editoriale

Profitti e costi della violenza: nel 2024 il prezzo pagato da ogni abitante della terra è di 2.455 dollari

30 novembre 2025

Cuneo

Guerra in Libano (foto Ansa/Sir) Guerra in Libano (foto Ansa/Sir) Mentre le doverose notizie sui conflitti corrono il rischio di alimentare una pericolosa assuefazione all’idea della guerra, facendola rientrare in una sorta di “normalità”, fortunatamente, non mancano le voci di chi continua a denunciarne l’assurdità. Tra coloro che, dati alla mano, svolgono un prezioso lavoro di documentazione, c’è l’Institute for Economics & Peace (“Iep”), organizzazione internazionale indipendente che si occupa di alimentare l’attenzione sui temi della pace. Tra le pubblicazioni dell’Iep c’è il “Global Peace Index” (“Indice della Pace Globale”), dal quale si ricavano utili informazioni per ricondurre a dati di realtà un dibattito che pare assumere connotati sempre più ideologici o retorici. Gli indicatori presi in esame sono quelli relativi a spesa militare, spesa per sicurezza interna, spese per sicurezza privata, costi legati agli omicidi, costi connessi ai suicidi e costi derivanti da crimini violenti. Nelle 122 pagine dell’edizione del 2025, si legge che la stima dell’impatto economico globale della violenza, nel 2024, è stato pari all’11,6% della ricchezza prodotta a livello mondiale, con un aumento del 3,8% rispetto al 2023. Le perdite sul prodotto lordo mondiale dovute ai conflitti sono aumentate del 44%. Dal 2008, i costi dovuti alle morti legate ai conflitti sono cresciuti del 421%; nel medesimo periodo, le perdite e i costi legati alle emergenze umanitarie conseguenti ai conflitti sono più che triplicati. In termini assoluti, i costi legati alle guerre, nel solo 2024, sono quantificati in 2.455 dollari per ogni abitante della terra. Sul versante opposto, la spesa per iniziative di pace, a livello globale, nel 2024, è stata pari allo 0.52% delle spese militari. Ovviamente, i dati aggregati devono essere presi con attenzione. Le spese militari (o quelle per sicurezza interna o privata), sono cosa ben diversa dai costi connessi agli omicidi. È altrettanto evidente, inoltre, che gli indici economici non rappresentano un metro di misura, in sé, idoneo a valutare tutto quello che la violenza produce. Le vite umane, le devastazioni dovute ai conflitti, e la desolazione che rimane, non sono monetizzabili e sarebbe ingiusto e offensivo ridurre tutto a perdite e profitti. Ciò non toglie, tuttavia, che guerre, crimini violenti e omicidi incidono sulla percezione di insicurezza domestica o internazionale e che il combinato effetto di questa spirale ha impatti economici importanti. Non è difficile immaginare in quali tasche stiano andando i profitti generati da guerre e conflitti. Poiché la spesa militare ha inciso per il 45% sull’ammontare complessivo dei costi legati alla violenza (in senso ampio, come considerati nella pubblicazione in questione), ne deriva che, nel 2024, su ogni abitante della terra, la spesa militare è gravata per più di 1.100 dollari. Non è dato sapere in quale percentuale abbia inciso sulla voce “spesa militare” un altro fenomeno, decisamente inquietante, vale a dire la sempre più massiccia presenza nelle aree di conflitto di milizie private. Il Professor Michael Sandel, nel libro “Giustizia. Il nostro bene comune” riprende un’inchiesta del Los Angeles Times del 2007 dalla quale risulterebbe che, in quel periodo, in Iraq, il numero di militari dipendenti di compagnie private ingaggiate dal governo degli Stati Uniti, per la prima volta, ha superato la consistenza delle truppe regolari (180.000 contro 160.000). Secondo quanto riportato, alcuni militari della Blackwater Worldwide (una delle principali compagnie militari private statunitensi, ai tempi, attive) sono stati coinvolti nelle violenze sui detenuti di Abu Ghraib ma, contrariamente a quanto capitato ai militari regolari, non sono stati puniti. Non si rinvengono dati più recenti, ma la sensazione è che la presenza delle compagnie militari private non sia diminuita. Il tristemente noto “Gruppo Wagner”, del quale molto si è parlato nella prima fase della guerra in Ucraina, non è nient’altro che un esempio di milizia privata al quale uno Stato sovrano “appalta” l’esecuzione di azioni belliche. Al di là di tutta una serie di valutazioni di ordine etico e giuridico che andrebbero doverosamente fatte in merito, pare evidente che la platea degli attori che stanno lucrando grazie al diffondersi di violenza, guerre e insicurezza sia sempre più ampia e che, tra questi attori, ce ne siano alcuni che meritano particolare attenzione.
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