editoriale

La Gran Bretagna torna in Erasmus, un segnale politico che supera Brexit

24 gennaio 2026

Cuneo

Londra (foto Pixabay) (foto Pixabay) C’è una notizia europea della fine dello scorso anno che ha ricevuto meno attenzione di quanto meritasse, ma che possiede un forte valore politico: dal 1° gennaio 2027 il Regno Unito rientrerà nel programma Erasmus+, il principale strumento dell’Unione Europea per la mobilità educativa e giovanile. Non si tratta solo di un’iniziativa per studenti, ma di una scelta che parla il linguaggio della politica e del futuro delle relazioni tra Londra e Bruxelles. L’accordo, raggiunto il 17 dicembre 2025 al termine dei negoziati tra il governo laburista guidato da Keir Starmer e le istituzioni europee, si inserisce in una strategia più ampia di progressivo riavvicinamento all’Unione. Dopo anni segnati dalla retorica sovranista e dalle rigidità post-Brexit, il Regno Unito compie un passo simbolico ma concreto verso una cooperazione strutturata, scegliendo di rientrare in uno dei programmi più identitari del progetto europeo. Prima dell’uscita formale dall’UE, avvenuta il 1° febbraio 2020 in seguito al referendum del 2016, il Regno Unito era uno dei principali protagonisti di Erasmus+, sia come Paese ospitante sia come Paese di partenza. La decisione di abbandonare il programma fu una delle conseguenze più evidenti della Brexit sul piano culturale e sociale: la sua sostituzione con un sistema nazionale di borse di studio, privo di reciprocità, aveva segnato una chiusura netta rispetto allo spirito di integrazione europea. Il rientro in Erasmus+ assume oggi un significato politico preciso. Londra diventerà Paese associato, senza potere decisionale sulla governance del programma, accettando quindi una partecipazione regolata dalle norme europee. È una scelta che certifica un cambio di approccio: meno ideologia e più pragmatismo. La cooperazione educativa diventa così uno dei terreni su cui ricostruire la fiducia reciproca, insieme ad altri dossier strategici, dall’energia all’integrazione dei mercati elettrici. La portata dell’accordo è rilevante anche nei numeri. Oltre 100.000 persone potrebbero beneficiare del programma già nel primo anno, mentre il contributo finanziario britannico, stimato in circa 570 milioni di sterline per il periodo 2027-2028, conferma la volontà di investire in un’infrastruttura europea di lungo periodo. Non meno significativa è la decisione di non scaricare costi aggiuntivi sugli studenti, allineando le condizioni di partecipazione a quelle degli altri Paesi aderenti. Il messaggio politico è chiaro: la Brexit non è più un dogma intoccabile, ma una scelta i cui effetti possono – e devono – essere corretti. Il ritorno in Erasmus+ non cancella l’uscita dall’Unione, ma ne ridimensiona l’isolazionismo, mostrando come la cooperazione europea resti un interesse nazionale britannico. È una buona notizia che va oltre il piano simbolico: dopo la frattura della Brexit, sta emergendo un nuovo europeismo pragmatico e concreto, capace di parlare ai giovani della Generazione Z e di restituire loro una prospettiva di apertura, scambio e futuro condiviso.  
Unione europea Campo di raccolta Erasmus Regno Unito

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