Incontro Sebastiano Fissore, cento anni il prossimo 23 dicembre, nella sua abitazione di Crava nei giorni dell’estate di San Martino e da lui ascolto il “tramud”.
Oggi un sole caldo ci ha riportato l’estate.
L’estate di San Martino! Quanti ricordi... La data dell’11 novembre era, un tempo, il giorno di inizio e fine dei contratti di mezzadria. Già dal mattino presto dal cascinale, dove abitavo a Consovero con i miei genitori e sette fratelli, vedevo lungo la strada sterrata interminabili code di carri agricoli trainati dagli animali e carichi di poche masserizie, bauli, materassi, gabbie con polli e conigli. Sui carri sedevano anche gli anziani con i bambini piccoli, mentre le donne e i bambini più grandi seguivano a piedi per raggiungere la nuova destinazione che non sempre era vicina. I bambini lasciavano la scuola iniziata il primo ottobre e i compagni conosciuti un anno prima. I loro genitori avevano saldato i conti delle spese fatte nelle botteghe locali segnati su quaderni dalla copertina nera e a molti di loro rimaneva ben poco.
Lei ha mai dovuto abbandonare il suo cascinale?
I miei sono stati anche mezzadri e abbiamo fatto tre “tramud”. Da Piovani, frazione di Fossano, dove ero nato il 23 dicembre 1925, ai Ronchi e poi a San Sebastiano. In seguito siamo stati affittavoli a Borghesio, borgata di Sant’Albano Stura, a Pasquero e infine proprietari dei terreni coltivati a Crava dove abito. In famiglia eravamo in otto: Giovanni (1916), Maria (1920), Pierino (1921), Gina (1923), io (1925), Giorgio (1929), Rita (1933), e Beppe (1935). Papà Bernardo era del 1885 e mia madre Maria del 1893. Eravamo tanti, ma andavamo d’accordo e ci divertivamo con poco. A Natale i nostri genitori ci facevano trovare i mandarini e i “cuchet” sotto il cuscino e per noi era una festa! Devo dire che in casa non abbiamo mai fatto la fame.
Complimenti per la sua memoria perchè non è facile ricordare tutte le date di nascita. Sarà stato un alunno modello.
La scuola mi piaceva ed imparavo facilmente, ma ho dovuto fermarmi alla quarta elementare. I primi tre anni delle Elementari li ho frequentati a Consovero da Borghesio ed ero inserito in una pluriclasse con una sola insegnante. La quarta classe si doveva frequentare a Ceriolo e raggiungevo la scuola a piedi perché non c’era certo il pulmino. Percorrevo alcuni chilometri e, quando pioveva o nevicava, arrivavo bagnato come un pulcino. Avrei voluto essere iscritto anche alla classe quinta, ma era in un paese più distante e sono stato costretto a rinunciare.
Momenti lieti della sua adolescenza e gioventù?
Mi piaceva stare con gli amici, ma già a otto anni, nella stagione estiva, portavo al pascolo le nostre vacche. Ricordo come una festa la trebbiatura del grano perchè, al termine del lavoro, le donne allestivano un lungo tavolo e si banchettava dopo tanta fatica. Eravamo cinque famiglie in cascine vicine e ci aiutavamo a vicenda. Anche l’uccisione del maiale era per noi un momento di condivisione seguito da un lauto pranzo a base di salsiccia, salumi, zampini. Del maiale, che veniva macellato nei mesi invernali perchè la temperatura rigida permetteva una migliore conservazione della carne, non si sprecava nulla. Un altro lieto momento è stato la festa dei coscritti ai Dalmazzi di Sant’Albano Stura che io e i miei coetanei raggiungevamo in bicicletta. Laggiù brindavamo e cantavamo a squarciagola. Allora c’erano belle e potenti voci che si sentivano nei campi perchè si lavorava cantando.
Lei ha vissuto in tempo di guerra. Che cosa può dirci?
La seconda guerra mondiale ha visto partire mio fratello Pierino, artigliere alpino, il 22 agosto 1942 dalla stazione ferroviaria di Mondovì per il fronte russo. Quando è ritornato per molto tempo non ha raccontato perchè quella guerra e la ritirata sono state una immane tragedia. Solo molti anni dopo ha iniziato a dirci qualcosa, ma piangeva ricordando i tanti morti assiderati sulla neve o maciullati dai carri armati russi. Aveva lasciato laggiù molti suoi compagni e li rivedeva ancora fra una moltitudine di corpi feriti e abbandonati durante la terribile ritirata. Lui si era salvato, ma la sua anima era ancora laggiù, accanto agli amici più cari, giovani vite sacrificate. Qui invece noi non abbiamo avuto grandi problemi. Venivano in cascina i partigiani e per loro c’era sempre un piatto pronto e la nostra ospitalità. Solo una volta ho corso un serio pericolo perchè avevo visto in lontananza dei fascisti e, spaventato, mi ero messo a correre. Loro hanno iniziato a sparare, ma per fortuna non mi hanno colpito anche perchè avevo gambe veloci.
Come è stato il dopoguerra?
Mi sono sposato nel mese di novembre dell’anno 1957 e la mia sposa abitava nelle vicinanze, a Pasquero. La incontravo spesso e me ne sono innamorato. Anna, conosciuta come Nina, mi ha lasciato vedovo diciotto anni fa. Era del 1928 ed è stata una brava moglie, oltre che una tenerissima mamma. Abbiamo avuto una unica figlia, Renata, che è la mia gioia più grande. Devo a lei e a mio genero Stefano poter stare a casa e non in una residenza per anziani. Sono loro che mi accudiscono con tanto amore. Dopo il matrimonio ho continuato a lavorare in campagna aiutato da mia moglie, ma più avanti sono andato a lavorare presso un caseificio a San Giovanni Govone. Mi ci recavo sulla mia moto Guzzi ed ero addetto alla lavorazione del provolone. Di ore ne facevo molte e poi la mia giornata lavorativa continuava in campagna.
Quale è la sua attuale alimentazione?
A cena quasi sempre minestrina, ma a pranzo mangio anche cose stuzzicanti come gorgonzola e salumi.
I suoi passatempi?
Mi piace camminare lungo i sentieri della mia campagna e, a casa, leggo e guardo la TV. Mi piace informarmi e stare al passo con i tempi.
Ci regala un proverbio?
Anche due! “Quando nevica sulla foglia, l’inverno non dà noia” e “A santa Caterina il margaro porta le sue vacche dentro la cascina”.
Che cosa conta nella vita?
Contano l’amore dei familiari e le amicizie. Ho sempre avuto molti amici con i quali mi trovavo spesso e ad aprile si organizzava il “pranzo degli amici”. Non sempre mia moglie era contenta perchè rimaneva da sola a casa. Ora provo gioia quando viene a trovarmi mia nipote Chiara accompagnata dal marito Giovanni e dai suoi due stupendi bimbi che sono Edoardo di otto anni ed Alessio di quattro. Con loro ringiovanisco e mi proietto ancora nel futuro. Ogni mattina guardo il cielo se è sereno perchè così posso uscire, passeggiare ed incontrare gente.
editoriale
Incontro Sebastiano Fissore, cento anni il prossimo 23 dicembre, nella sua abitazione di Crava nei giorni dell’estate di San Martino e da lui ascolto il “tramud”.
Oggi un sole caldo ci ha riportato l’estate.
L’estate di San Martino! Quanti ricordi... La data dell’11 novembre era, un tempo, il giorno di inizio e fine dei contratti di mezzadria. Già dal mattino presto dal cascinale, dove abitavo a Consovero con i miei genitori e sette fratelli, vedevo lungo la strada sterrata interminabili code di carri agricoli trainati dagli animali e carichi di poche masserizie, bauli, materassi, gabbie con polli e conigli. Sui carri sedevano anche gli anziani con i bambini piccoli, mentre le donne e i bambini più grandi seguivano a piedi per raggiungere la nuova destinazione che non sempre era vicina. I bambini lasciavano la scuola iniziata il primo ottobre e i compagni conosciuti un anno prima. I loro genitori avevano saldato i conti delle spese fatte nelle botteghe locali segnati su quaderni dalla copertina nera e a molti di loro rimaneva ben poco.
Lei ha mai dovuto abbandonare il suo cascinale?
I miei sono stati anche mezzadri e abbiamo fatto tre “tramud”. Da Piovani, frazione di Fossano, dove ero nato il 23 dicembre 1925, ai Ronchi e poi a San Sebastiano. In seguito siamo stati affittavoli a Borghesio, borgata di Sant’Albano Stura, a Pasquero e infine proprietari dei terreni coltivati a Crava dove abito. In famiglia eravamo in otto: Giovanni (1916), Maria (1920), Pierino (1921), Gina (1923), io (1925), Giorgio (1929), Rita (1933), e Beppe (1935). Papà Bernardo era del 1885 e mia madre Maria del 1893. Eravamo tanti, ma andavamo d’accordo e ci divertivamo con poco. A Natale i nostri genitori ci facevano trovare i mandarini e i “cuchet” sotto il cuscino e per noi era una festa! Devo dire che in casa non abbiamo mai fatto la fame.
Complimenti per la sua memoria perchè non è facile ricordare tutte le date di nascita. Sarà stato un alunno modello.
La scuola mi piaceva ed imparavo facilmente, ma ho dovuto fermarmi alla quarta elementare. I primi tre anni delle Elementari li ho frequentati a Consovero da Borghesio ed ero inserito in una pluriclasse con una sola insegnante. La quarta classe si doveva frequentare a Ceriolo e raggiungevo la scuola a piedi perché non c’era certo il pulmino. Percorrevo alcuni chilometri e, quando pioveva o nevicava, arrivavo bagnato come un pulcino. Avrei voluto essere iscritto anche alla classe quinta, ma era in un paese più distante e sono stato costretto a rinunciare.
Momenti lieti della sua adolescenza e gioventù?
Mi piaceva stare con gli amici, ma già a otto anni, nella stagione estiva, portavo al pascolo le nostre vacche. Ricordo come una festa la trebbiatura del grano perchè, al termine del lavoro, le donne allestivano un lungo tavolo e si banchettava dopo tanta fatica. Eravamo cinque famiglie in cascine vicine e ci aiutavamo a vicenda. Anche l’uccisione del maiale era per noi un momento di condivisione seguito da un lauto pranzo a base di salsiccia, salumi, zampini. Del maiale, che veniva macellato nei mesi invernali perchè la temperatura rigida permetteva una migliore conservazione della carne, non si sprecava nulla. Un altro lieto momento è stato la festa dei coscritti ai Dalmazzi di Sant’Albano Stura che io e i miei coetanei raggiungevamo in bicicletta. Laggiù brindavamo e cantavamo a squarciagola. Allora c’erano belle e potenti voci che si sentivano nei campi perchè si lavorava cantando.
Lei ha vissuto in tempo di guerra. Che cosa può dirci?
La seconda guerra mondiale ha visto partire mio fratello Pierino, artigliere alpino, il 22 agosto 1942 dalla stazione ferroviaria di Mondovì per il fronte russo. Quando è ritornato per molto tempo non ha raccontato perchè quella guerra e la ritirata sono state una immane tragedia. Solo molti anni dopo ha iniziato a dirci qualcosa, ma piangeva ricordando i tanti morti assiderati sulla neve o maciullati dai carri armati russi. Aveva lasciato laggiù molti suoi compagni e li rivedeva ancora fra una moltitudine di corpi feriti e abbandonati durante la terribile ritirata. Lui si era salvato, ma la sua anima era ancora laggiù, accanto agli amici più cari, giovani vite sacrificate. Qui invece noi non abbiamo avuto grandi problemi. Venivano in cascina i partigiani e per loro c’era sempre un piatto pronto e la nostra ospitalità. Solo una volta ho corso un serio pericolo perchè avevo visto in lontananza dei fascisti e, spaventato, mi ero messo a correre. Loro hanno iniziato a sparare, ma per fortuna non mi hanno colpito anche perchè avevo gambe veloci.
Come è stato il dopoguerra?
Mi sono sposato nel mese di novembre dell’anno 1957 e la mia sposa abitava nelle vicinanze, a Pasquero. La incontravo spesso e me ne sono innamorato. Anna, conosciuta come Nina, mi ha lasciato vedovo diciotto anni fa. Era del 1928 ed è stata una brava moglie, oltre che una tenerissima mamma. Abbiamo avuto una unica figlia, Renata, che è la mia gioia più grande. Devo a lei e a mio genero Stefano poter stare a casa e non in una residenza per anziani. Sono loro che mi accudiscono con tanto amore. Dopo il matrimonio ho continuato a lavorare in campagna aiutato da mia moglie, ma più avanti sono andato a lavorare presso un caseificio a San Giovanni Govone. Mi ci recavo sulla mia moto Guzzi ed ero addetto alla lavorazione del provolone. Di ore ne facevo molte e poi la mia giornata lavorativa continuava in campagna.
Quale è la sua attuale alimentazione?
A cena quasi sempre minestrina, ma a pranzo mangio anche cose stuzzicanti come gorgonzola e salumi.
I suoi passatempi?
Mi piace camminare lungo i sentieri della mia campagna e, a casa, leggo e guardo la TV. Mi piace informarmi e stare al passo con i tempi.
Ci regala un proverbio?
Anche due! “Quando nevica sulla foglia, l’inverno non dà noia” e “A santa Caterina il margaro porta le sue vacche dentro la cascina”.
Che cosa conta nella vita?
Contano l’amore dei familiari e le amicizie. Ho sempre avuto molti amici con i quali mi trovavo spesso e ad aprile si organizzava il “pranzo degli amici”. Non sempre mia moglie era contenta perchè rimaneva da sola a casa. Ora provo gioia quando viene a trovarmi mia nipote Chiara accompagnata dal marito Giovanni e dai suoi due stupendi bimbi che sono Edoardo di otto anni ed Alessio di quattro. Con loro ringiovanisco e mi proietto ancora nel futuro. Ogni mattina guardo il cielo se è sereno perchè così posso uscire, passeggiare ed incontrare gente.
Sebastiano alle soglie dei cento anni
29 novembre 2025
Cuneo
Incontro Sebastiano Fissore, cento anni il prossimo 23 dicembre, nella sua abitazione di Crava nei giorni dell’estate di San Martino e da lui ascolto il “tramud”.
Oggi un sole caldo ci ha riportato l’estate.
L’estate di San Martino! Quanti ricordi... La data dell’11 novembre era, un tempo, il giorno di inizio e fine dei contratti di mezzadria. Già dal mattino presto dal cascinale, dove abitavo a Consovero con i miei genitori e sette fratelli, vedevo lungo la strada sterrata interminabili code di carri agricoli trainati dagli animali e carichi di poche masserizie, bauli, materassi, gabbie con polli e conigli. Sui carri sedevano anche gli anziani con i bambini piccoli, mentre le donne e i bambini più grandi seguivano a piedi per raggiungere la nuova destinazione che non sempre era vicina. I bambini lasciavano la scuola iniziata il primo ottobre e i compagni conosciuti un anno prima. I loro genitori avevano saldato i conti delle spese fatte nelle botteghe locali segnati su quaderni dalla copertina nera e a molti di loro rimaneva ben poco.
Lei ha mai dovuto abbandonare il suo cascinale?
I miei sono stati anche mezzadri e abbiamo fatto tre “tramud”. Da Piovani, frazione di Fossano, dove ero nato il 23 dicembre 1925, ai Ronchi e poi a San Sebastiano. In seguito siamo stati affittavoli a Borghesio, borgata di Sant’Albano Stura, a Pasquero e infine proprietari dei terreni coltivati a Crava dove abito. In famiglia eravamo in otto: Giovanni (1916), Maria (1920), Pierino (1921), Gina (1923), io (1925), Giorgio (1929), Rita (1933), e Beppe (1935). Papà Bernardo era del 1885 e mia madre Maria del 1893. Eravamo tanti, ma andavamo d’accordo e ci divertivamo con poco. A Natale i nostri genitori ci facevano trovare i mandarini e i “cuchet” sotto il cuscino e per noi era una festa! Devo dire che in casa non abbiamo mai fatto la fame.
Complimenti per la sua memoria perchè non è facile ricordare tutte le date di nascita. Sarà stato un alunno modello.
La scuola mi piaceva ed imparavo facilmente, ma ho dovuto fermarmi alla quarta elementare. I primi tre anni delle Elementari li ho frequentati a Consovero da Borghesio ed ero inserito in una pluriclasse con una sola insegnante. La quarta classe si doveva frequentare a Ceriolo e raggiungevo la scuola a piedi perché non c’era certo il pulmino. Percorrevo alcuni chilometri e, quando pioveva o nevicava, arrivavo bagnato come un pulcino. Avrei voluto essere iscritto anche alla classe quinta, ma era in un paese più distante e sono stato costretto a rinunciare.
Momenti lieti della sua adolescenza e gioventù?
Mi piaceva stare con gli amici, ma già a otto anni, nella stagione estiva, portavo al pascolo le nostre vacche. Ricordo come una festa la trebbiatura del grano perchè, al termine del lavoro, le donne allestivano un lungo tavolo e si banchettava dopo tanta fatica. Eravamo cinque famiglie in cascine vicine e ci aiutavamo a vicenda. Anche l’uccisione del maiale era per noi un momento di condivisione seguito da un lauto pranzo a base di salsiccia, salumi, zampini. Del maiale, che veniva macellato nei mesi invernali perchè la temperatura rigida permetteva una migliore conservazione della carne, non si sprecava nulla. Un altro lieto momento è stato la festa dei coscritti ai Dalmazzi di Sant’Albano Stura che io e i miei coetanei raggiungevamo in bicicletta. Laggiù brindavamo e cantavamo a squarciagola. Allora c’erano belle e potenti voci che si sentivano nei campi perchè si lavorava cantando.
Lei ha vissuto in tempo di guerra. Che cosa può dirci?
La seconda guerra mondiale ha visto partire mio fratello Pierino, artigliere alpino, il 22 agosto 1942 dalla stazione ferroviaria di Mondovì per il fronte russo. Quando è ritornato per molto tempo non ha raccontato perchè quella guerra e la ritirata sono state una immane tragedia. Solo molti anni dopo ha iniziato a dirci qualcosa, ma piangeva ricordando i tanti morti assiderati sulla neve o maciullati dai carri armati russi. Aveva lasciato laggiù molti suoi compagni e li rivedeva ancora fra una moltitudine di corpi feriti e abbandonati durante la terribile ritirata. Lui si era salvato, ma la sua anima era ancora laggiù, accanto agli amici più cari, giovani vite sacrificate. Qui invece noi non abbiamo avuto grandi problemi. Venivano in cascina i partigiani e per loro c’era sempre un piatto pronto e la nostra ospitalità. Solo una volta ho corso un serio pericolo perchè avevo visto in lontananza dei fascisti e, spaventato, mi ero messo a correre. Loro hanno iniziato a sparare, ma per fortuna non mi hanno colpito anche perchè avevo gambe veloci.
Come è stato il dopoguerra?
Mi sono sposato nel mese di novembre dell’anno 1957 e la mia sposa abitava nelle vicinanze, a Pasquero. La incontravo spesso e me ne sono innamorato. Anna, conosciuta come Nina, mi ha lasciato vedovo diciotto anni fa. Era del 1928 ed è stata una brava moglie, oltre che una tenerissima mamma. Abbiamo avuto una unica figlia, Renata, che è la mia gioia più grande. Devo a lei e a mio genero Stefano poter stare a casa e non in una residenza per anziani. Sono loro che mi accudiscono con tanto amore. Dopo il matrimonio ho continuato a lavorare in campagna aiutato da mia moglie, ma più avanti sono andato a lavorare presso un caseificio a San Giovanni Govone. Mi ci recavo sulla mia moto Guzzi ed ero addetto alla lavorazione del provolone. Di ore ne facevo molte e poi la mia giornata lavorativa continuava in campagna.
Quale è la sua attuale alimentazione?
A cena quasi sempre minestrina, ma a pranzo mangio anche cose stuzzicanti come gorgonzola e salumi.
I suoi passatempi?
Mi piace camminare lungo i sentieri della mia campagna e, a casa, leggo e guardo la TV. Mi piace informarmi e stare al passo con i tempi.
Ci regala un proverbio?
Anche due! “Quando nevica sulla foglia, l’inverno non dà noia” e “A santa Caterina il margaro porta le sue vacche dentro la cascina”.
Che cosa conta nella vita?
Contano l’amore dei familiari e le amicizie. Ho sempre avuto molti amici con i quali mi trovavo spesso e ad aprile si organizzava il “pranzo degli amici”. Non sempre mia moglie era contenta perchè rimaneva da sola a casa. Ora provo gioia quando viene a trovarmi mia nipote Chiara accompagnata dal marito Giovanni e dai suoi due stupendi bimbi che sono Edoardo di otto anni ed Alessio di quattro. Con loro ringiovanisco e mi proietto ancora nel futuro. Ogni mattina guardo il cielo se è sereno perchè così posso uscire, passeggiare ed incontrare gente.