(foto Pixabay)
Dal Giappone arriva una notizia curiosa. A Toyoake, cittadina di 68 mila abitanti, il sindaco ha promosso un’ordinanza rivoluzionaria: non più di due ore al giorno di smartphone per tutti i residenti. La proposta che non prevede sanzioni, ma si affida al senso civico dei cittadini, ha l’obiettivo di sensibilizzare sulla dipendenza tecnologica che ormai condiziona la vita quotidiana di tutti.
Viviamo immersi in dispositivi che ci connettono a tutto e a tutti, ma che spesso ci isolano e ci rendono prigionieri di uno schermo che detta ritmi, emozioni e contenuti delle nostre giornate. Secondo i dati più recenti, gli utenti Internet rappresentano il 67,9% della popolazione mondiale, mentre quelli dei social media sono il 63,9%. Ogni adulto trascorre in media 6 ore e 38 minuti online, di cui 2 ore e 21 minuti sui social. Numeri che raccontano una dipendenza ormai globale.
Eppure, mentre gli adulti criticano i ragazzi per l’uso compulsivo del telefono - soprattutto a scuola - spesso sono proprio i genitori a non saper staccare lo sguardo dallo schermo.
Il senso dell’ordinanza giapponese, dunque, non è nei minuti da cronometrare, ma nel suo valore simbolico: riconoscere che la dipendenza digitale esiste e che può minacciare relazioni, salute e benessere collettivo.
Un richiamo che risuona anche nelle parole di Papa Leone XIV, che nella Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 29 settembre scorso ha invitato a “custodire voci e volti umani”, ricordando che le macchine devono restare al servizio dell’uomo, e non viceversa.
La scelta del sindaco di Toyoake - coraggiosa e controcorrente - ha acceso un ampio dibattito. Sorprende che faccia più scandalo la proposta di una limitazione che non la vera schiavitù tecnologica che viviamo ogni giorno.
Il tempo dedicato all’ascolto, alla lettura, alla socializzazione potrebbe invece diventare la chiave per riscoprire un nuovo umanesimo sociale che mette al centro la persona.
E in Italia? Chissà se qualcuno avrà il coraggio di seguire l’esempio che arriva dal paese del Sol Levante. Sarebbe una sfida culturale e sociale enorme. Per non restare - ancora una volta - prigionieri di uno schermo.
editoriale
(foto Pixabay)
Dal Giappone arriva una notizia curiosa. A Toyoake, cittadina di 68 mila abitanti, il sindaco ha promosso un’ordinanza rivoluzionaria: non più di due ore al giorno di smartphone per tutti i residenti. La proposta che non prevede sanzioni, ma si affida al senso civico dei cittadini, ha l’obiettivo di sensibilizzare sulla dipendenza tecnologica che ormai condiziona la vita quotidiana di tutti.
Viviamo immersi in dispositivi che ci connettono a tutto e a tutti, ma che spesso ci isolano e ci rendono prigionieri di uno schermo che detta ritmi, emozioni e contenuti delle nostre giornate. Secondo i dati più recenti, gli utenti Internet rappresentano il 67,9% della popolazione mondiale, mentre quelli dei social media sono il 63,9%. Ogni adulto trascorre in media 6 ore e 38 minuti online, di cui 2 ore e 21 minuti sui social. Numeri che raccontano una dipendenza ormai globale.
Eppure, mentre gli adulti criticano i ragazzi per l’uso compulsivo del telefono - soprattutto a scuola - spesso sono proprio i genitori a non saper staccare lo sguardo dallo schermo.
Il senso dell’ordinanza giapponese, dunque, non è nei minuti da cronometrare, ma nel suo valore simbolico: riconoscere che la dipendenza digitale esiste e che può minacciare relazioni, salute e benessere collettivo.
Un richiamo che risuona anche nelle parole di Papa Leone XIV, che nella Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 29 settembre scorso ha invitato a “custodire voci e volti umani”, ricordando che le macchine devono restare al servizio dell’uomo, e non viceversa.
La scelta del sindaco di Toyoake - coraggiosa e controcorrente - ha acceso un ampio dibattito. Sorprende che faccia più scandalo la proposta di una limitazione che non la vera schiavitù tecnologica che viviamo ogni giorno.
Il tempo dedicato all’ascolto, alla lettura, alla socializzazione potrebbe invece diventare la chiave per riscoprire un nuovo umanesimo sociale che mette al centro la persona.
E in Italia? Chissà se qualcuno avrà il coraggio di seguire l’esempio che arriva dal paese del Sol Levante. Sarebbe una sfida culturale e sociale enorme. Per non restare - ancora una volta - prigionieri di uno schermo.
Il sindaco che limita l’uso dello smartphone
08 novembre 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
Dal Giappone arriva una notizia curiosa. A Toyoake, cittadina di 68 mila abitanti, il sindaco ha promosso un’ordinanza rivoluzionaria: non più di due ore al giorno di smartphone per tutti i residenti. La proposta che non prevede sanzioni, ma si affida al senso civico dei cittadini, ha l’obiettivo di sensibilizzare sulla dipendenza tecnologica che ormai condiziona la vita quotidiana di tutti.
Viviamo immersi in dispositivi che ci connettono a tutto e a tutti, ma che spesso ci isolano e ci rendono prigionieri di uno schermo che detta ritmi, emozioni e contenuti delle nostre giornate. Secondo i dati più recenti, gli utenti Internet rappresentano il 67,9% della popolazione mondiale, mentre quelli dei social media sono il 63,9%. Ogni adulto trascorre in media 6 ore e 38 minuti online, di cui 2 ore e 21 minuti sui social. Numeri che raccontano una dipendenza ormai globale.
Eppure, mentre gli adulti criticano i ragazzi per l’uso compulsivo del telefono - soprattutto a scuola - spesso sono proprio i genitori a non saper staccare lo sguardo dallo schermo.
Il senso dell’ordinanza giapponese, dunque, non è nei minuti da cronometrare, ma nel suo valore simbolico: riconoscere che la dipendenza digitale esiste e che può minacciare relazioni, salute e benessere collettivo.
Un richiamo che risuona anche nelle parole di Papa Leone XIV, che nella Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 29 settembre scorso ha invitato a “custodire voci e volti umani”, ricordando che le macchine devono restare al servizio dell’uomo, e non viceversa.
La scelta del sindaco di Toyoake - coraggiosa e controcorrente - ha acceso un ampio dibattito. Sorprende che faccia più scandalo la proposta di una limitazione che non la vera schiavitù tecnologica che viviamo ogni giorno.
Il tempo dedicato all’ascolto, alla lettura, alla socializzazione potrebbe invece diventare la chiave per riscoprire un nuovo umanesimo sociale che mette al centro la persona.
E in Italia? Chissà se qualcuno avrà il coraggio di seguire l’esempio che arriva dal paese del Sol Levante. Sarebbe una sfida culturale e sociale enorme. Per non restare - ancora una volta - prigionieri di uno schermo.