Pare quasi che esista una legge non scritta per la quale, quanto più un tema è delicato e merita riflessioni pacate, tanto più si tende ad alzare i toni e a trascurare il merito della questione.
Dicono gli esperti che questo è l’effetto della polarizzazione del dibattito pubblico e politico e cioè l’esito della tensione dei due (o più) poli del confronto, sempre più distanti e meno dialoganti. Per certi aspetti, però, parrebbe che l’oblio del merito delle questioni sia la causa delle divisioni, e non il suo effetto.
Se si perde di vista quello di cui si discute, infatti, è molto più semplice e rassicurante ragionare per appartenenze. In molti hanno, giustamente, condannato l’iniziativa di una associazione giovanile studentesca interessata, tra le altre cose, a sapere se, nelle nostre scuole, ci siano insegnanti “di sinistra” dediti alla “propaganda” durante le lezioni. Non si capisce, a tale riguardo, se il problema ravvisato da chi ha proposto l’iniziativa stia nel fatto che ci siano insegnanti che fanno “propaganda” oppure se, come pare, che questa venga proposta da insegnanti “di sinistra”. In altri termini, viene da chiedersi se il problema stia nella propaganda in classe in quanto tale oppure solo in quella da parte di chi esprime posizioni critiche rispetto a quelle governative.
Ribadito, come è stato detto e scritto da molti, che la nostra Costituzione garantisce la libertà di insegnamento e che iniziative di questo tipo richiamano pagine della nostra storia che nessuno rimpiange, lascia perplessi la natura del problema sollevato attraverso il volantino.
Sarebbe stata molto più interessante, infatti, una domanda volta a capire se i temi proposti dagli insegnanti (di destra, di sinistra o di centro che siano) siano ritenuti stimolanti dagli allievi e se le lezioni consentano uno scambio libero e costruttivo tra chi ha opinioni differenti ed esprime sensibilità diverse.
L’elaborazione di un pensiero argomentato e critico, infatti, presuppone il confronto con chi la pensa in modo diverso e l’educazione al rispetto degli altri e delle idee che non si condividono è alla base di ogni società democratica. La vera questione, quindi, non riguarda l’appartenenza o la sensibilità personale dell’interlocutore, ma il merito di quello che viene detto, come viene argomentato e quanto chi si esprime è disposto ad ascoltare chi la pensa diversamente.
Siamo, è vero, la terra di Guelfi e Ghibellini, Montecchi e Capuleti, Coppi e Bartali e via discorrendo. I dualismi ci piacciono, ma quello che oggi dobbiamo decidere, prima di tutto, è se andare avanti oppure rimanere fermi al palo. La complessità della realtà odierna non può essere compresa attraverso le etichettature, che non aiutano a crescere né culturalmente, né socialmente.
A volere essere provocatori, inoltre, si potrebbe aggiungere che una autentica crescita intellettuale non si concilia con ipocrisie che non rendono giustizia a nessuno. È evidente, infatti, che ogni persona che si pone delle domande ha anche le proprie opinioni sui grandi e sui piccoli temi. Viene da chiedersi quindi, se non sia meglio che emerga il pensiero di ognuno, insegnanti inclusi (se ciò avviene, come è ovvio, nel rispetto del proprio ruolo, di quello di chi ascolta e, ancora una volta, nella disponibilità al dialogo), piuttosto che trincerarsi dietro una algida quanto insincera imparzialità. Chi teme indottrinamenti dei giovani nelle nostre scuole, infatti, potrebbe anche considerare che una finta imparzialità può essere ben più insidiosa di una dichiarata presa di posizione.
Quel che pare indubbio, invece, è che domande come quelle delle quali si è discusso paiono non cogliere il bersaglio. In un dialogo educativo serio, infatti, è molto più interessante sapere se i punti di vista espressi dagli adulti stimolano il dibattito oppure lo appiattiscono. Per semplificare: anche (e, forse, soprattutto) un pensiero non condiviso può essere fecondo se induce alla riflessione, al dialogo e anche al confronto serrato, purché rispettoso.
Perché ciò capiti in classe, occorre un ambiente nel quale ragazzi consapevoli e adulti rispettosi e attenti all’ascolto si parlino guardandosi negli occhi. Tutto questo, però, richiede tempo, fiducia reciproca e relazioni educative autentiche.
editoriale
Pare quasi che esista una legge non scritta per la quale, quanto più un tema è delicato e merita riflessioni pacate, tanto più si tende ad alzare i toni e a trascurare il merito della questione.
Dicono gli esperti che questo è l’effetto della polarizzazione del dibattito pubblico e politico e cioè l’esito della tensione dei due (o più) poli del confronto, sempre più distanti e meno dialoganti. Per certi aspetti, però, parrebbe che l’oblio del merito delle questioni sia la causa delle divisioni, e non il suo effetto.
Se si perde di vista quello di cui si discute, infatti, è molto più semplice e rassicurante ragionare per appartenenze. In molti hanno, giustamente, condannato l’iniziativa di una associazione giovanile studentesca interessata, tra le altre cose, a sapere se, nelle nostre scuole, ci siano insegnanti “di sinistra” dediti alla “propaganda” durante le lezioni. Non si capisce, a tale riguardo, se il problema ravvisato da chi ha proposto l’iniziativa stia nel fatto che ci siano insegnanti che fanno “propaganda” oppure se, come pare, che questa venga proposta da insegnanti “di sinistra”. In altri termini, viene da chiedersi se il problema stia nella propaganda in classe in quanto tale oppure solo in quella da parte di chi esprime posizioni critiche rispetto a quelle governative.
Ribadito, come è stato detto e scritto da molti, che la nostra Costituzione garantisce la libertà di insegnamento e che iniziative di questo tipo richiamano pagine della nostra storia che nessuno rimpiange, lascia perplessi la natura del problema sollevato attraverso il volantino.
Sarebbe stata molto più interessante, infatti, una domanda volta a capire se i temi proposti dagli insegnanti (di destra, di sinistra o di centro che siano) siano ritenuti stimolanti dagli allievi e se le lezioni consentano uno scambio libero e costruttivo tra chi ha opinioni differenti ed esprime sensibilità diverse.
L’elaborazione di un pensiero argomentato e critico, infatti, presuppone il confronto con chi la pensa in modo diverso e l’educazione al rispetto degli altri e delle idee che non si condividono è alla base di ogni società democratica. La vera questione, quindi, non riguarda l’appartenenza o la sensibilità personale dell’interlocutore, ma il merito di quello che viene detto, come viene argomentato e quanto chi si esprime è disposto ad ascoltare chi la pensa diversamente.
Siamo, è vero, la terra di Guelfi e Ghibellini, Montecchi e Capuleti, Coppi e Bartali e via discorrendo. I dualismi ci piacciono, ma quello che oggi dobbiamo decidere, prima di tutto, è se andare avanti oppure rimanere fermi al palo. La complessità della realtà odierna non può essere compresa attraverso le etichettature, che non aiutano a crescere né culturalmente, né socialmente.
A volere essere provocatori, inoltre, si potrebbe aggiungere che una autentica crescita intellettuale non si concilia con ipocrisie che non rendono giustizia a nessuno. È evidente, infatti, che ogni persona che si pone delle domande ha anche le proprie opinioni sui grandi e sui piccoli temi. Viene da chiedersi quindi, se non sia meglio che emerga il pensiero di ognuno, insegnanti inclusi (se ciò avviene, come è ovvio, nel rispetto del proprio ruolo, di quello di chi ascolta e, ancora una volta, nella disponibilità al dialogo), piuttosto che trincerarsi dietro una algida quanto insincera imparzialità. Chi teme indottrinamenti dei giovani nelle nostre scuole, infatti, potrebbe anche considerare che una finta imparzialità può essere ben più insidiosa di una dichiarata presa di posizione.
Quel che pare indubbio, invece, è che domande come quelle delle quali si è discusso paiono non cogliere il bersaglio. In un dialogo educativo serio, infatti, è molto più interessante sapere se i punti di vista espressi dagli adulti stimolano il dibattito oppure lo appiattiscono. Per semplificare: anche (e, forse, soprattutto) un pensiero non condiviso può essere fecondo se induce alla riflessione, al dialogo e anche al confronto serrato, purché rispettoso.
Perché ciò capiti in classe, occorre un ambiente nel quale ragazzi consapevoli e adulti rispettosi e attenti all’ascolto si parlino guardandosi negli occhi. Tutto questo, però, richiede tempo, fiducia reciproca e relazioni educative autentiche.
Insegnanti accusati di “propaganda” e l’intelligenza del dialogo educativo
08 febbraio 2026
Cuneo
Pare quasi che esista una legge non scritta per la quale, quanto più un tema è delicato e merita riflessioni pacate, tanto più si tende ad alzare i toni e a trascurare il merito della questione.
Dicono gli esperti che questo è l’effetto della polarizzazione del dibattito pubblico e politico e cioè l’esito della tensione dei due (o più) poli del confronto, sempre più distanti e meno dialoganti. Per certi aspetti, però, parrebbe che l’oblio del merito delle questioni sia la causa delle divisioni, e non il suo effetto.
Se si perde di vista quello di cui si discute, infatti, è molto più semplice e rassicurante ragionare per appartenenze. In molti hanno, giustamente, condannato l’iniziativa di una associazione giovanile studentesca interessata, tra le altre cose, a sapere se, nelle nostre scuole, ci siano insegnanti “di sinistra” dediti alla “propaganda” durante le lezioni. Non si capisce, a tale riguardo, se il problema ravvisato da chi ha proposto l’iniziativa stia nel fatto che ci siano insegnanti che fanno “propaganda” oppure se, come pare, che questa venga proposta da insegnanti “di sinistra”. In altri termini, viene da chiedersi se il problema stia nella propaganda in classe in quanto tale oppure solo in quella da parte di chi esprime posizioni critiche rispetto a quelle governative.
Ribadito, come è stato detto e scritto da molti, che la nostra Costituzione garantisce la libertà di insegnamento e che iniziative di questo tipo richiamano pagine della nostra storia che nessuno rimpiange, lascia perplessi la natura del problema sollevato attraverso il volantino.
Sarebbe stata molto più interessante, infatti, una domanda volta a capire se i temi proposti dagli insegnanti (di destra, di sinistra o di centro che siano) siano ritenuti stimolanti dagli allievi e se le lezioni consentano uno scambio libero e costruttivo tra chi ha opinioni differenti ed esprime sensibilità diverse.
L’elaborazione di un pensiero argomentato e critico, infatti, presuppone il confronto con chi la pensa in modo diverso e l’educazione al rispetto degli altri e delle idee che non si condividono è alla base di ogni società democratica. La vera questione, quindi, non riguarda l’appartenenza o la sensibilità personale dell’interlocutore, ma il merito di quello che viene detto, come viene argomentato e quanto chi si esprime è disposto ad ascoltare chi la pensa diversamente.
Siamo, è vero, la terra di Guelfi e Ghibellini, Montecchi e Capuleti, Coppi e Bartali e via discorrendo. I dualismi ci piacciono, ma quello che oggi dobbiamo decidere, prima di tutto, è se andare avanti oppure rimanere fermi al palo. La complessità della realtà odierna non può essere compresa attraverso le etichettature, che non aiutano a crescere né culturalmente, né socialmente.
A volere essere provocatori, inoltre, si potrebbe aggiungere che una autentica crescita intellettuale non si concilia con ipocrisie che non rendono giustizia a nessuno. È evidente, infatti, che ogni persona che si pone delle domande ha anche le proprie opinioni sui grandi e sui piccoli temi. Viene da chiedersi quindi, se non sia meglio che emerga il pensiero di ognuno, insegnanti inclusi (se ciò avviene, come è ovvio, nel rispetto del proprio ruolo, di quello di chi ascolta e, ancora una volta, nella disponibilità al dialogo), piuttosto che trincerarsi dietro una algida quanto insincera imparzialità. Chi teme indottrinamenti dei giovani nelle nostre scuole, infatti, potrebbe anche considerare che una finta imparzialità può essere ben più insidiosa di una dichiarata presa di posizione.
Quel che pare indubbio, invece, è che domande come quelle delle quali si è discusso paiono non cogliere il bersaglio. In un dialogo educativo serio, infatti, è molto più interessante sapere se i punti di vista espressi dagli adulti stimolano il dibattito oppure lo appiattiscono. Per semplificare: anche (e, forse, soprattutto) un pensiero non condiviso può essere fecondo se induce alla riflessione, al dialogo e anche al confronto serrato, purché rispettoso.
Perché ciò capiti in classe, occorre un ambiente nel quale ragazzi consapevoli e adulti rispettosi e attenti all’ascolto si parlino guardandosi negli occhi. Tutto questo, però, richiede tempo, fiducia reciproca e relazioni educative autentiche.