Beppe Rosso - Bep Rous dal Jouve
Conobbi Bep Rous Giuseppe Rosso ad un corso di cultura regionale a cura degli Amici di Piazza di Mondovì nei primi anni Settanta. Bep Ross o Bep Rous dal Jouve, così si firmava a seconda dei versi che varava in piemontese o in provenzale cercando una sorgente di purezza e bellezza nelle lingue ancestrali, le cosiddette lingue “tagliate”. In quell’incrocio di destini, mi apparve come una roccia o una quercia di montagna, che sfida la tormenta. Poi seppi la sicurezza del suo gesto misurato, la lungimiranza del suo sguardo, mi avvinse il suo disinteressato magistero poetico; conobbi l’amore francescano che lo legava alla nostra terra, alle tradizioni delle valli alpine.
Era alto, robusto, un viso ampio e sereno, e grandi occhi che avevano incastonato il turchese dei cieli della montagna. Sobrio nell’abbigliamento da montanaro: pareva un camminatore solitario in cerca di creste di luce, vette di sublime.
Maestro di poesia
Fu un incontro fulminante: lo elessi a “maestro”, a guida, tanto che nel 1982 quando con Carlo Dardanello demmo alle stampe l’antologia «Nen vivé ’l cher ëndré» (Non voltare il carro all’indietro), lo inserimmo tra i poeti fondamentali della poesia neodialettale: “I versi di Giuseppe Rosso sono tra le più ardue, intimistiche e liriche espressioni della nuova poesia piemontese. Strutturati da una forma mirabile sono resistenti a qualsiasi erosione di mode e tempi perché vivono l’ansia poetica nella purezza della parola, nella magia creativa…” così scrivevo a proposito dei versi antologizzati.
Bep era parco, distillato nella scrittura. Senza la Musa che gli alitasse a fianco non si metteva a tavolino. Non aveva nessuna fretta di pubblicare i suoi versi, così intimi e segreti. La poesia era per lui un esercizio solitario, uno scandaglio dell’anima, un percorso quasi mistico. Cercava squarci di infinito, il lucore delle stelle riflesse nei laghetti di montagna, il mistero del silenzio profondo dei valloni alpini… Per lui il sipario che chiude l’orizzonte delle Alpi era come la siepe del Leopardi. Volgeva l’occhio interiore al di là della chiostra scintillante di splendore per perdersi nell’infinità fluttuante di vasti spazi sognati.
Nel 1989 gli Amici di Piazza consacrano il poeta di Borgo con il volume “Bàuss! che raccoglie poesia in provenzale e in piemontese e le prose. Tra le liriche nella lingua della valle Stura spicca un magistrale capolavoro !Abou la chamiso bioncho” (Con la camicia bianca). Essa è il testamento spirituale; una vera discesa nell’anima della natura, il sentimento di immedesimazione totale nella sofferenza del mondo vegetale; come scrive Rilke, anche Bep si sentiva “trasportato dall’altro lato della natura”. Un albero o un bosco che spariscono sono come una stella che si spegne nel grande cielo della vita. In questi versi c’è tutta la poesia di Bep, tutto il suo mondo; l’alienato ed alienante dispiegarsi dei grigi giorni della città, contrapposto all’autenticità della vita di “amount”, delle montagne.
L’antologia completa delle liriche di Bep Rous
Ora, a trenta anni dalla scomparsa, ed a novant’anni dalla nascita esce per i tipi di Coumboscuro Centre Prouvençal, nella raffinata collana “Belieres”, l’opera completa delle poesie in provenzale alpino di Bep Rous. “De sùmi e de peiro – Di sogno e di pietra”. Finalmente il lettore potrà avere a disposizione un percorso poetico tra i più densi e originali della nostra regione nel secondo Novecento. L’esperienza che segnerà per sempre la vita e l’opera del poeta di Borgo sarà la sua vita all’alpeggio nel vallone dell’Arma quand’era ragazzo. È come una luce folgorante che ha rischiarato la sua anima a contatto con un mondo primordiale, dove le vette additano ad un aldilà, un metaforico altrove, misterioso e affascinante…
Sentour salihà de fého
al soump di pastural,
sai parq enquiàus d’estelo
Sentore salato di pecora
ai confini dei pascoli,
su recinti circondati di stelle.
Nelle poesie a sfondo religioso si avverte una tensione tra la fragilità umana e il desiderio di Dio. Il poeta è posto di fronte ad un vuoto. È oppresso dalla mancanza della bellezza, della pace, della musica, dell’amore, ma sa opporre una speranza ostinata, uno slancio verso il Signore per ritrovare la via smarrita, la luce, la rinascita. Traspare spesso nell’opera poetica di Bep lo stupore infantile di fronte alla vastità del creato, alla grazia della luce, all’incanto delle stagioni; è lo stesso sentimento del poeta inglese Gerard Manley Hopkins quando scrive: “Sia gloria a Dio per le cose variegate / per i cieli pezzati come una mucca maculata”.
Amante dell’arte e del bello
Bep era anche un fine intenditore d’arte. Aveva molti artisti tra gli amici ed alle loro opere dedicò dei piccoli saggi dove il suo “esprit de finesse” faceva emergere le pieghe, gli strati profondi dell’opera pittorica o grafica. Nel 1973 partecipa all’esperimento di Poesia e pittura, “Segno e parola” degli Amici di Piazza. I suoi versi, «Transiro d’amour» (Traccia d’amore), sono magistralmente interpretati da Francesco Franco, uno dei più importanti incisori del Novecento, in una visione all’insegna dell’allegoria, della sintesi estrema.
Il volume è impreziosito da una serie di incisioni di Nino Baudino. L’artista cuneese con la sua tecnica così raffinata e lirica rende le suggestioni e la musica intima delle poesie con immagini di rara potenza espressiva. Evidenziate da un chiaroscuro teso ad un diapason di estrema vibrazione, le illustrazioni-creazioni sono sospese tra figurazione ed astrazione, erompono sulla pagina in una compiuta, folgorante bellezza.
cultura
Beppe Rosso - Bep Rous dal Jouve
Conobbi Bep Rous Giuseppe Rosso ad un corso di cultura regionale a cura degli Amici di Piazza di Mondovì nei primi anni Settanta. Bep Ross o Bep Rous dal Jouve, così si firmava a seconda dei versi che varava in piemontese o in provenzale cercando una sorgente di purezza e bellezza nelle lingue ancestrali, le cosiddette lingue “tagliate”. In quell’incrocio di destini, mi apparve come una roccia o una quercia di montagna, che sfida la tormenta. Poi seppi la sicurezza del suo gesto misurato, la lungimiranza del suo sguardo, mi avvinse il suo disinteressato magistero poetico; conobbi l’amore francescano che lo legava alla nostra terra, alle tradizioni delle valli alpine.
Era alto, robusto, un viso ampio e sereno, e grandi occhi che avevano incastonato il turchese dei cieli della montagna. Sobrio nell’abbigliamento da montanaro: pareva un camminatore solitario in cerca di creste di luce, vette di sublime.
Maestro di poesia
Fu un incontro fulminante: lo elessi a “maestro”, a guida, tanto che nel 1982 quando con Carlo Dardanello demmo alle stampe l’antologia «Nen vivé ’l cher ëndré» (Non voltare il carro all’indietro), lo inserimmo tra i poeti fondamentali della poesia neodialettale: “I versi di Giuseppe Rosso sono tra le più ardue, intimistiche e liriche espressioni della nuova poesia piemontese. Strutturati da una forma mirabile sono resistenti a qualsiasi erosione di mode e tempi perché vivono l’ansia poetica nella purezza della parola, nella magia creativa…” così scrivevo a proposito dei versi antologizzati.
Bep era parco, distillato nella scrittura. Senza la Musa che gli alitasse a fianco non si metteva a tavolino. Non aveva nessuna fretta di pubblicare i suoi versi, così intimi e segreti. La poesia era per lui un esercizio solitario, uno scandaglio dell’anima, un percorso quasi mistico. Cercava squarci di infinito, il lucore delle stelle riflesse nei laghetti di montagna, il mistero del silenzio profondo dei valloni alpini… Per lui il sipario che chiude l’orizzonte delle Alpi era come la siepe del Leopardi. Volgeva l’occhio interiore al di là della chiostra scintillante di splendore per perdersi nell’infinità fluttuante di vasti spazi sognati.
Nel 1989 gli Amici di Piazza consacrano il poeta di Borgo con il volume “Bàuss! che raccoglie poesia in provenzale e in piemontese e le prose. Tra le liriche nella lingua della valle Stura spicca un magistrale capolavoro !Abou la chamiso bioncho” (Con la camicia bianca). Essa è il testamento spirituale; una vera discesa nell’anima della natura, il sentimento di immedesimazione totale nella sofferenza del mondo vegetale; come scrive Rilke, anche Bep si sentiva “trasportato dall’altro lato della natura”. Un albero o un bosco che spariscono sono come una stella che si spegne nel grande cielo della vita. In questi versi c’è tutta la poesia di Bep, tutto il suo mondo; l’alienato ed alienante dispiegarsi dei grigi giorni della città, contrapposto all’autenticità della vita di “amount”, delle montagne.
L’antologia completa delle liriche di Bep Rous
Ora, a trenta anni dalla scomparsa, ed a novant’anni dalla nascita esce per i tipi di Coumboscuro Centre Prouvençal, nella raffinata collana “Belieres”, l’opera completa delle poesie in provenzale alpino di Bep Rous. “De sùmi e de peiro – Di sogno e di pietra”. Finalmente il lettore potrà avere a disposizione un percorso poetico tra i più densi e originali della nostra regione nel secondo Novecento. L’esperienza che segnerà per sempre la vita e l’opera del poeta di Borgo sarà la sua vita all’alpeggio nel vallone dell’Arma quand’era ragazzo. È come una luce folgorante che ha rischiarato la sua anima a contatto con un mondo primordiale, dove le vette additano ad un aldilà, un metaforico altrove, misterioso e affascinante…
Sentour salihà de fého
al soump di pastural,
sai parq enquiàus d’estelo
Sentore salato di pecora
ai confini dei pascoli,
su recinti circondati di stelle.
Nelle poesie a sfondo religioso si avverte una tensione tra la fragilità umana e il desiderio di Dio. Il poeta è posto di fronte ad un vuoto. È oppresso dalla mancanza della bellezza, della pace, della musica, dell’amore, ma sa opporre una speranza ostinata, uno slancio verso il Signore per ritrovare la via smarrita, la luce, la rinascita. Traspare spesso nell’opera poetica di Bep lo stupore infantile di fronte alla vastità del creato, alla grazia della luce, all’incanto delle stagioni; è lo stesso sentimento del poeta inglese Gerard Manley Hopkins quando scrive: “Sia gloria a Dio per le cose variegate / per i cieli pezzati come una mucca maculata”.
Amante dell’arte e del bello
Bep era anche un fine intenditore d’arte. Aveva molti artisti tra gli amici ed alle loro opere dedicò dei piccoli saggi dove il suo “esprit de finesse” faceva emergere le pieghe, gli strati profondi dell’opera pittorica o grafica. Nel 1973 partecipa all’esperimento di Poesia e pittura, “Segno e parola” degli Amici di Piazza. I suoi versi, «Transiro d’amour» (Traccia d’amore), sono magistralmente interpretati da Francesco Franco, uno dei più importanti incisori del Novecento, in una visione all’insegna dell’allegoria, della sintesi estrema.
Il volume è impreziosito da una serie di incisioni di Nino Baudino. L’artista cuneese con la sua tecnica così raffinata e lirica rende le suggestioni e la musica intima delle poesie con immagini di rara potenza espressiva. Evidenziate da un chiaroscuro teso ad un diapason di estrema vibrazione, le illustrazioni-creazioni sono sospese tra figurazione ed astrazione, erompono sulla pagina in una compiuta, folgorante bellezza.
La purezza della parola nelle lingue “tagliate”
16 novembre 2025
Cuneo
Beppe Rosso - Bep Rous dal Jouve
Conobbi Bep Rous Giuseppe Rosso ad un corso di cultura regionale a cura degli Amici di Piazza di Mondovì nei primi anni Settanta. Bep Ross o Bep Rous dal Jouve, così si firmava a seconda dei versi che varava in piemontese o in provenzale cercando una sorgente di purezza e bellezza nelle lingue ancestrali, le cosiddette lingue “tagliate”. In quell’incrocio di destini, mi apparve come una roccia o una quercia di montagna, che sfida la tormenta. Poi seppi la sicurezza del suo gesto misurato, la lungimiranza del suo sguardo, mi avvinse il suo disinteressato magistero poetico; conobbi l’amore francescano che lo legava alla nostra terra, alle tradizioni delle valli alpine.
Era alto, robusto, un viso ampio e sereno, e grandi occhi che avevano incastonato il turchese dei cieli della montagna. Sobrio nell’abbigliamento da montanaro: pareva un camminatore solitario in cerca di creste di luce, vette di sublime.
Maestro di poesia
Fu un incontro fulminante: lo elessi a “maestro”, a guida, tanto che nel 1982 quando con Carlo Dardanello demmo alle stampe l’antologia «Nen vivé ’l cher ëndré» (Non voltare il carro all’indietro), lo inserimmo tra i poeti fondamentali della poesia neodialettale: “I versi di Giuseppe Rosso sono tra le più ardue, intimistiche e liriche espressioni della nuova poesia piemontese. Strutturati da una forma mirabile sono resistenti a qualsiasi erosione di mode e tempi perché vivono l’ansia poetica nella purezza della parola, nella magia creativa…” così scrivevo a proposito dei versi antologizzati.
Bep era parco, distillato nella scrittura. Senza la Musa che gli alitasse a fianco non si metteva a tavolino. Non aveva nessuna fretta di pubblicare i suoi versi, così intimi e segreti. La poesia era per lui un esercizio solitario, uno scandaglio dell’anima, un percorso quasi mistico. Cercava squarci di infinito, il lucore delle stelle riflesse nei laghetti di montagna, il mistero del silenzio profondo dei valloni alpini… Per lui il sipario che chiude l’orizzonte delle Alpi era come la siepe del Leopardi. Volgeva l’occhio interiore al di là della chiostra scintillante di splendore per perdersi nell’infinità fluttuante di vasti spazi sognati.
Nel 1989 gli Amici di Piazza consacrano il poeta di Borgo con il volume “Bàuss! che raccoglie poesia in provenzale e in piemontese e le prose. Tra le liriche nella lingua della valle Stura spicca un magistrale capolavoro !Abou la chamiso bioncho” (Con la camicia bianca). Essa è il testamento spirituale; una vera discesa nell’anima della natura, il sentimento di immedesimazione totale nella sofferenza del mondo vegetale; come scrive Rilke, anche Bep si sentiva “trasportato dall’altro lato della natura”. Un albero o un bosco che spariscono sono come una stella che si spegne nel grande cielo della vita. In questi versi c’è tutta la poesia di Bep, tutto il suo mondo; l’alienato ed alienante dispiegarsi dei grigi giorni della città, contrapposto all’autenticità della vita di “amount”, delle montagne.
L’antologia completa delle liriche di Bep Rous
Ora, a trenta anni dalla scomparsa, ed a novant’anni dalla nascita esce per i tipi di Coumboscuro Centre Prouvençal, nella raffinata collana “Belieres”, l’opera completa delle poesie in provenzale alpino di Bep Rous. “De sùmi e de peiro – Di sogno e di pietra”. Finalmente il lettore potrà avere a disposizione un percorso poetico tra i più densi e originali della nostra regione nel secondo Novecento. L’esperienza che segnerà per sempre la vita e l’opera del poeta di Borgo sarà la sua vita all’alpeggio nel vallone dell’Arma quand’era ragazzo. È come una luce folgorante che ha rischiarato la sua anima a contatto con un mondo primordiale, dove le vette additano ad un aldilà, un metaforico altrove, misterioso e affascinante…
Sentour salihà de fého
al soump di pastural,
sai parq enquiàus d’estelo
Sentore salato di pecora
ai confini dei pascoli,
su recinti circondati di stelle.
Nelle poesie a sfondo religioso si avverte una tensione tra la fragilità umana e il desiderio di Dio. Il poeta è posto di fronte ad un vuoto. È oppresso dalla mancanza della bellezza, della pace, della musica, dell’amore, ma sa opporre una speranza ostinata, uno slancio verso il Signore per ritrovare la via smarrita, la luce, la rinascita. Traspare spesso nell’opera poetica di Bep lo stupore infantile di fronte alla vastità del creato, alla grazia della luce, all’incanto delle stagioni; è lo stesso sentimento del poeta inglese Gerard Manley Hopkins quando scrive: “Sia gloria a Dio per le cose variegate / per i cieli pezzati come una mucca maculata”.
Amante dell’arte e del bello
Bep era anche un fine intenditore d’arte. Aveva molti artisti tra gli amici ed alle loro opere dedicò dei piccoli saggi dove il suo “esprit de finesse” faceva emergere le pieghe, gli strati profondi dell’opera pittorica o grafica. Nel 1973 partecipa all’esperimento di Poesia e pittura, “Segno e parola” degli Amici di Piazza. I suoi versi, «Transiro d’amour» (Traccia d’amore), sono magistralmente interpretati da Francesco Franco, uno dei più importanti incisori del Novecento, in una visione all’insegna dell’allegoria, della sintesi estrema.
Il volume è impreziosito da una serie di incisioni di Nino Baudino. L’artista cuneese con la sua tecnica così raffinata e lirica rende le suggestioni e la musica intima delle poesie con immagini di rara potenza espressiva. Evidenziate da un chiaroscuro teso ad un diapason di estrema vibrazione, le illustrazioni-creazioni sono sospese tra figurazione ed astrazione, erompono sulla pagina in una compiuta, folgorante bellezza.