Non possiamo sapere se sia stato scritto prima il vangelo di Matteo o di Luca. Ci appare tuttavia chiaro che i due abbiano attinto a piene mani dal vangelo di Marco e anche da qualche altra fonte che non ci è arrivata.
Eppure nel vangelo dell’infanzia, che entrambi ritengono di dover aggiungere, i due evangelisti sembrano proprio non essersi conosciuti: la nascita narrata da Luca è piena di armonia e serenità, mentre quella di Matteo è sotto una costante angosciosa minaccia.
È proprio questa la prima indicazioneche parla ancora a noi oggi: la nascita di Gesù non viene nell’armonia di una perfezione umana, ma nella vita vera, fatta spesso, allora come oggi, di paura e persecuzione.
Potremmo aggiornarlo con esempi contemporanei: il Dio che viene si immedesima nella sorte dei palestinesi perseguitati, dei sudamericani dichiarati illegali negli U.S.A., dei migranti abbandonati nel mar Mediterraneo, degli ucraini lasciati al freddo, senza luce e nel terrore, dei dimenticati abitanti del Darfur... Vero, il messia nasce nella città di Davide, ma senza assicurazione di riuscire a sopravvivere.
Probabilmente ci dice qualcosa anche la vicenda di Giuseppe, che scopre la sua fidanzata incinta e sa di non essere stato lui.
La formula evangelica può causarci un po’ di perplessità: «Siccome era giusto, decise di ripudiarla in segreto».
Il punto è che la benedizione divina si trasmetteva, secondo il Primo Testamento, di padre in figlio, e dichiarare proprio un figlio che non lo era avrebbe potuto sembrare una presa in giro dello stesso Dio; d’altra parte, accusare Maria di adulterio significava esporla alla morte.
Giuseppe pensa allora di ripudiare Maria ma di nascosto, così che il padre autentico potesse farsi vivo e sposarla prima che si scopra che è incinta. È un tentativo umano di condurre la storia secondo criteri buoni, che infatti non viene biasimato («siccome era giusto...») anche se è destinato al fallimento.
Qui, insieme, troviamo la lode per un’umanità che prova a prendersi in mano la propria sorte e contemporaneamente l’umiltà di chi sa riconoscere i propri limiti e fallimenti.
Anche noi oscilliamo tra la passività e l’orgoglio, tra l’evitare di intervenire “perché tanto non cambia nulla” e la presunzione che, arrivando noi, tutto si aggiusta. La strada suggerita dal vangelo è opposta: impegno in prima persona e disponibilità ad accettare la sconfitta e anche l’incomprensione.
L’episodio dei magi, poi, può suggerirci almeno due indicazioni.
Da una parte, il vangelo di Matteo è scritto per cristiani che vengono dal mondo ebraico. Eppure, qui abbiamo degli stranieri che arrivano da lontano, seguendo i propri criteri: non una rivelazione divina nella scrittura, non negli ambigui sogni, ma seguendo una stella, come può essere logico per loro abituati a scrutare le costellazioni.
Quasi a dire che possiamo anche essere pienamente radicati in un’interpretazione della vita e della religione (il vangelo di Matteo resterà profondamente ebraico) ma dobbiamo restare aperti ad altre modalità di rapporto con Dio e con la nostra vita. Una ricerca umana che non segua i criteri che riteniamo scontati non è per ciò stesso inutile.
I magi trovano Gesù seguendo una stella, come non si era mai fatto nella tradizione ebraica.
Non sono migliori o peggiori di Giuseppe, ma diversi. E anche per loro c’è spazio nella grotta di Betlemme.
Infine, è una pagina che ci parla delle modalità di raggiungere il cuore della nostra vita e rivelazione.
I magi seguono la via più ufficiale e scontata, interrogando il re della regione verso cui sono stati condotti. Il re, per parte sua, mette in campo la conoscenza e la forza per eliminare quello che ritiene evidentemente un proprio concorrente.
Ma la sorpresa, imprevedibile, è che la potenza non riesce a trovare l’indifeso neonato. Quasi a dire che questo re dell’universo che è nato, il senso della nostra esistenza, può essere rintracciato solo con pazienza, sfruttando strumenti e capacità a nostra disposizione, anche quando fossero diversi da quelli di altri, e senza alcuna presunzione o forza.
Allora come oggi.
editoriale
Non possiamo sapere se sia stato scritto prima il vangelo di Matteo o di Luca. Ci appare tuttavia chiaro che i due abbiano attinto a piene mani dal vangelo di Marco e anche da qualche altra fonte che non ci è arrivata.
Eppure nel vangelo dell’infanzia, che entrambi ritengono di dover aggiungere, i due evangelisti sembrano proprio non essersi conosciuti: la nascita narrata da Luca è piena di armonia e serenità, mentre quella di Matteo è sotto una costante angosciosa minaccia.
È proprio questa la prima indicazioneche parla ancora a noi oggi: la nascita di Gesù non viene nell’armonia di una perfezione umana, ma nella vita vera, fatta spesso, allora come oggi, di paura e persecuzione.
Potremmo aggiornarlo con esempi contemporanei: il Dio che viene si immedesima nella sorte dei palestinesi perseguitati, dei sudamericani dichiarati illegali negli U.S.A., dei migranti abbandonati nel mar Mediterraneo, degli ucraini lasciati al freddo, senza luce e nel terrore, dei dimenticati abitanti del Darfur... Vero, il messia nasce nella città di Davide, ma senza assicurazione di riuscire a sopravvivere.
Probabilmente ci dice qualcosa anche la vicenda di Giuseppe, che scopre la sua fidanzata incinta e sa di non essere stato lui.
La formula evangelica può causarci un po’ di perplessità: «Siccome era giusto, decise di ripudiarla in segreto».
Il punto è che la benedizione divina si trasmetteva, secondo il Primo Testamento, di padre in figlio, e dichiarare proprio un figlio che non lo era avrebbe potuto sembrare una presa in giro dello stesso Dio; d’altra parte, accusare Maria di adulterio significava esporla alla morte.
Giuseppe pensa allora di ripudiare Maria ma di nascosto, così che il padre autentico potesse farsi vivo e sposarla prima che si scopra che è incinta. È un tentativo umano di condurre la storia secondo criteri buoni, che infatti non viene biasimato («siccome era giusto...») anche se è destinato al fallimento.
Qui, insieme, troviamo la lode per un’umanità che prova a prendersi in mano la propria sorte e contemporaneamente l’umiltà di chi sa riconoscere i propri limiti e fallimenti.
Anche noi oscilliamo tra la passività e l’orgoglio, tra l’evitare di intervenire “perché tanto non cambia nulla” e la presunzione che, arrivando noi, tutto si aggiusta. La strada suggerita dal vangelo è opposta: impegno in prima persona e disponibilità ad accettare la sconfitta e anche l’incomprensione.
L’episodio dei magi, poi, può suggerirci almeno due indicazioni.
Da una parte, il vangelo di Matteo è scritto per cristiani che vengono dal mondo ebraico. Eppure, qui abbiamo degli stranieri che arrivano da lontano, seguendo i propri criteri: non una rivelazione divina nella scrittura, non negli ambigui sogni, ma seguendo una stella, come può essere logico per loro abituati a scrutare le costellazioni.
Quasi a dire che possiamo anche essere pienamente radicati in un’interpretazione della vita e della religione (il vangelo di Matteo resterà profondamente ebraico) ma dobbiamo restare aperti ad altre modalità di rapporto con Dio e con la nostra vita. Una ricerca umana che non segua i criteri che riteniamo scontati non è per ciò stesso inutile.
I magi trovano Gesù seguendo una stella, come non si era mai fatto nella tradizione ebraica.
Non sono migliori o peggiori di Giuseppe, ma diversi. E anche per loro c’è spazio nella grotta di Betlemme.
Infine, è una pagina che ci parla delle modalità di raggiungere il cuore della nostra vita e rivelazione.
I magi seguono la via più ufficiale e scontata, interrogando il re della regione verso cui sono stati condotti. Il re, per parte sua, mette in campo la conoscenza e la forza per eliminare quello che ritiene evidentemente un proprio concorrente.
Ma la sorpresa, imprevedibile, è che la potenza non riesce a trovare l’indifeso neonato. Quasi a dire che questo re dell’universo che è nato, il senso della nostra esistenza, può essere rintracciato solo con pazienza, sfruttando strumenti e capacità a nostra disposizione, anche quando fossero diversi da quelli di altri, e senza alcuna presunzione o forza.
Allora come oggi.
La nascita di Gesù avviene ma nella vita vera, fatta spesso, allora come oggi, di paura e persecuzione
25 dicembre 2025
Cuneo
Non possiamo sapere se sia stato scritto prima il vangelo di Matteo o di Luca. Ci appare tuttavia chiaro che i due abbiano attinto a piene mani dal vangelo di Marco e anche da qualche altra fonte che non ci è arrivata.
Eppure nel vangelo dell’infanzia, che entrambi ritengono di dover aggiungere, i due evangelisti sembrano proprio non essersi conosciuti: la nascita narrata da Luca è piena di armonia e serenità, mentre quella di Matteo è sotto una costante angosciosa minaccia.
È proprio questa la prima indicazioneche parla ancora a noi oggi: la nascita di Gesù non viene nell’armonia di una perfezione umana, ma nella vita vera, fatta spesso, allora come oggi, di paura e persecuzione.
Potremmo aggiornarlo con esempi contemporanei: il Dio che viene si immedesima nella sorte dei palestinesi perseguitati, dei sudamericani dichiarati illegali negli U.S.A., dei migranti abbandonati nel mar Mediterraneo, degli ucraini lasciati al freddo, senza luce e nel terrore, dei dimenticati abitanti del Darfur... Vero, il messia nasce nella città di Davide, ma senza assicurazione di riuscire a sopravvivere.
Probabilmente ci dice qualcosa anche la vicenda di Giuseppe, che scopre la sua fidanzata incinta e sa di non essere stato lui.
La formula evangelica può causarci un po’ di perplessità: «Siccome era giusto, decise di ripudiarla in segreto».
Il punto è che la benedizione divina si trasmetteva, secondo il Primo Testamento, di padre in figlio, e dichiarare proprio un figlio che non lo era avrebbe potuto sembrare una presa in giro dello stesso Dio; d’altra parte, accusare Maria di adulterio significava esporla alla morte.
Giuseppe pensa allora di ripudiare Maria ma di nascosto, così che il padre autentico potesse farsi vivo e sposarla prima che si scopra che è incinta. È un tentativo umano di condurre la storia secondo criteri buoni, che infatti non viene biasimato («siccome era giusto...») anche se è destinato al fallimento.
Qui, insieme, troviamo la lode per un’umanità che prova a prendersi in mano la propria sorte e contemporaneamente l’umiltà di chi sa riconoscere i propri limiti e fallimenti.
Anche noi oscilliamo tra la passività e l’orgoglio, tra l’evitare di intervenire “perché tanto non cambia nulla” e la presunzione che, arrivando noi, tutto si aggiusta. La strada suggerita dal vangelo è opposta: impegno in prima persona e disponibilità ad accettare la sconfitta e anche l’incomprensione.
L’episodio dei magi, poi, può suggerirci almeno due indicazioni.
Da una parte, il vangelo di Matteo è scritto per cristiani che vengono dal mondo ebraico. Eppure, qui abbiamo degli stranieri che arrivano da lontano, seguendo i propri criteri: non una rivelazione divina nella scrittura, non negli ambigui sogni, ma seguendo una stella, come può essere logico per loro abituati a scrutare le costellazioni.
Quasi a dire che possiamo anche essere pienamente radicati in un’interpretazione della vita e della religione (il vangelo di Matteo resterà profondamente ebraico) ma dobbiamo restare aperti ad altre modalità di rapporto con Dio e con la nostra vita. Una ricerca umana che non segua i criteri che riteniamo scontati non è per ciò stesso inutile.
I magi trovano Gesù seguendo una stella, come non si era mai fatto nella tradizione ebraica.
Non sono migliori o peggiori di Giuseppe, ma diversi. E anche per loro c’è spazio nella grotta di Betlemme.
Infine, è una pagina che ci parla delle modalità di raggiungere il cuore della nostra vita e rivelazione.
I magi seguono la via più ufficiale e scontata, interrogando il re della regione verso cui sono stati condotti. Il re, per parte sua, mette in campo la conoscenza e la forza per eliminare quello che ritiene evidentemente un proprio concorrente.
Ma la sorpresa, imprevedibile, è che la potenza non riesce a trovare l’indifeso neonato. Quasi a dire che questo re dell’universo che è nato, il senso della nostra esistenza, può essere rintracciato solo con pazienza, sfruttando strumenti e capacità a nostra disposizione, anche quando fossero diversi da quelli di altri, e senza alcuna presunzione o forza.
Allora come oggi.