali o pornografici, favoriscano odio, bullismo, abusi e manipolazioni, e possano dare dipendenza psicologica e sociale. Con conseguenze negative sull’autostima, sulla propria immagine corporea, sulla capacità di concentrazione e sul sonno, aumento di ansia o depressione nei giovanissimi. Ma l’intento non è solo di vietare. Dietro questa proposta ci sono questioni più complesse e importanti, come la necessità di verifiche affidabili dell’età di chi accede ai social, l’autenticità dei profili di accesso (spesso i nomi sono falsi, rendendo non identificabili gli autori di post, immagini e commenti). E c’è soprattutto la volontà, più che condivisibile, di caricare di responsabilità legale chi possiede e gestisce le piattaforme (Facebook, Instagram, X, TikTok).
Quello che quasi tutti ignorano infatti, è che se su un giornale (come La Guida) viene pubblicata una notizia falsa o diffamatoria, a risponderne sia in sede penale che civile sono l’autore dell’articolo, il direttore del giornale (per omesso controllo) e l’editore. Della stessa diffamazione su un social risponde soltanto l’autore. La piattaforma, equiparabile all’editore, se ne lava bellamente le mani. La legge non le imputa alcuna responsabilità, se non la richiesta di rimuovere la notizia quando palesemente diffamatoria.
A partire dal 2024 con la Normativa sui servizi digitali (Digital Services Act), l’Unione Europea, sta introducendo regole che aumentano la responsabilità legale delle piattaforme per i contenuti che ospitano, ma non le caricano di responsabilità automatica completa, come accade invece per giornali e mezzi di comunicazione registrati in Italia e in Europa.
Quelle piattaforme, ad eccezione di TikTok che è cinese, appartengono tutte alle più ricche società del pianeta, di cui conosciamo anche i miliardari che le hanno fondate e le guidano, Musk e Zuckerberg su tutti. E queste piattaforme, che rispondono al diritto americano, si ritengono poteri sovrastatali che non devono sottostare alle leggi né alle tasse di nessuno dei paesi dove vendono le loro merci, e sono piuttosto restie a tutte le regole se non a quella del più forte. Quella che fa parlare Sanchez di “Selvaggio West digitale”. Mettere regole e responsabilità, significa quindi opporsi ai colossi americani. L’Ue e alcuni stati europei si stanno muovendo in questa direzione, facendo infuriare gli amministratori delegati delle proprietà delle piattaforme. E all’iniziativa di vietare i social ai minori di 16 anni, Musk non ha trovato di meglio che accusare i paesi europei di tirannia, censura, mancanza di trasparenza e di volontà di limitare le libertà digitali.
La battaglia sarà lunga, la speranza è che l’Unione Europea e gli Stati che hanno avuto il coraggio di introdurre norme e regole per opporsi all’arrogante legge del più forte, abbiano la determinazione a proseguire su questa strada.
Se liberati dall’anonimato, caricati delle responsabilità legali autori e piattaforme, i social possono diventare un importante, affidabile e democratico strumento di informazione.
editoriale
(foto Pixabay)
“Dobbiamo proteggere i più giovani dal Selvaggio West digitale. I social media sono diventati uno Stato fallito, dove si ignorano le leggi e si tollerano i reati”.
È la motivazione con la quale il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, ha annunciato l’intenzione della Spagna di vietare l’uso dei social fino a 16 anni. Un limite che l’Australia ha già introdotto mentre Regno Unito, Francia e Portogallo hanno avviato il percorso. In Italia per ora non c’è traccia di un dibattito politico serio sulla materia.
Ma perché vietare? Studi scientifici ampi e consolidati, documentano come i social espongano quotidianamente bambini e adolescenti a contenuti violenti, sessuali o pornografici, favoriscano odio, bullismo, abusi e manipolazioni, e possano dare dipendenza psicologica e sociale. Con conseguenze negative sull’autostima, sulla propria immagine corporea, sulla capacità di concentrazione e sul sonno, aumento di ansia o depressione nei giovanissimi. Ma l’intento non è solo di vietare. Dietro questa proposta ci sono questioni più complesse e importanti, come la necessità di verifiche affidabili dell’età di chi accede ai social, l’autenticità dei profili di accesso (spesso i nomi sono falsi, rendendo non identificabili gli autori di post, immagini e commenti). E c’è soprattutto la volontà, più che condivisibile, di caricare di responsabilità legale chi possiede e gestisce le piattaforme (Facebook, Instagram, X, TikTok).
Quello che quasi tutti ignorano infatti, è che se su un giornale (come La Guida) viene pubblicata una notizia falsa o diffamatoria, a risponderne sia in sede penale che civile sono l’autore dell’articolo, il direttore del giornale (per omesso controllo) e l’editore. Della stessa diffamazione su un social risponde soltanto l’autore. La piattaforma, equiparabile all’editore, se ne lava bellamente le mani. La legge non le imputa alcuna responsabilità, se non la richiesta di rimuovere la notizia quando palesemente diffamatoria.
A partire dal 2024 con la Normativa sui servizi digitali (Digital Services Act), l’Unione Europea, sta introducendo regole che aumentano la responsabilità legale delle piattaforme per i contenuti che ospitano, ma non le caricano di responsabilità automatica completa, come accade invece per giornali e mezzi di comunicazione registrati in Italia e in Europa.
Quelle piattaforme, ad eccezione di TikTok che è cinese, appartengono tutte alle più ricche società del pianeta, di cui conosciamo anche i miliardari che le hanno fondate e le guidano, Musk e Zuckerberg su tutti. E queste piattaforme, che rispondono al diritto americano, si ritengono poteri sovrastatali che non devono sottostare alle leggi né alle tasse di nessuno dei paesi dove vendono le loro merci, e sono piuttosto restie a tutte le regole se non a quella del più forte. Quella che fa parlare Sanchez di “Selvaggio West digitale”. Mettere regole e responsabilità, significa quindi opporsi ai colossi americani. L’Ue e alcuni stati europei si stanno muovendo in questa direzione, facendo infuriare gli amministratori delegati delle proprietà delle piattaforme. E all’iniziativa di vietare i social ai minori di 16 anni, Musk non ha trovato di meglio che accusare i paesi europei di tirannia, censura, mancanza di trasparenza e di volontà di limitare le libertà digitali.
La battaglia sarà lunga, la speranza è che l’Unione Europea e gli Stati che hanno avuto il coraggio di introdurre norme e regole per opporsi all’arrogante legge del più forte, abbiano la determinazione a proseguire su questa strada.
Se liberati dall’anonimato, caricati delle responsabilità legali autori e piattaforme, i social possono diventare un importante, affidabile e democratico strumento di informazione.
Diffamazione sui social: di chi le responsabilità?
14 febbraio 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
“Dobbiamo proteggere i più giovani dal Selvaggio West digitale. I social media sono diventati uno Stato fallito, dove si ignorano le leggi e si tollerano i reati”.
È la motivazione con la quale il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, ha annunciato l’intenzione della Spagna di vietare l’uso dei social fino a 16 anni. Un limite che l’Australia ha già introdotto mentre Regno Unito, Francia e Portogallo hanno avviato il percorso. In Italia per ora non c’è traccia di un dibattito politico serio sulla materia.
Ma perché vietare? Studi scientifici ampi e consolidati, documentano come i social espongano quotidianamente bambini e adolescenti a contenuti violenti, sessuali o pornografici, favoriscano odio, bullismo, abusi e manipolazioni, e possano dare dipendenza psicologica e sociale. Con conseguenze negative sull’autostima, sulla propria immagine corporea, sulla capacità di concentrazione e sul sonno, aumento di ansia o depressione nei giovanissimi. Ma l’intento non è solo di vietare. Dietro questa proposta ci sono questioni più complesse e importanti, come la necessità di verifiche affidabili dell’età di chi accede ai social, l’autenticità dei profili di accesso (spesso i nomi sono falsi, rendendo non identificabili gli autori di post, immagini e commenti). E c’è soprattutto la volontà, più che condivisibile, di caricare di responsabilità legale chi possiede e gestisce le piattaforme (Facebook, Instagram, X, TikTok).
Quello che quasi tutti ignorano infatti, è che se su un giornale (come La Guida) viene pubblicata una notizia falsa o diffamatoria, a risponderne sia in sede penale che civile sono l’autore dell’articolo, il direttore del giornale (per omesso controllo) e l’editore. Della stessa diffamazione su un social risponde soltanto l’autore. La piattaforma, equiparabile all’editore, se ne lava bellamente le mani. La legge non le imputa alcuna responsabilità, se non la richiesta di rimuovere la notizia quando palesemente diffamatoria.
A partire dal 2024 con la Normativa sui servizi digitali (Digital Services Act), l’Unione Europea, sta introducendo regole che aumentano la responsabilità legale delle piattaforme per i contenuti che ospitano, ma non le caricano di responsabilità automatica completa, come accade invece per giornali e mezzi di comunicazione registrati in Italia e in Europa.
Quelle piattaforme, ad eccezione di TikTok che è cinese, appartengono tutte alle più ricche società del pianeta, di cui conosciamo anche i miliardari che le hanno fondate e le guidano, Musk e Zuckerberg su tutti. E queste piattaforme, che rispondono al diritto americano, si ritengono poteri sovrastatali che non devono sottostare alle leggi né alle tasse di nessuno dei paesi dove vendono le loro merci, e sono piuttosto restie a tutte le regole se non a quella del più forte. Quella che fa parlare Sanchez di “Selvaggio West digitale”. Mettere regole e responsabilità, significa quindi opporsi ai colossi americani. L’Ue e alcuni stati europei si stanno muovendo in questa direzione, facendo infuriare gli amministratori delegati delle proprietà delle piattaforme. E all’iniziativa di vietare i social ai minori di 16 anni, Musk non ha trovato di meglio che accusare i paesi europei di tirannia, censura, mancanza di trasparenza e di volontà di limitare le libertà digitali.
La battaglia sarà lunga, la speranza è che l’Unione Europea e gli Stati che hanno avuto il coraggio di introdurre norme e regole per opporsi all’arrogante legge del più forte, abbiano la determinazione a proseguire su questa strada.
Se liberati dall’anonimato, caricati delle responsabilità legali autori e piattaforme, i social possono diventare un importante, affidabile e democratico strumento di informazione.