Li chiamano “caregiver”, termine inglese che fa pensare a qualcosa di molto lontano dal nostro quotidiano. E invece è una figura presente quasi in ogni famiglia. Sono migliaia, quasi tutte donne, anche nella nostra provincia. Caregiver è la persona che “si prende cura”, assiste un familiare in difficoltà: persone fragili, anziani, malati, disabili, non più autosufficienti. E lo fa spesso a tempo pieno, rinunciando a un lavoro proprio. Naturalmente senza compensi e contribuzione pensionistica.
Nei giorni scorsi il Consiglio dei ministri ha finalmente approvato un disegno di legge di “riconoscimento e tutela del caregiver familiare”, presentato dalla ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli. Diventerà legge se e quando sarà approvato dal Parlamento. È comunque un inizio di riconoscimento, anche se le risorse destinate nella legge di bilancio, 257 milioni di euro, sono soltanto briciole.
Due i capisaldi della proposta, ha spiegato la ministra: “le tutele differenziate in modo che possiamo riconoscere tutti i caregiver familiari, chi ha un impegno molto importante in termini di carico assistenziale e chi ha un impegno minore, e la priorità a coloro che amano, curano, non vogliono essere sostituiti e lo fanno 24 ore su 24, di notte e di giorno, in una maratona continua”.
I numeri: sono sette milioni gli italiani (dato Istat) che si prendono cura di circa quattro milioni di persone non autosufficienti. Con il loro lavoro sostituiscono in larga parte le strutture del welfare pubblico, generando per lo Stato un risparmio stimato in 55 miliardi di euro.
Di questi sette milioni saranno poche migliaia quelli che potranno ottenere un riconoscimento economico da parte dello Stato. Potrà infatti ricevere uno “stipendio” (si fa per dire) soltanto chi avrà un carico assistenziale superiore alle 91 ore settimanali, pari a circa 13 ore al giorno, un reddito personale non superiore a 3.000 euro annui e un Isee familiare inferiore ai 15 mila euro.
Per chi davvero non ha altri redditi (magari anche in nero), si tratta di una soglia ai limiti dell’indigenza. Il caregiver familiare in questa condizione potrà comunque ricevere 400 euro al mese, che equivalgono a un euro e 11 centesimi l’ora. Un compenso che più che inadeguato, è irrisorio e umiliante, tanto da far scrivere a Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera: “manco i clandestini sfruttati dagli schiavisti per raccogliere pomodori o cicoria sono pagati così poco”.
E le maglie di accesso sono così strette che, stando ancora ai dati, non saranno più di 52 mila le persone che potranno beneficiarne. Per gli altri (sette milioni meno 52 mila) che oggi assistono i quattro milioni di non autosufficienti, non ci sarà alcun diritto in più rispetto a oggi.
Oltre cinquanta organizzazioni non governative che si occupano di questi temi hanno già espresso critiche e perplessità, e cercano di spingere il Parlamento, quando la legge approderà alle Camere, ad aumentare i fondi a disposizione, ad ampliarne l’accesso a un numero molto più elevato di persone che oggi sacrificano tempo, energie e risorse per curare e accompagnare chi il welfare dello Stato abbandona a se stesso. Ma soprattutto chiedono che la politica e chi governa, insieme al riconoscimento economico e previdenziale, riconoscano piena dignità al lavoro del caregiver e il suo insostituibile collettività e al Paese.
editoriale
Li chiamano “caregiver”, termine inglese che fa pensare a qualcosa di molto lontano dal nostro quotidiano. E invece è una figura presente quasi in ogni famiglia. Sono migliaia, quasi tutte donne, anche nella nostra provincia. Caregiver è la persona che “si prende cura”, assiste un familiare in difficoltà: persone fragili, anziani, malati, disabili, non più autosufficienti. E lo fa spesso a tempo pieno, rinunciando a un lavoro proprio. Naturalmente senza compensi e contribuzione pensionistica.
Nei giorni scorsi il Consiglio dei ministri ha finalmente approvato un disegno di legge di “riconoscimento e tutela del caregiver familiare”, presentato dalla ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli. Diventerà legge se e quando sarà approvato dal Parlamento. È comunque un inizio di riconoscimento, anche se le risorse destinate nella legge di bilancio, 257 milioni di euro, sono soltanto briciole.
Due i capisaldi della proposta, ha spiegato la ministra: “le tutele differenziate in modo che possiamo riconoscere tutti i caregiver familiari, chi ha un impegno molto importante in termini di carico assistenziale e chi ha un impegno minore, e la priorità a coloro che amano, curano, non vogliono essere sostituiti e lo fanno 24 ore su 24, di notte e di giorno, in una maratona continua”.
I numeri: sono sette milioni gli italiani (dato Istat) che si prendono cura di circa quattro milioni di persone non autosufficienti. Con il loro lavoro sostituiscono in larga parte le strutture del welfare pubblico, generando per lo Stato un risparmio stimato in 55 miliardi di euro.
Di questi sette milioni saranno poche migliaia quelli che potranno ottenere un riconoscimento economico da parte dello Stato. Potrà infatti ricevere uno “stipendio” (si fa per dire) soltanto chi avrà un carico assistenziale superiore alle 91 ore settimanali, pari a circa 13 ore al giorno, un reddito personale non superiore a 3.000 euro annui e un Isee familiare inferiore ai 15 mila euro.
Per chi davvero non ha altri redditi (magari anche in nero), si tratta di una soglia ai limiti dell’indigenza. Il caregiver familiare in questa condizione potrà comunque ricevere 400 euro al mese, che equivalgono a un euro e 11 centesimi l’ora. Un compenso che più che inadeguato, è irrisorio e umiliante, tanto da far scrivere a Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera: “manco i clandestini sfruttati dagli schiavisti per raccogliere pomodori o cicoria sono pagati così poco”.
E le maglie di accesso sono così strette che, stando ancora ai dati, non saranno più di 52 mila le persone che potranno beneficiarne. Per gli altri (sette milioni meno 52 mila) che oggi assistono i quattro milioni di non autosufficienti, non ci sarà alcun diritto in più rispetto a oggi.
Oltre cinquanta organizzazioni non governative che si occupano di questi temi hanno già espresso critiche e perplessità, e cercano di spingere il Parlamento, quando la legge approderà alle Camere, ad aumentare i fondi a disposizione, ad ampliarne l’accesso a un numero molto più elevato di persone che oggi sacrificano tempo, energie e risorse per curare e accompagnare chi il welfare dello Stato abbandona a se stesso. Ma soprattutto chiedono che la politica e chi governa, insieme al riconoscimento economico e previdenziale, riconoscano piena dignità al lavoro del caregiver e il suo insostituibile collettività e al Paese.
Il “caregiver” non riconosciuto che c’è quasi in ogni famiglia
17 gennaio 2026
Cuneo
Li chiamano “caregiver”, termine inglese che fa pensare a qualcosa di molto lontano dal nostro quotidiano. E invece è una figura presente quasi in ogni famiglia. Sono migliaia, quasi tutte donne, anche nella nostra provincia. Caregiver è la persona che “si prende cura”, assiste un familiare in difficoltà: persone fragili, anziani, malati, disabili, non più autosufficienti. E lo fa spesso a tempo pieno, rinunciando a un lavoro proprio. Naturalmente senza compensi e contribuzione pensionistica.
Nei giorni scorsi il Consiglio dei ministri ha finalmente approvato un disegno di legge di “riconoscimento e tutela del caregiver familiare”, presentato dalla ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli. Diventerà legge se e quando sarà approvato dal Parlamento. È comunque un inizio di riconoscimento, anche se le risorse destinate nella legge di bilancio, 257 milioni di euro, sono soltanto briciole.
Due i capisaldi della proposta, ha spiegato la ministra: “le tutele differenziate in modo che possiamo riconoscere tutti i caregiver familiari, chi ha un impegno molto importante in termini di carico assistenziale e chi ha un impegno minore, e la priorità a coloro che amano, curano, non vogliono essere sostituiti e lo fanno 24 ore su 24, di notte e di giorno, in una maratona continua”.
I numeri: sono sette milioni gli italiani (dato Istat) che si prendono cura di circa quattro milioni di persone non autosufficienti. Con il loro lavoro sostituiscono in larga parte le strutture del welfare pubblico, generando per lo Stato un risparmio stimato in 55 miliardi di euro.
Di questi sette milioni saranno poche migliaia quelli che potranno ottenere un riconoscimento economico da parte dello Stato. Potrà infatti ricevere uno “stipendio” (si fa per dire) soltanto chi avrà un carico assistenziale superiore alle 91 ore settimanali, pari a circa 13 ore al giorno, un reddito personale non superiore a 3.000 euro annui e un Isee familiare inferiore ai 15 mila euro.
Per chi davvero non ha altri redditi (magari anche in nero), si tratta di una soglia ai limiti dell’indigenza. Il caregiver familiare in questa condizione potrà comunque ricevere 400 euro al mese, che equivalgono a un euro e 11 centesimi l’ora. Un compenso che più che inadeguato, è irrisorio e umiliante, tanto da far scrivere a Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera: “manco i clandestini sfruttati dagli schiavisti per raccogliere pomodori o cicoria sono pagati così poco”.
E le maglie di accesso sono così strette che, stando ancora ai dati, non saranno più di 52 mila le persone che potranno beneficiarne. Per gli altri (sette milioni meno 52 mila) che oggi assistono i quattro milioni di non autosufficienti, non ci sarà alcun diritto in più rispetto a oggi.
Oltre cinquanta organizzazioni non governative che si occupano di questi temi hanno già espresso critiche e perplessità, e cercano di spingere il Parlamento, quando la legge approderà alle Camere, ad aumentare i fondi a disposizione, ad ampliarne l’accesso a un numero molto più elevato di persone che oggi sacrificano tempo, energie e risorse per curare e accompagnare chi il welfare dello Stato abbandona a se stesso. Ma soprattutto chiedono che la politica e chi governa, insieme al riconoscimento economico e previdenziale, riconoscano piena dignità al lavoro del caregiver e il suo insostituibile collettività e al Paese.