(foto Pixabay)
Da sempre l’uomo, come le altri specie viventi, deve far fronte a pericoli e rischi di vario genere, provenienti dall’ambiente naturale e da quello sociale. E si tratta sia di difficoltà presenti sia di rischi possibili e futuri.
Una società centrata sulla tecnologia, come quella attuale, amplia la gamma dei rischi con cui ci si deve confrontare, nel momento stesso in cui cerca di ridurli al minimo o pretende di azzerarli. Mentre in passato i rischi di fronte ai quali era utile attrezzarsi erano facilmente identificabili, ora la gamma di rischi potenziali è vasta e mutevole, per di più amplificata dallo spauracchio mediatico, e non è facile identificare a priori i rischi reali.
Questo ampliamento dei rischi potenziali,secondo il filosofo Hans Jonas, porta ad un intensificarsi delle paure. E così da un atteggiamento di prevenzione si passa ad uno di precauzione: vediamo ora la differenza e il diverso impatto psicologico dei due approcci.
La prevenzione implica l’individuazione dei rischi concreti e conosciuti, e di eventuali soluzioni e correttivi per tutelarsi e proteggersi da questi, ad esempio procurarsi gli pneumatici antineve per guidare sicuri quando la temperatura scende a zero.
L’atteggiamento di precauzione invece implica uno sguardo continuamente in allerta per anticipare ciò che potrebbe succedere, che essendo indefinito comporta la paura e ‘vigilanza ad ampio raggio’.
Ma questo non è un passaggio neutro dal punto di vista psicologico. Questo ci aiuta a notare come la diffusione dell’ansia e l’attuale aumento della spinta al controllo non dipendano solo dalle storie individuali e da variabili psicologiche, ma anche da una influenza sociale e da un condizionamento del contesto.
La complessità che caratterizza il vivere quotidiano incrementa anche aleatorietà e l’insicurezza. E qui si pone la distinzione tra pericolo e rischio: il pericolo genera paura e produce una reazione immediata e concreta rispetto alla causa che ha generato paura, che è una causa identificabile e quindi ‘contrastabile’ con azioni mirate, il rischio invece rappresenta una situazione di incertezza che provoca una reazione riflessa, cioè un pensiero pervasivo di paura. Tutto ciò ha una ricaduta anche sul tema della responsabilità, che, quando il rischio diventa esteso e potenziale la responsabilità da personale diventa generica, sfumata e anonima.
Cercare di prevedere l’imprevedibile porta ad aumentare il controllo, anche con meccanismi burocratici, e crea il moltiplicarsi dei bisogni assicurativi. La pretesa di tutelarsi il più possibile e di ideare protezioni in ogni ambito paradossalmente ci rende più fragili e porta ad un assottigliarsi delle responsabilità. Si diffonde uno sguardo vigile che crea l’illusione del controllo, come cura preventiva, ma che in realtà arriva a patologizzare ogni esperienza umana. “Nella misura in cui, rimuovendo il rischio, intendiamo assicurarci - mettere al riparo, chiuderci in noi stessi - diventiamo irresponsabili. Barattando la libertà con la sicurezza abbiamo generato irresponsabilità.” scrive il bioeticista Mario Vergani.
Tutto ciò porta un diffuso sentimento sociale di ansie e di inquietudine. La strategia di rendere calcolabile l’incalcolabile ha anche un altra conseguenza negativa: il rovesciamento degli istinti aggressivi dell’uomo verso l’interno, per cui si interiorizza il senso di colpa.
Il controllo diventa così una sorta di pensiero magico e onnipotente che in modo paradossale mina il bisogno che vorrebbe sostenere, cioè quello di sicurezza.
Per comprendere questo meccanismo, è utile ricordare che il bisogno di sicurezza può essere reale e soddisfatto solo quando va di pari passo, in modo direttamente proporzionale, con quello di esplorazione e libertà. E che per diventare adulto dentro e trovare una propria stabilità, per quanto mutevole e flessibile, è utile imparare ad abbracciare l’incertezza. Edgar Morin, il grande pensatore della complessità, sottolinea la dimensione dell’“irrimediabile incertezza della storia umana”. Egli scrive: “La conoscenza è una navigazione in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di incertezze”.
Il cosiddetto paradigma securitario, che implica un avvinghiarsi alle pretese certezze, diventa invece il principale nemico della reale sensazione di sicurezza radicata e duratura.
editoriale
(foto Pixabay)
Da sempre l’uomo, come le altri specie viventi, deve far fronte a pericoli e rischi di vario genere, provenienti dall’ambiente naturale e da quello sociale. E si tratta sia di difficoltà presenti sia di rischi possibili e futuri.
Una società centrata sulla tecnologia, come quella attuale, amplia la gamma dei rischi con cui ci si deve confrontare, nel momento stesso in cui cerca di ridurli al minimo o pretende di azzerarli. Mentre in passato i rischi di fronte ai quali era utile attrezzarsi erano facilmente identificabili, ora la gamma di rischi potenziali è vasta e mutevole, per di più amplificata dallo spauracchio mediatico, e non è facile identificare a priori i rischi reali.
Questo ampliamento dei rischi potenziali,secondo il filosofo Hans Jonas, porta ad un intensificarsi delle paure. E così da un atteggiamento di prevenzione si passa ad uno di precauzione: vediamo ora la differenza e il diverso impatto psicologico dei due approcci.
La prevenzione implica l’individuazione dei rischi concreti e conosciuti, e di eventuali soluzioni e correttivi per tutelarsi e proteggersi da questi, ad esempio procurarsi gli pneumatici antineve per guidare sicuri quando la temperatura scende a zero.
L’atteggiamento di precauzione invece implica uno sguardo continuamente in allerta per anticipare ciò che potrebbe succedere, che essendo indefinito comporta la paura e ‘vigilanza ad ampio raggio’.
Ma questo non è un passaggio neutro dal punto di vista psicologico. Questo ci aiuta a notare come la diffusione dell’ansia e l’attuale aumento della spinta al controllo non dipendano solo dalle storie individuali e da variabili psicologiche, ma anche da una influenza sociale e da un condizionamento del contesto.
La complessità che caratterizza il vivere quotidiano incrementa anche aleatorietà e l’insicurezza. E qui si pone la distinzione tra pericolo e rischio: il pericolo genera paura e produce una reazione immediata e concreta rispetto alla causa che ha generato paura, che è una causa identificabile e quindi ‘contrastabile’ con azioni mirate, il rischio invece rappresenta una situazione di incertezza che provoca una reazione riflessa, cioè un pensiero pervasivo di paura. Tutto ciò ha una ricaduta anche sul tema della responsabilità, che, quando il rischio diventa esteso e potenziale la responsabilità da personale diventa generica, sfumata e anonima.
Cercare di prevedere l’imprevedibile porta ad aumentare il controllo, anche con meccanismi burocratici, e crea il moltiplicarsi dei bisogni assicurativi. La pretesa di tutelarsi il più possibile e di ideare protezioni in ogni ambito paradossalmente ci rende più fragili e porta ad un assottigliarsi delle responsabilità. Si diffonde uno sguardo vigile che crea l’illusione del controllo, come cura preventiva, ma che in realtà arriva a patologizzare ogni esperienza umana. “Nella misura in cui, rimuovendo il rischio, intendiamo assicurarci - mettere al riparo, chiuderci in noi stessi - diventiamo irresponsabili. Barattando la libertà con la sicurezza abbiamo generato irresponsabilità.” scrive il bioeticista Mario Vergani.
Tutto ciò porta un diffuso sentimento sociale di ansie e di inquietudine. La strategia di rendere calcolabile l’incalcolabile ha anche un altra conseguenza negativa: il rovesciamento degli istinti aggressivi dell’uomo verso l’interno, per cui si interiorizza il senso di colpa.
Il controllo diventa così una sorta di pensiero magico e onnipotente che in modo paradossale mina il bisogno che vorrebbe sostenere, cioè quello di sicurezza.
Per comprendere questo meccanismo, è utile ricordare che il bisogno di sicurezza può essere reale e soddisfatto solo quando va di pari passo, in modo direttamente proporzionale, con quello di esplorazione e libertà. E che per diventare adulto dentro e trovare una propria stabilità, per quanto mutevole e flessibile, è utile imparare ad abbracciare l’incertezza. Edgar Morin, il grande pensatore della complessità, sottolinea la dimensione dell’“irrimediabile incertezza della storia umana”. Egli scrive: “La conoscenza è una navigazione in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di incertezze”.
Il cosiddetto paradigma securitario, che implica un avvinghiarsi alle pretese certezze, diventa invece il principale nemico della reale sensazione di sicurezza radicata e duratura.
Il bisogno di sicurezza e la necessità di fare i conti con l’incertezza
31 gennaio 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
Da sempre l’uomo, come le altri specie viventi, deve far fronte a pericoli e rischi di vario genere, provenienti dall’ambiente naturale e da quello sociale. E si tratta sia di difficoltà presenti sia di rischi possibili e futuri.
Una società centrata sulla tecnologia, come quella attuale, amplia la gamma dei rischi con cui ci si deve confrontare, nel momento stesso in cui cerca di ridurli al minimo o pretende di azzerarli. Mentre in passato i rischi di fronte ai quali era utile attrezzarsi erano facilmente identificabili, ora la gamma di rischi potenziali è vasta e mutevole, per di più amplificata dallo spauracchio mediatico, e non è facile identificare a priori i rischi reali.
Questo ampliamento dei rischi potenziali,secondo il filosofo Hans Jonas, porta ad un intensificarsi delle paure. E così da un atteggiamento di prevenzione si passa ad uno di precauzione: vediamo ora la differenza e il diverso impatto psicologico dei due approcci.
La prevenzione implica l’individuazione dei rischi concreti e conosciuti, e di eventuali soluzioni e correttivi per tutelarsi e proteggersi da questi, ad esempio procurarsi gli pneumatici antineve per guidare sicuri quando la temperatura scende a zero.
L’atteggiamento di precauzione invece implica uno sguardo continuamente in allerta per anticipare ciò che potrebbe succedere, che essendo indefinito comporta la paura e ‘vigilanza ad ampio raggio’.
Ma questo non è un passaggio neutro dal punto di vista psicologico. Questo ci aiuta a notare come la diffusione dell’ansia e l’attuale aumento della spinta al controllo non dipendano solo dalle storie individuali e da variabili psicologiche, ma anche da una influenza sociale e da un condizionamento del contesto.
La complessità che caratterizza il vivere quotidiano incrementa anche aleatorietà e l’insicurezza. E qui si pone la distinzione tra pericolo e rischio: il pericolo genera paura e produce una reazione immediata e concreta rispetto alla causa che ha generato paura, che è una causa identificabile e quindi ‘contrastabile’ con azioni mirate, il rischio invece rappresenta una situazione di incertezza che provoca una reazione riflessa, cioè un pensiero pervasivo di paura. Tutto ciò ha una ricaduta anche sul tema della responsabilità, che, quando il rischio diventa esteso e potenziale la responsabilità da personale diventa generica, sfumata e anonima.
Cercare di prevedere l’imprevedibile porta ad aumentare il controllo, anche con meccanismi burocratici, e crea il moltiplicarsi dei bisogni assicurativi. La pretesa di tutelarsi il più possibile e di ideare protezioni in ogni ambito paradossalmente ci rende più fragili e porta ad un assottigliarsi delle responsabilità. Si diffonde uno sguardo vigile che crea l’illusione del controllo, come cura preventiva, ma che in realtà arriva a patologizzare ogni esperienza umana. “Nella misura in cui, rimuovendo il rischio, intendiamo assicurarci - mettere al riparo, chiuderci in noi stessi - diventiamo irresponsabili. Barattando la libertà con la sicurezza abbiamo generato irresponsabilità.” scrive il bioeticista Mario Vergani.
Tutto ciò porta un diffuso sentimento sociale di ansie e di inquietudine. La strategia di rendere calcolabile l’incalcolabile ha anche un altra conseguenza negativa: il rovesciamento degli istinti aggressivi dell’uomo verso l’interno, per cui si interiorizza il senso di colpa.
Il controllo diventa così una sorta di pensiero magico e onnipotente che in modo paradossale mina il bisogno che vorrebbe sostenere, cioè quello di sicurezza.
Per comprendere questo meccanismo, è utile ricordare che il bisogno di sicurezza può essere reale e soddisfatto solo quando va di pari passo, in modo direttamente proporzionale, con quello di esplorazione e libertà. E che per diventare adulto dentro e trovare una propria stabilità, per quanto mutevole e flessibile, è utile imparare ad abbracciare l’incertezza. Edgar Morin, il grande pensatore della complessità, sottolinea la dimensione dell’“irrimediabile incertezza della storia umana”. Egli scrive: “La conoscenza è una navigazione in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di incertezze”.
Il cosiddetto paradigma securitario, che implica un avvinghiarsi alle pretese certezze, diventa invece il principale nemico della reale sensazione di sicurezza radicata e duratura.