Le gemelle Kessler a Cuneo nel 1969, in occasione del Cantagiro (foto Archivio Bedino)
Ha suscitato stupore e scalpore, e anche qualcosa di più, la notizia della morte improvvisa delle gemelle Kessler, Alice ed Hellen, vere icone di un periodo particolare della società, non soltanto dal punto di vista radiofonico.
Lo scalpore è accentuato non solo dal loro passato, ma dal modo in cui è sopraggiunta la morte: “insieme” e tramite suicidio assistito.
Da diverse parti, e sono forse le voci più diffuse, si inneggia alla “libertà” di scelta di fronte alla vita, specialmentequando essa si presenta in forma di dramma, sia esso fisico che psicologico. Una libertà che si coniuga alla “liberazione” dal “male di vivere”.
È in questo gioco tra “liberazione” e “libertà” che si colloca il senso di scelte che sempre più vengono invocate a vari livelli: voglio essere “libero” di scegliere la mia “liberazione”!
Ma da quale male di vivere desideravano essere liberate le sorelle Kessler, quando sembrava che tutto portasse a pensare in tutt’altra direzione? Bellezza, successo, ammirazione non sono elementi tali da incidere in profondità su quel male di vivere? L’anzianità o il timore di essere separate nel momento cruciale della vita, che è la morte, possono essere determinanti in una scelta, che certo non manca di essere drammatica?
In sostegno al suicidio assistito o all’eutanasia si invoca l’ “insopportabilità” di una situazione che appare irreversibile e per certi versi “inutile”. Fa riflettere il fatto che due persone, apparentemente ricche non solo materialmente, arrivino a percepire un senso di inutilità della loro esistenza.
Dove si colloca, allora, il limite o il criterio di questa “insopportabilità”? A leggere tanti commenti pare che l’unico criterio individuabile sia quello personale, com’è accaduto ad esempio alla ragazza belga morta in circostanze analoghe non troppi giorni fa.
Essere “inutile”: per chi? per che cosa? perché? Che cosa ci fa sentire veramente inutili? Mi sento inutile quando non valgo per qualcuno, quando mi sento di peso, perché percepisco o suppongo che nessuno possa volermi veramente bene nella condizione in cui mi trovo, quando, anche da parte della società, politica e medica, mi vengono offerte delle “scorciatoie” ammantate di rispetto della libertà personale.
Allora il termine vita non appare così distante dall’inizio vita. Ciò che dà senso ad una vita, che non sa “alimentarsi” da sola a tutti i livelli, è l’amore e l’affetto di cui viene circondata, anche quando appare non rendersene conto, è l’essere “importante” per qualcuno.
Non stiamo forse dimenticando l’importanza della persona in ogni fase della sua vita, slegata da ogni forma di “interesse” personale o sociale o politico?
Non stiamo dimenticando che la forza dell’amore non sta solo nell’essere capaci di donarlo, ma di riceverlo, e che in questo sta il dono di chi apparentemente è solo oggetto di amore, ma suscita la forza dell’amore in chi apparentemente è solo soggetto?
editoriale
Le gemelle Kessler a Cuneo nel 1969, in occasione del Cantagiro (foto Archivio Bedino)
Ha suscitato stupore e scalpore, e anche qualcosa di più, la notizia della morte improvvisa delle gemelle Kessler, Alice ed Hellen, vere icone di un periodo particolare della società, non soltanto dal punto di vista radiofonico.
Lo scalpore è accentuato non solo dal loro passato, ma dal modo in cui è sopraggiunta la morte: “insieme” e tramite suicidio assistito.
Da diverse parti, e sono forse le voci più diffuse, si inneggia alla “libertà” di scelta di fronte alla vita, specialmentequando essa si presenta in forma di dramma, sia esso fisico che psicologico. Una libertà che si coniuga alla “liberazione” dal “male di vivere”.
È in questo gioco tra “liberazione” e “libertà” che si colloca il senso di scelte che sempre più vengono invocate a vari livelli: voglio essere “libero” di scegliere la mia “liberazione”!
Ma da quale male di vivere desideravano essere liberate le sorelle Kessler, quando sembrava che tutto portasse a pensare in tutt’altra direzione? Bellezza, successo, ammirazione non sono elementi tali da incidere in profondità su quel male di vivere? L’anzianità o il timore di essere separate nel momento cruciale della vita, che è la morte, possono essere determinanti in una scelta, che certo non manca di essere drammatica?
In sostegno al suicidio assistito o all’eutanasia si invoca l’ “insopportabilità” di una situazione che appare irreversibile e per certi versi “inutile”. Fa riflettere il fatto che due persone, apparentemente ricche non solo materialmente, arrivino a percepire un senso di inutilità della loro esistenza.
Dove si colloca, allora, il limite o il criterio di questa “insopportabilità”? A leggere tanti commenti pare che l’unico criterio individuabile sia quello personale, com’è accaduto ad esempio alla ragazza belga morta in circostanze analoghe non troppi giorni fa.
Essere “inutile”: per chi? per che cosa? perché? Che cosa ci fa sentire veramente inutili? Mi sento inutile quando non valgo per qualcuno, quando mi sento di peso, perché percepisco o suppongo che nessuno possa volermi veramente bene nella condizione in cui mi trovo, quando, anche da parte della società, politica e medica, mi vengono offerte delle “scorciatoie” ammantate di rispetto della libertà personale.
Allora il termine vita non appare così distante dall’inizio vita. Ciò che dà senso ad una vita, che non sa “alimentarsi” da sola a tutti i livelli, è l’amore e l’affetto di cui viene circondata, anche quando appare non rendersene conto, è l’essere “importante” per qualcuno.
Non stiamo forse dimenticando l’importanza della persona in ogni fase della sua vita, slegata da ogni forma di “interesse” personale o sociale o politico?
Non stiamo dimenticando che la forza dell’amore non sta solo nell’essere capaci di donarlo, ma di riceverlo, e che in questo sta il dono di chi apparentemente è solo oggetto di amore, ma suscita la forza dell’amore in chi apparentemente è solo soggetto?
Gemelle Kessler tra libertà e liberazione dal male
23 novembre 2025
Cuneo
Le gemelle Kessler a Cuneo nel 1969, in occasione del Cantagiro (foto Archivio Bedino)
Ha suscitato stupore e scalpore, e anche qualcosa di più, la notizia della morte improvvisa delle gemelle Kessler, Alice ed Hellen, vere icone di un periodo particolare della società, non soltanto dal punto di vista radiofonico.
Lo scalpore è accentuato non solo dal loro passato, ma dal modo in cui è sopraggiunta la morte: “insieme” e tramite suicidio assistito.
Da diverse parti, e sono forse le voci più diffuse, si inneggia alla “libertà” di scelta di fronte alla vita, specialmentequando essa si presenta in forma di dramma, sia esso fisico che psicologico. Una libertà che si coniuga alla “liberazione” dal “male di vivere”.
È in questo gioco tra “liberazione” e “libertà” che si colloca il senso di scelte che sempre più vengono invocate a vari livelli: voglio essere “libero” di scegliere la mia “liberazione”!
Ma da quale male di vivere desideravano essere liberate le sorelle Kessler, quando sembrava che tutto portasse a pensare in tutt’altra direzione? Bellezza, successo, ammirazione non sono elementi tali da incidere in profondità su quel male di vivere? L’anzianità o il timore di essere separate nel momento cruciale della vita, che è la morte, possono essere determinanti in una scelta, che certo non manca di essere drammatica?
In sostegno al suicidio assistito o all’eutanasia si invoca l’ “insopportabilità” di una situazione che appare irreversibile e per certi versi “inutile”. Fa riflettere il fatto che due persone, apparentemente ricche non solo materialmente, arrivino a percepire un senso di inutilità della loro esistenza.
Dove si colloca, allora, il limite o il criterio di questa “insopportabilità”? A leggere tanti commenti pare che l’unico criterio individuabile sia quello personale, com’è accaduto ad esempio alla ragazza belga morta in circostanze analoghe non troppi giorni fa.
Essere “inutile”: per chi? per che cosa? perché? Che cosa ci fa sentire veramente inutili? Mi sento inutile quando non valgo per qualcuno, quando mi sento di peso, perché percepisco o suppongo che nessuno possa volermi veramente bene nella condizione in cui mi trovo, quando, anche da parte della società, politica e medica, mi vengono offerte delle “scorciatoie” ammantate di rispetto della libertà personale.
Allora il termine vita non appare così distante dall’inizio vita. Ciò che dà senso ad una vita, che non sa “alimentarsi” da sola a tutti i livelli, è l’amore e l’affetto di cui viene circondata, anche quando appare non rendersene conto, è l’essere “importante” per qualcuno.
Non stiamo forse dimenticando l’importanza della persona in ogni fase della sua vita, slegata da ogni forma di “interesse” personale o sociale o politico?
Non stiamo dimenticando che la forza dell’amore non sta solo nell’essere capaci di donarlo, ma di riceverlo, e che in questo sta il dono di chi apparentemente è solo oggetto di amore, ma suscita la forza dell’amore in chi apparentemente è solo soggetto?