Il tema è di quelli che suscitano discussioni. Non è difficile prevedere che la riforma della Magistratura, approvata dal Parlamento nei giorni scorsi, sarà oggetto di dibattiti, anche accesi, nei mesi che verranno. Come noto, è praticamente certo che ci sarà un referendum per confermare o meno la riforma costituzionale. In realtà e in linea teorica, non si tratta di un automatismo, perché l’articolo 138 della Costituzione prevede che, se, nella seconda votazione di Camera e Senato la proposta di legge costituzionale non raggiunge i 2/3 dei voti favorevoli in ciascuna Camera, allora un quinto dei membri di una Camera, 500.000 elettori oppure cinque Consigli regionali possono chiedere che sulla riforma approvata si esprimano i cittadini.Il referendum confermativo o costituzionale, dunque, rappresenta una possibilità che, però, nel caso concreto, preso atto degli intendimenti delle forze politiche, è, nella sostanza, una certezza.
A breve, quindi, partirà la campagna referendaria, che sarà inevitabilmente influenzata dal fatto che, per la validità di questo tipo di consultazione referendaria, non è previsto il necessario raggiungimento di alcun quorum. Dato che nessuno avrà interesse a invitare gli elettori a disertare le urne, gli opposti schieramenti chiederanno ai propri sostenitori ad andare a votare. Ciò varrà anche per chi, nei mesi scorsi, in occasione delle consultazioni su lavoro e cittadinanza, ha invece suggerito agli italiani a non recarsi ai seggi.
Inutile dire che, nonostante le prevedibili polemiche al riguardo, nessuno potrebbe, in realtà, permettersi di scagliare la proverbiale prima pietra. Il passato, anche recente, ha visto un po’ tutte le forze politiche (con rarissime eccezioni) fare affidamento sul partito dell’astensionismo per ottenere dalle urne disertate il risultato auspicato. In passato, è indubbio, c’è stato un abuso del ricorso al referendum abrogativo, con quesiti che non si prestavano a essere sottoposti al giudizio dei cittadini che, per parte loro, potevano esprimersi solamente con un “sì” o con un “no”, mentre la complessità della materia non lo consentiva.
Lavoro, cittadinanza e, oggi, riforma della Magistratura, al contrario, non solo si prestano ma devono essere oggetto della valutazione anche dell’elettorato. L’auspicio è che la disaffezione alle urne, alimentata anche dal cinismo di alcuni, venga superata dal desiderio di partecipazione e dalla passione civile e democratica, delle quali, però, va recuperato il senso e lo scopo.
Per una volta tanto, gli insegnamenti in fatto di comunicazione che provengono dal mondo del marketing potrebbero tornare utili. Nelle competizioni elettorali più recenti, non sono mancate contaminazioni tra pubblicità e campagne elettorali, soprattutto sui social e sui nuovi mezzi di comunicazione. Le proposte politiche sono diventate prodotti da promuovere con slogan sostanzialmente pubblicitari e i cittadini sono stati trattati (e si sono lasciati trattare) come semplici consumatori. Oggi, le grandi agenzie di comunicazione e i marchi globali, nelle loro analisi, hanno riscontrato un cambiamento nei processi decisionali dei loro “target”, cioè degli obiettivi delle iniziative di comunicazione.
Le numerose antenne delle quali dispongono gli analisti da tempo segnalano, ad esempio, che i consumatori non amano le affermazioni di principio non seguite da comportamenti coerenti. Al contrario, gli esperti segnalano un ritorno, da parte dei consumatori, all’attenzione per ciò che è vicino (come il territorio) e non solamente al mondo digitale. In altre parole, pare che i consulenti dei grandi brand globali stiano suggerendo ai loro clienti una maggiore attenzione alla concretezza, alle comunità e, dato decisamente interessante, al significato di quello che si fa. Una recente campagna di una nota casa produttrice di articoli per lo sport, per esempio, vede affiancata al proverbiale slogan “Just do it!” (“Fallo e basta!”) una domanda, e cioè “Why do it?” (“Perché farlo?”). Si tratta, ovviamente, di campagne di marketing e, dunque, tutt’altro che disinteressate. Tuttavia, questa volta, anche la politica potrebbe imparare qualcosa di buono dal marketing delle grandi multinazionali. Il desiderio di coerenza, concretezza e di ritorno al significato di quello che si è e che si fa non appartiene alle persone solo in quanto consumatori perché, prima ancora, è quello che chiedono i cittadini.
editoriale
Il tema è di quelli che suscitano discussioni. Non è difficile prevedere che la riforma della Magistratura, approvata dal Parlamento nei giorni scorsi, sarà oggetto di dibattiti, anche accesi, nei mesi che verranno. Come noto, è praticamente certo che ci sarà un referendum per confermare o meno la riforma costituzionale. In realtà e in linea teorica, non si tratta di un automatismo, perché l’articolo 138 della Costituzione prevede che, se, nella seconda votazione di Camera e Senato la proposta di legge costituzionale non raggiunge i 2/3 dei voti favorevoli in ciascuna Camera, allora un quinto dei membri di una Camera, 500.000 elettori oppure cinque Consigli regionali possono chiedere che sulla riforma approvata si esprimano i cittadini.Il referendum confermativo o costituzionale, dunque, rappresenta una possibilità che, però, nel caso concreto, preso atto degli intendimenti delle forze politiche, è, nella sostanza, una certezza.
A breve, quindi, partirà la campagna referendaria, che sarà inevitabilmente influenzata dal fatto che, per la validità di questo tipo di consultazione referendaria, non è previsto il necessario raggiungimento di alcun quorum. Dato che nessuno avrà interesse a invitare gli elettori a disertare le urne, gli opposti schieramenti chiederanno ai propri sostenitori ad andare a votare. Ciò varrà anche per chi, nei mesi scorsi, in occasione delle consultazioni su lavoro e cittadinanza, ha invece suggerito agli italiani a non recarsi ai seggi.
Inutile dire che, nonostante le prevedibili polemiche al riguardo, nessuno potrebbe, in realtà, permettersi di scagliare la proverbiale prima pietra. Il passato, anche recente, ha visto un po’ tutte le forze politiche (con rarissime eccezioni) fare affidamento sul partito dell’astensionismo per ottenere dalle urne disertate il risultato auspicato. In passato, è indubbio, c’è stato un abuso del ricorso al referendum abrogativo, con quesiti che non si prestavano a essere sottoposti al giudizio dei cittadini che, per parte loro, potevano esprimersi solamente con un “sì” o con un “no”, mentre la complessità della materia non lo consentiva.
Lavoro, cittadinanza e, oggi, riforma della Magistratura, al contrario, non solo si prestano ma devono essere oggetto della valutazione anche dell’elettorato. L’auspicio è che la disaffezione alle urne, alimentata anche dal cinismo di alcuni, venga superata dal desiderio di partecipazione e dalla passione civile e democratica, delle quali, però, va recuperato il senso e lo scopo.
Per una volta tanto, gli insegnamenti in fatto di comunicazione che provengono dal mondo del marketing potrebbero tornare utili. Nelle competizioni elettorali più recenti, non sono mancate contaminazioni tra pubblicità e campagne elettorali, soprattutto sui social e sui nuovi mezzi di comunicazione. Le proposte politiche sono diventate prodotti da promuovere con slogan sostanzialmente pubblicitari e i cittadini sono stati trattati (e si sono lasciati trattare) come semplici consumatori. Oggi, le grandi agenzie di comunicazione e i marchi globali, nelle loro analisi, hanno riscontrato un cambiamento nei processi decisionali dei loro “target”, cioè degli obiettivi delle iniziative di comunicazione.
Le numerose antenne delle quali dispongono gli analisti da tempo segnalano, ad esempio, che i consumatori non amano le affermazioni di principio non seguite da comportamenti coerenti. Al contrario, gli esperti segnalano un ritorno, da parte dei consumatori, all’attenzione per ciò che è vicino (come il territorio) e non solamente al mondo digitale. In altre parole, pare che i consulenti dei grandi brand globali stiano suggerendo ai loro clienti una maggiore attenzione alla concretezza, alle comunità e, dato decisamente interessante, al significato di quello che si fa. Una recente campagna di una nota casa produttrice di articoli per lo sport, per esempio, vede affiancata al proverbiale slogan “Just do it!” (“Fallo e basta!”) una domanda, e cioè “Why do it?” (“Perché farlo?”). Si tratta, ovviamente, di campagne di marketing e, dunque, tutt’altro che disinteressate. Tuttavia, questa volta, anche la politica potrebbe imparare qualcosa di buono dal marketing delle grandi multinazionali. Il desiderio di coerenza, concretezza e di ritorno al significato di quello che si è e che si fa non appartiene alle persone solo in quanto consumatori perché, prima ancora, è quello che chiedono i cittadini.
Riforma della Magistratura e necessità di recuperare una vera passione civile
09 novembre 2025
Cuneo
Il tema è di quelli che suscitano discussioni. Non è difficile prevedere che la riforma della Magistratura, approvata dal Parlamento nei giorni scorsi, sarà oggetto di dibattiti, anche accesi, nei mesi che verranno. Come noto, è praticamente certo che ci sarà un referendum per confermare o meno la riforma costituzionale. In realtà e in linea teorica, non si tratta di un automatismo, perché l’articolo 138 della Costituzione prevede che, se, nella seconda votazione di Camera e Senato la proposta di legge costituzionale non raggiunge i 2/3 dei voti favorevoli in ciascuna Camera, allora un quinto dei membri di una Camera, 500.000 elettori oppure cinque Consigli regionali possono chiedere che sulla riforma approvata si esprimano i cittadini.Il referendum confermativo o costituzionale, dunque, rappresenta una possibilità che, però, nel caso concreto, preso atto degli intendimenti delle forze politiche, è, nella sostanza, una certezza.
A breve, quindi, partirà la campagna referendaria, che sarà inevitabilmente influenzata dal fatto che, per la validità di questo tipo di consultazione referendaria, non è previsto il necessario raggiungimento di alcun quorum. Dato che nessuno avrà interesse a invitare gli elettori a disertare le urne, gli opposti schieramenti chiederanno ai propri sostenitori ad andare a votare. Ciò varrà anche per chi, nei mesi scorsi, in occasione delle consultazioni su lavoro e cittadinanza, ha invece suggerito agli italiani a non recarsi ai seggi.
Inutile dire che, nonostante le prevedibili polemiche al riguardo, nessuno potrebbe, in realtà, permettersi di scagliare la proverbiale prima pietra. Il passato, anche recente, ha visto un po’ tutte le forze politiche (con rarissime eccezioni) fare affidamento sul partito dell’astensionismo per ottenere dalle urne disertate il risultato auspicato. In passato, è indubbio, c’è stato un abuso del ricorso al referendum abrogativo, con quesiti che non si prestavano a essere sottoposti al giudizio dei cittadini che, per parte loro, potevano esprimersi solamente con un “sì” o con un “no”, mentre la complessità della materia non lo consentiva.
Lavoro, cittadinanza e, oggi, riforma della Magistratura, al contrario, non solo si prestano ma devono essere oggetto della valutazione anche dell’elettorato. L’auspicio è che la disaffezione alle urne, alimentata anche dal cinismo di alcuni, venga superata dal desiderio di partecipazione e dalla passione civile e democratica, delle quali, però, va recuperato il senso e lo scopo.
Per una volta tanto, gli insegnamenti in fatto di comunicazione che provengono dal mondo del marketing potrebbero tornare utili. Nelle competizioni elettorali più recenti, non sono mancate contaminazioni tra pubblicità e campagne elettorali, soprattutto sui social e sui nuovi mezzi di comunicazione. Le proposte politiche sono diventate prodotti da promuovere con slogan sostanzialmente pubblicitari e i cittadini sono stati trattati (e si sono lasciati trattare) come semplici consumatori. Oggi, le grandi agenzie di comunicazione e i marchi globali, nelle loro analisi, hanno riscontrato un cambiamento nei processi decisionali dei loro “target”, cioè degli obiettivi delle iniziative di comunicazione.
Le numerose antenne delle quali dispongono gli analisti da tempo segnalano, ad esempio, che i consumatori non amano le affermazioni di principio non seguite da comportamenti coerenti. Al contrario, gli esperti segnalano un ritorno, da parte dei consumatori, all’attenzione per ciò che è vicino (come il territorio) e non solamente al mondo digitale. In altre parole, pare che i consulenti dei grandi brand globali stiano suggerendo ai loro clienti una maggiore attenzione alla concretezza, alle comunità e, dato decisamente interessante, al significato di quello che si fa. Una recente campagna di una nota casa produttrice di articoli per lo sport, per esempio, vede affiancata al proverbiale slogan “Just do it!” (“Fallo e basta!”) una domanda, e cioè “Why do it?” (“Perché farlo?”). Si tratta, ovviamente, di campagne di marketing e, dunque, tutt’altro che disinteressate. Tuttavia, questa volta, anche la politica potrebbe imparare qualcosa di buono dal marketing delle grandi multinazionali. Il desiderio di coerenza, concretezza e di ritorno al significato di quello che si è e che si fa non appartiene alle persone solo in quanto consumatori perché, prima ancora, è quello che chiedono i cittadini.