(foto Pixabay)
Il professor Richard Wilkinson è un “epidemiologo sociale” e, nella sua carriera, ha studiato le epidemie anche attraverso gli strumenti di indagine offerti dalle scienze sociali. Una delle sue analisi più interessanti riguarda gli effetti delle disuguaglianze sulla salute mentale. Non suoni strano che l’attenzione di un epidemiologo sia stata attirata dai disturbi legati all’ansia o allo stress; i numeri delle persone che ne soffrono, soprattutto nel mondo occidentale, sono, infatti, quelli di un’autentica epidemia. Secondo i dati riferiti da Wilkinson, il 74% degli adulti inglesi dichiara di sentirsi “stressato” e il 79% degli americani dichiara di avvertire lo stress ogni giorno.
Meno scontato, invece, è il collegamento che Wilkinson riscontra tra stress e ansia (e disturbi connessi) e le disuguaglianze. Sulla base delle ricerche effettuate, infatti, risulta che uno dei grandi fattori che scatenano l’ansia è il senso di inadeguatezza rispetto alle aspettative sociali, ovviamente per come vengono percepite. Il timore di fare “brutta figura” o di deludere le aspettative di chi ci circonda, afferma Wilkinson, costituisce un rischio per la nostra salute mentale. Questi timori aumentano all’aumentare delle disuguaglianze sociali perché, sempre stando agli esiti degli studi effettuati, è più grande la paura delle conseguenze legate alla scarsa considerazione sociale. In società fortemente diseguali esistono gradini superiori e gradini inferiori e la paura di “non farcela” cresce con l’apprensione per le conseguenze dell’insuccesso. Secondo Wilkinson, le reazioni alla stratificazione sociale possono essere diverse, ma nessuna positiva. Da un lato, infatti, chi non si sente all’altezza, o teme di essere giudicato tale, corre il rischio di sviluppare una disistima di sé che può assumere anche tratti patologici; dall’altro lato, chi vuole affermarsi ed essere riconosciuto come una persona “di successo”, può sviluppare tratti narcisistici che, in alcune circostanze, anche in questo caso, possono diventare patologici. Secondo le ricerche del professor Wilkinson, i disturbi narcisistici della personalità sono presenti in misura maggiore nelle società ineguali. All’aumentare delle disuguaglianze, infatti, aumenta il desiderio (che diventa una necessità) dell’autocelebrazione, della negazione degli insuccessi, di sminuire gli altri per emergere.
L’Italia non sfugge a questi meccanismi ed è segnalata tra gli Stati a maggiore concentrazione di persone nelle quali gli specialisti riscontrano la tendenza al “self – enhancement” (più o meno “auto-valorizzazione”) in una classifica che vedere primeggiare il Perù, seguito da Venezuela, Sud Africa, Singapore, Spagna e Stati Uniti. Ovviamente, non si può banalizzare: non necessariamente il self-enhancement è negativo e conduce al narcisismo patologico e neppure, certamente, le società meno diseguali possono essere immaginate come paradisi terrestri nei quali il disagio non esiste. Tuttavia, le argomentazioni di Wilkinson sono suggestive e, tutto sommato, persuasive, quanto meno perché supportate da dati e analisi serie.
Alla luce delle conclusioni del professor Wilkinson, quindi, le disuguaglianze non rappresentano “solo” una importante questione di giustizia sociale, ma coinvolgono direttamente il nostro benessere, individuale e collettivo. Ciò detto, viene da chiedersi come affrontare quello che lo stesso Wilkinson definisce “un nemico tra noi”. In una certa narrazione (non proprio disinteressata), le disuguaglianze sociali ed economiche vengono descritte come inevitabili o, addirittura, necessarie. La storia ha insegnato che le vie dell’egualitarismo duro e puro non hanno successo. Questo, però, non vuol dire che non possano essere cercate altre e diverse strade che, beninteso, non possono che passare attraverso scelte e azioni politiche. Le disuguaglianze, infatti, tendono ad autoalimentarsi. Il libero mercato, lasciato a se stesso, ben presto finisce sotto il controllo di chi dispone di maggiori risorse, con l’esito di diventare, oltre che ben poco “libero”, anche uno strumento di ulteriore accentuazione di differenze sempre più profonde. Il paradosso è che, in questo modo, non si fa il bene di nessuno. Ben vengano, dunque, misure utili come il “bonus psicologo” che, anzi, andrebbero potenziate. Tuttavia, è necessario anche intervenire sulle cause del disagio e, per farlo, bisogna rivedere meccanismi che vengono accettati quasi come dati di fatto.
editoriale
(foto Pixabay)
Il professor Richard Wilkinson è un “epidemiologo sociale” e, nella sua carriera, ha studiato le epidemie anche attraverso gli strumenti di indagine offerti dalle scienze sociali. Una delle sue analisi più interessanti riguarda gli effetti delle disuguaglianze sulla salute mentale. Non suoni strano che l’attenzione di un epidemiologo sia stata attirata dai disturbi legati all’ansia o allo stress; i numeri delle persone che ne soffrono, soprattutto nel mondo occidentale, sono, infatti, quelli di un’autentica epidemia. Secondo i dati riferiti da Wilkinson, il 74% degli adulti inglesi dichiara di sentirsi “stressato” e il 79% degli americani dichiara di avvertire lo stress ogni giorno.
Meno scontato, invece, è il collegamento che Wilkinson riscontra tra stress e ansia (e disturbi connessi) e le disuguaglianze. Sulla base delle ricerche effettuate, infatti, risulta che uno dei grandi fattori che scatenano l’ansia è il senso di inadeguatezza rispetto alle aspettative sociali, ovviamente per come vengono percepite. Il timore di fare “brutta figura” o di deludere le aspettative di chi ci circonda, afferma Wilkinson, costituisce un rischio per la nostra salute mentale. Questi timori aumentano all’aumentare delle disuguaglianze sociali perché, sempre stando agli esiti degli studi effettuati, è più grande la paura delle conseguenze legate alla scarsa considerazione sociale. In società fortemente diseguali esistono gradini superiori e gradini inferiori e la paura di “non farcela” cresce con l’apprensione per le conseguenze dell’insuccesso. Secondo Wilkinson, le reazioni alla stratificazione sociale possono essere diverse, ma nessuna positiva. Da un lato, infatti, chi non si sente all’altezza, o teme di essere giudicato tale, corre il rischio di sviluppare una disistima di sé che può assumere anche tratti patologici; dall’altro lato, chi vuole affermarsi ed essere riconosciuto come una persona “di successo”, può sviluppare tratti narcisistici che, in alcune circostanze, anche in questo caso, possono diventare patologici. Secondo le ricerche del professor Wilkinson, i disturbi narcisistici della personalità sono presenti in misura maggiore nelle società ineguali. All’aumentare delle disuguaglianze, infatti, aumenta il desiderio (che diventa una necessità) dell’autocelebrazione, della negazione degli insuccessi, di sminuire gli altri per emergere.
L’Italia non sfugge a questi meccanismi ed è segnalata tra gli Stati a maggiore concentrazione di persone nelle quali gli specialisti riscontrano la tendenza al “self – enhancement” (più o meno “auto-valorizzazione”) in una classifica che vedere primeggiare il Perù, seguito da Venezuela, Sud Africa, Singapore, Spagna e Stati Uniti. Ovviamente, non si può banalizzare: non necessariamente il self-enhancement è negativo e conduce al narcisismo patologico e neppure, certamente, le società meno diseguali possono essere immaginate come paradisi terrestri nei quali il disagio non esiste. Tuttavia, le argomentazioni di Wilkinson sono suggestive e, tutto sommato, persuasive, quanto meno perché supportate da dati e analisi serie.
Alla luce delle conclusioni del professor Wilkinson, quindi, le disuguaglianze non rappresentano “solo” una importante questione di giustizia sociale, ma coinvolgono direttamente il nostro benessere, individuale e collettivo. Ciò detto, viene da chiedersi come affrontare quello che lo stesso Wilkinson definisce “un nemico tra noi”. In una certa narrazione (non proprio disinteressata), le disuguaglianze sociali ed economiche vengono descritte come inevitabili o, addirittura, necessarie. La storia ha insegnato che le vie dell’egualitarismo duro e puro non hanno successo. Questo, però, non vuol dire che non possano essere cercate altre e diverse strade che, beninteso, non possono che passare attraverso scelte e azioni politiche. Le disuguaglianze, infatti, tendono ad autoalimentarsi. Il libero mercato, lasciato a se stesso, ben presto finisce sotto il controllo di chi dispone di maggiori risorse, con l’esito di diventare, oltre che ben poco “libero”, anche uno strumento di ulteriore accentuazione di differenze sempre più profonde. Il paradosso è che, in questo modo, non si fa il bene di nessuno. Ben vengano, dunque, misure utili come il “bonus psicologo” che, anzi, andrebbero potenziate. Tuttavia, è necessario anche intervenire sulle cause del disagio e, per farlo, bisogna rivedere meccanismi che vengono accettati quasi come dati di fatto.
Le disuguaglianze mettono a repentaglio anche la salute mentale delle persone
13 dicembre 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
Il professor Richard Wilkinson è un “epidemiologo sociale” e, nella sua carriera, ha studiato le epidemie anche attraverso gli strumenti di indagine offerti dalle scienze sociali. Una delle sue analisi più interessanti riguarda gli effetti delle disuguaglianze sulla salute mentale. Non suoni strano che l’attenzione di un epidemiologo sia stata attirata dai disturbi legati all’ansia o allo stress; i numeri delle persone che ne soffrono, soprattutto nel mondo occidentale, sono, infatti, quelli di un’autentica epidemia. Secondo i dati riferiti da Wilkinson, il 74% degli adulti inglesi dichiara di sentirsi “stressato” e il 79% degli americani dichiara di avvertire lo stress ogni giorno.
Meno scontato, invece, è il collegamento che Wilkinson riscontra tra stress e ansia (e disturbi connessi) e le disuguaglianze. Sulla base delle ricerche effettuate, infatti, risulta che uno dei grandi fattori che scatenano l’ansia è il senso di inadeguatezza rispetto alle aspettative sociali, ovviamente per come vengono percepite. Il timore di fare “brutta figura” o di deludere le aspettative di chi ci circonda, afferma Wilkinson, costituisce un rischio per la nostra salute mentale. Questi timori aumentano all’aumentare delle disuguaglianze sociali perché, sempre stando agli esiti degli studi effettuati, è più grande la paura delle conseguenze legate alla scarsa considerazione sociale. In società fortemente diseguali esistono gradini superiori e gradini inferiori e la paura di “non farcela” cresce con l’apprensione per le conseguenze dell’insuccesso. Secondo Wilkinson, le reazioni alla stratificazione sociale possono essere diverse, ma nessuna positiva. Da un lato, infatti, chi non si sente all’altezza, o teme di essere giudicato tale, corre il rischio di sviluppare una disistima di sé che può assumere anche tratti patologici; dall’altro lato, chi vuole affermarsi ed essere riconosciuto come una persona “di successo”, può sviluppare tratti narcisistici che, in alcune circostanze, anche in questo caso, possono diventare patologici. Secondo le ricerche del professor Wilkinson, i disturbi narcisistici della personalità sono presenti in misura maggiore nelle società ineguali. All’aumentare delle disuguaglianze, infatti, aumenta il desiderio (che diventa una necessità) dell’autocelebrazione, della negazione degli insuccessi, di sminuire gli altri per emergere.
L’Italia non sfugge a questi meccanismi ed è segnalata tra gli Stati a maggiore concentrazione di persone nelle quali gli specialisti riscontrano la tendenza al “self – enhancement” (più o meno “auto-valorizzazione”) in una classifica che vedere primeggiare il Perù, seguito da Venezuela, Sud Africa, Singapore, Spagna e Stati Uniti. Ovviamente, non si può banalizzare: non necessariamente il self-enhancement è negativo e conduce al narcisismo patologico e neppure, certamente, le società meno diseguali possono essere immaginate come paradisi terrestri nei quali il disagio non esiste. Tuttavia, le argomentazioni di Wilkinson sono suggestive e, tutto sommato, persuasive, quanto meno perché supportate da dati e analisi serie.
Alla luce delle conclusioni del professor Wilkinson, quindi, le disuguaglianze non rappresentano “solo” una importante questione di giustizia sociale, ma coinvolgono direttamente il nostro benessere, individuale e collettivo. Ciò detto, viene da chiedersi come affrontare quello che lo stesso Wilkinson definisce “un nemico tra noi”. In una certa narrazione (non proprio disinteressata), le disuguaglianze sociali ed economiche vengono descritte come inevitabili o, addirittura, necessarie. La storia ha insegnato che le vie dell’egualitarismo duro e puro non hanno successo. Questo, però, non vuol dire che non possano essere cercate altre e diverse strade che, beninteso, non possono che passare attraverso scelte e azioni politiche. Le disuguaglianze, infatti, tendono ad autoalimentarsi. Il libero mercato, lasciato a se stesso, ben presto finisce sotto il controllo di chi dispone di maggiori risorse, con l’esito di diventare, oltre che ben poco “libero”, anche uno strumento di ulteriore accentuazione di differenze sempre più profonde. Il paradosso è che, in questo modo, non si fa il bene di nessuno. Ben vengano, dunque, misure utili come il “bonus psicologo” che, anzi, andrebbero potenziate. Tuttavia, è necessario anche intervenire sulle cause del disagio e, per farlo, bisogna rivedere meccanismi che vengono accettati quasi come dati di fatto.