(foto Pixabay)
L’attesa è una scelta, la procrastinazioni è una ‘condanna’. L’attesa la gestiamo, la procrastinazione la subiamo.
Ma in sostanza, qual è la differenza e quali sono le diverse origini di questa sospensione dell’azione?
È una differenza essenziale perché l’attesa appartiene al funzionamento psicologico sano e consapevole, mentre la procrastinazione racconta di una disfunzione del tono dell’umore.
Attendere significa scegliere di non agire perché non è il momento opportuno, perché è necessario raccogliere ulteriori informazioni, perché è più indicato prendersi del tempo per meditare, confrontarsi, riflettere o perché ci vuole un momento di pausa prima che i frutti giungano a maturazione e il tempo cronologico, che i greci chiamavano Kronos, diventi il tempo idoneo, adeguato, propizio detto Kairos.
Attendere è pazienza, è avvento, è preparazione, astensione dalla operatività, freno all’impulsività, contrasto alla fretta. L’attesa non ritarda il raggiungimento degli obiettivi, né tanto meno interferisce con la progettualità condivisa con altri.
Non altera il nostro cronoprogramma, non ostacola i nostri sogni, non ci rende delusi e frustrati. Anzi ci rende fieri del nostro essere, rispettosi della nostra essenza e gratificati dalla nostra capacità di tollerare il non avere ‘tutto e subito”.
La procrastinazioni invece ci delude e ci ferisce perché la scambiamo per uno dei vizi capitali, dai quali ci hanno insegnato che è doveroso stare alla larga. In realtà la procrastinazione non è un vizio, è un sintomo.
È un sintomo con una genesi multifattoriale. In primis è figlio di una tendenza depressiva in cui l’organismo ha poca energia mentale per affrontare le azioni quotidiane, che, per quanto oggettivamente semplici e alla portata della persona, risultano in alcuni momenti montagne insormontabili per la disparità tra energia richiesta ed energia percepita dal soggetto.
Spesso la forza richiesta per eseguire un’azione o per portare a compimento un obiettivo che ci siamo dati, non è realmente superiore all’energia, fisica o mentale che abbiamo in quel momento, ma è decisamente superiore rispetto all’energia che percepiamo di avere. In sintesi, il problema non è di energia, ma di percezione di impotenza, inefficacia e apatia.
Procrastinare è come essere su un’auto di cui non si riesce a orientare il volante.
E questa dimensione di scarsità di energia interiore, ovvero di abbassamento del tono dell’umore, è una questione con un risvolto anche biochimico e non solo soggettivo perché l’attitudine depressiva non è un’idea ma ha un riscontro cerebrale. Oltre a questo ci sono altri elementi interiori che influiscono sulla procrastinazione, rendendo l’obiettivo che si vuole raggiungere sempre più distante e sempre più difficile da conquistare.
Uno di questi elementi è il desiderio, che ha radici antiche e spesso inconsapevoli, di dover essere perfetti per essere adeguati. E di conseguenza, una persona perfetta può soltanto svolgere azioni che siano impeccabili, ineccepibili e al vertice delle possibilità umane.
La spinta alla perfezione, che in alcuni momenti può essere un incitamento a prepararsi, un motore per mantenere alta la motivazione, qualora sia eccessiva, e soprattutto radicata su bisogni antichi inconsapevoli, diventa un ostacolo nel raggiungere l’obiettivo, perché castra non tanto il percorso ma il punto di partenza. L’idea di dover fare qualcosa di perfetto, soprattutto nel momento in cui mi sento debole e con poca energia, diventa un fantasma terrifico di fronte al quale l’unica soluzione sembra la resa.
E molto spesso queste aspettative di perfezione sono intrinsecamente intrecciate all’idea che saremo amabili, e di conseguenza amati, soltanto se ci muoveremo a livelli di eccellenza. Ma come ci insegnano anche i proverbi, il meglio spesso è nemico del bene.
Un altro potente inibitore dell’azione è visualizzare l’obiettivo come un tutt’uno da raggiungere immediatamente. Al contrario, un ottimo alleato per contrastare la procrastinazione è lavorare sulla possibilità di spezzettare il nostro grande obiettivo in tappe successive. Una catena o bracciale non sono un tutt’uno ma possono essere visti come una sequenza di anelli uniti l’uno con l’altro: pertanto l’idea di costruire un monile diventa più semplice se si pensa di dover costruire un anello dopo l’altro.
E il suggerimento conclusivo per cercare di contrastare la procrastinazioni che molte persone hanno, e oserei dire ognuno di noi l’ha avuta in qualche periodo di vita, è quello di coltivare la comprensione e la gentilezza verso di sé, guardando ai propri limiti come parte della nostra umanità e non come segno di inadeguatezza e causa di delusione per le persone che hanno creduto in noi e che ci hanno cresciuti e di cui spesso abbiamo assimilato, in modo poco critico, le presunte aspettative su di noi.
Avvento quindi non solo come attesa di un incontro con il trascendente, ma anche come preparazione ad un incontro più autentico e benevolo, che non significa banalmente indulgente nei nostri confronti.
editoriale
(foto Pixabay)
L’attesa è una scelta, la procrastinazioni è una ‘condanna’. L’attesa la gestiamo, la procrastinazione la subiamo.
Ma in sostanza, qual è la differenza e quali sono le diverse origini di questa sospensione dell’azione?
È una differenza essenziale perché l’attesa appartiene al funzionamento psicologico sano e consapevole, mentre la procrastinazione racconta di una disfunzione del tono dell’umore.
Attendere significa scegliere di non agire perché non è il momento opportuno, perché è necessario raccogliere ulteriori informazioni, perché è più indicato prendersi del tempo per meditare, confrontarsi, riflettere o perché ci vuole un momento di pausa prima che i frutti giungano a maturazione e il tempo cronologico, che i greci chiamavano Kronos, diventi il tempo idoneo, adeguato, propizio detto Kairos.
Attendere è pazienza, è avvento, è preparazione, astensione dalla operatività, freno all’impulsività, contrasto alla fretta. L’attesa non ritarda il raggiungimento degli obiettivi, né tanto meno interferisce con la progettualità condivisa con altri.
Non altera il nostro cronoprogramma, non ostacola i nostri sogni, non ci rende delusi e frustrati. Anzi ci rende fieri del nostro essere, rispettosi della nostra essenza e gratificati dalla nostra capacità di tollerare il non avere ‘tutto e subito”.
La procrastinazioni invece ci delude e ci ferisce perché la scambiamo per uno dei vizi capitali, dai quali ci hanno insegnato che è doveroso stare alla larga. In realtà la procrastinazione non è un vizio, è un sintomo.
È un sintomo con una genesi multifattoriale. In primis è figlio di una tendenza depressiva in cui l’organismo ha poca energia mentale per affrontare le azioni quotidiane, che, per quanto oggettivamente semplici e alla portata della persona, risultano in alcuni momenti montagne insormontabili per la disparità tra energia richiesta ed energia percepita dal soggetto.
Spesso la forza richiesta per eseguire un’azione o per portare a compimento un obiettivo che ci siamo dati, non è realmente superiore all’energia, fisica o mentale che abbiamo in quel momento, ma è decisamente superiore rispetto all’energia che percepiamo di avere. In sintesi, il problema non è di energia, ma di percezione di impotenza, inefficacia e apatia.
Procrastinare è come essere su un’auto di cui non si riesce a orientare il volante.
E questa dimensione di scarsità di energia interiore, ovvero di abbassamento del tono dell’umore, è una questione con un risvolto anche biochimico e non solo soggettivo perché l’attitudine depressiva non è un’idea ma ha un riscontro cerebrale. Oltre a questo ci sono altri elementi interiori che influiscono sulla procrastinazione, rendendo l’obiettivo che si vuole raggiungere sempre più distante e sempre più difficile da conquistare.
Uno di questi elementi è il desiderio, che ha radici antiche e spesso inconsapevoli, di dover essere perfetti per essere adeguati. E di conseguenza, una persona perfetta può soltanto svolgere azioni che siano impeccabili, ineccepibili e al vertice delle possibilità umane.
La spinta alla perfezione, che in alcuni momenti può essere un incitamento a prepararsi, un motore per mantenere alta la motivazione, qualora sia eccessiva, e soprattutto radicata su bisogni antichi inconsapevoli, diventa un ostacolo nel raggiungere l’obiettivo, perché castra non tanto il percorso ma il punto di partenza. L’idea di dover fare qualcosa di perfetto, soprattutto nel momento in cui mi sento debole e con poca energia, diventa un fantasma terrifico di fronte al quale l’unica soluzione sembra la resa.
E molto spesso queste aspettative di perfezione sono intrinsecamente intrecciate all’idea che saremo amabili, e di conseguenza amati, soltanto se ci muoveremo a livelli di eccellenza. Ma come ci insegnano anche i proverbi, il meglio spesso è nemico del bene.
Un altro potente inibitore dell’azione è visualizzare l’obiettivo come un tutt’uno da raggiungere immediatamente. Al contrario, un ottimo alleato per contrastare la procrastinazione è lavorare sulla possibilità di spezzettare il nostro grande obiettivo in tappe successive. Una catena o bracciale non sono un tutt’uno ma possono essere visti come una sequenza di anelli uniti l’uno con l’altro: pertanto l’idea di costruire un monile diventa più semplice se si pensa di dover costruire un anello dopo l’altro.
E il suggerimento conclusivo per cercare di contrastare la procrastinazioni che molte persone hanno, e oserei dire ognuno di noi l’ha avuta in qualche periodo di vita, è quello di coltivare la comprensione e la gentilezza verso di sé, guardando ai propri limiti come parte della nostra umanità e non come segno di inadeguatezza e causa di delusione per le persone che hanno creduto in noi e che ci hanno cresciuti e di cui spesso abbiamo assimilato, in modo poco critico, le presunte aspettative su di noi.
Avvento quindi non solo come attesa di un incontro con il trascendente, ma anche come preparazione ad un incontro più autentico e benevolo, che non significa banalmente indulgente nei nostri confronti.
L’attesa è una scelta, la procrastinazione è una ‘condanna’
14 dicembre 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
L’attesa è una scelta, la procrastinazioni è una ‘condanna’. L’attesa la gestiamo, la procrastinazione la subiamo.
Ma in sostanza, qual è la differenza e quali sono le diverse origini di questa sospensione dell’azione?
È una differenza essenziale perché l’attesa appartiene al funzionamento psicologico sano e consapevole, mentre la procrastinazione racconta di una disfunzione del tono dell’umore.
Attendere significa scegliere di non agire perché non è il momento opportuno, perché è necessario raccogliere ulteriori informazioni, perché è più indicato prendersi del tempo per meditare, confrontarsi, riflettere o perché ci vuole un momento di pausa prima che i frutti giungano a maturazione e il tempo cronologico, che i greci chiamavano Kronos, diventi il tempo idoneo, adeguato, propizio detto Kairos.
Attendere è pazienza, è avvento, è preparazione, astensione dalla operatività, freno all’impulsività, contrasto alla fretta. L’attesa non ritarda il raggiungimento degli obiettivi, né tanto meno interferisce con la progettualità condivisa con altri.
Non altera il nostro cronoprogramma, non ostacola i nostri sogni, non ci rende delusi e frustrati. Anzi ci rende fieri del nostro essere, rispettosi della nostra essenza e gratificati dalla nostra capacità di tollerare il non avere ‘tutto e subito”.
La procrastinazioni invece ci delude e ci ferisce perché la scambiamo per uno dei vizi capitali, dai quali ci hanno insegnato che è doveroso stare alla larga. In realtà la procrastinazione non è un vizio, è un sintomo.
È un sintomo con una genesi multifattoriale. In primis è figlio di una tendenza depressiva in cui l’organismo ha poca energia mentale per affrontare le azioni quotidiane, che, per quanto oggettivamente semplici e alla portata della persona, risultano in alcuni momenti montagne insormontabili per la disparità tra energia richiesta ed energia percepita dal soggetto.
Spesso la forza richiesta per eseguire un’azione o per portare a compimento un obiettivo che ci siamo dati, non è realmente superiore all’energia, fisica o mentale che abbiamo in quel momento, ma è decisamente superiore rispetto all’energia che percepiamo di avere. In sintesi, il problema non è di energia, ma di percezione di impotenza, inefficacia e apatia.
Procrastinare è come essere su un’auto di cui non si riesce a orientare il volante.
E questa dimensione di scarsità di energia interiore, ovvero di abbassamento del tono dell’umore, è una questione con un risvolto anche biochimico e non solo soggettivo perché l’attitudine depressiva non è un’idea ma ha un riscontro cerebrale. Oltre a questo ci sono altri elementi interiori che influiscono sulla procrastinazione, rendendo l’obiettivo che si vuole raggiungere sempre più distante e sempre più difficile da conquistare.
Uno di questi elementi è il desiderio, che ha radici antiche e spesso inconsapevoli, di dover essere perfetti per essere adeguati. E di conseguenza, una persona perfetta può soltanto svolgere azioni che siano impeccabili, ineccepibili e al vertice delle possibilità umane.
La spinta alla perfezione, che in alcuni momenti può essere un incitamento a prepararsi, un motore per mantenere alta la motivazione, qualora sia eccessiva, e soprattutto radicata su bisogni antichi inconsapevoli, diventa un ostacolo nel raggiungere l’obiettivo, perché castra non tanto il percorso ma il punto di partenza. L’idea di dover fare qualcosa di perfetto, soprattutto nel momento in cui mi sento debole e con poca energia, diventa un fantasma terrifico di fronte al quale l’unica soluzione sembra la resa.
E molto spesso queste aspettative di perfezione sono intrinsecamente intrecciate all’idea che saremo amabili, e di conseguenza amati, soltanto se ci muoveremo a livelli di eccellenza. Ma come ci insegnano anche i proverbi, il meglio spesso è nemico del bene.
Un altro potente inibitore dell’azione è visualizzare l’obiettivo come un tutt’uno da raggiungere immediatamente. Al contrario, un ottimo alleato per contrastare la procrastinazione è lavorare sulla possibilità di spezzettare il nostro grande obiettivo in tappe successive. Una catena o bracciale non sono un tutt’uno ma possono essere visti come una sequenza di anelli uniti l’uno con l’altro: pertanto l’idea di costruire un monile diventa più semplice se si pensa di dover costruire un anello dopo l’altro.
E il suggerimento conclusivo per cercare di contrastare la procrastinazioni che molte persone hanno, e oserei dire ognuno di noi l’ha avuta in qualche periodo di vita, è quello di coltivare la comprensione e la gentilezza verso di sé, guardando ai propri limiti come parte della nostra umanità e non come segno di inadeguatezza e causa di delusione per le persone che hanno creduto in noi e che ci hanno cresciuti e di cui spesso abbiamo assimilato, in modo poco critico, le presunte aspettative su di noi.
Avvento quindi non solo come attesa di un incontro con il trascendente, ma anche come preparazione ad un incontro più autentico e benevolo, che non significa banalmente indulgente nei nostri confronti.