(foto Pixabay)
Fino a non molto tempo fa, la geopolitica era oggetto dell’attenzione di pochi. Poi, sono arrivati la Brexit, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, gli attacchi terroristici del 7 ottobre del 2023, il massacro della popolazione civile di Gaza, il secondo mandato presidenziale di Donald Trump. Questa successione di eventi, e le ricadute sulla quotidianità, hanno indotto, o costretto, un po’ tutti a rivedere la propria idea di un mondo che, come suggeriscono gli esperti, è meno globalizzato di quanto si pensasse, ma pur sempre interconnesso, sebbene frammentato.
La reazione a catena innescataè anche oggetto di ricerca. Un interessante studio, dal titolo “La politica ci dividerà, ancora una volta. Rischio geopolitico, frammentazione e flussi di capitali” (“Politics will tear us apart, again. Geopolitical risk, fragmentation, and capital flows”) è stato pubblicato recentemente dalla Banca d’Italia.
Il documento analizza gli effetti sull’economia del mutato quadro politico internazionale. Per farlo, l’autore, Marco Albori, ha utilizzato neologismi, coniati dagli esperti per descrivere processi talmente nuovi da richiedere una terminologia, a sua volta, nuova. Uno di questi nuovi termini è “friendshoring” che, riprendendo la definizione di treccani.it, consiste nel ricondurre i rapporti economici “nell’ambito di relazioni privilegiate con Paesi vicini geograficamente, politicamente affidabili ed economicamente vantaggiosi”.
Secondo gli esperti, in altre parole, è in atto, a livello globale, un riallineamento delle catene di valore caratterizzato dallo spostamento di capitali e relazioni economiche strategiche verso Stati ritenuti “amici”. Si tratterebbe, dunque di una nuova regionalizzazione basata non solo sulla vicinanza geografica, ma anche sulla affinità di visioni politiche e sulla comunanza di interessi strategici.
Questo nuovo quadro presenta particolari insidie per gli Stati democratici e per quelli in via di sviluppo.
Per quanto riguarda i primi, il livello di mutevolezza del quadro politico in uno Stato democratico, infatti, è superiore a quello degli Stati autoritari, tendenzialmente più monolitici. Le elezioni democratiche possono vedere il successo di partiti o movimenti che formano governi con programmi in discontinuità, o addirittura di rottura, con chi li ha preceduti. In altre parole, per gli Stati democratici è più difficile capire chi rimarrà un “amico affidabile”. D’altra parte, per i Paesi con i sistemi e le economie più fragili, la nuova frammentazione rappresenta l’ennesimo ostacolo nel cammino dello sviluppo e del consolidamento dei processi democratici nonché verso l’emancipazione dai grandi capitali stranieri. Le economie più deboli e instabili, infatti, per definizione rappresentano un rischio; se gli investitori istituzionali, o la gran parte di essi, decidono di dirottare i capitali verso lidi ritenuti più sicuri, i Paesi in difficoltà, da un lato, avranno meno risorse per il loro percorso di crescita e, dall’altro lato, saranno molto più vincolati agli investitori rimasti, che avranno buon gioco nel dettare le condizioni di quello che rischia di diventare una nuova forma di neocolonialismo. Inutile aggiungere che la povertà e l’instabilità di intere regioni non può che alimentare flussi migratori di massa, con conseguente, ulteriore, pressione sui Paesi sviluppati.
Per tutti, in ogni caso, la restrizione del numero degli interlocutori nelle relazioni economiche rappresenta un rischio perché, fa venire meno la diversificazione che, oltre a rappresentare una buona strategia di investimento per i privati, lo è anche per i grandi operatori istituzionali. Senza diversificazione, infatti, una crisi locale non potrà essere fronteggiata o attutita nei suoi effetti ricorrendo, ad esempio, a risorse provenienti da altre regioni.
Un certo modo di vedere le relazioni internazionali, sempre più orientato all’affermazione della legge del più forte, pare vedere l’idea stessa di “amicizia” tra nazioni come una pia illusione. In realtà, gli Stati democratici devono prendere atto che non solo è fuorviante l’ambizione di poter prosperare da soli, ma lo è anche quella di farlo con una élite di alleati, in un mondo frammentato e conflittuale. Da soli, o in pochi, non si va da nessuna parte.
editoriale
(foto Pixabay)
Fino a non molto tempo fa, la geopolitica era oggetto dell’attenzione di pochi. Poi, sono arrivati la Brexit, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, gli attacchi terroristici del 7 ottobre del 2023, il massacro della popolazione civile di Gaza, il secondo mandato presidenziale di Donald Trump. Questa successione di eventi, e le ricadute sulla quotidianità, hanno indotto, o costretto, un po’ tutti a rivedere la propria idea di un mondo che, come suggeriscono gli esperti, è meno globalizzato di quanto si pensasse, ma pur sempre interconnesso, sebbene frammentato.
La reazione a catena innescataè anche oggetto di ricerca. Un interessante studio, dal titolo “La politica ci dividerà, ancora una volta. Rischio geopolitico, frammentazione e flussi di capitali” (“Politics will tear us apart, again. Geopolitical risk, fragmentation, and capital flows”) è stato pubblicato recentemente dalla Banca d’Italia.
Il documento analizza gli effetti sull’economia del mutato quadro politico internazionale. Per farlo, l’autore, Marco Albori, ha utilizzato neologismi, coniati dagli esperti per descrivere processi talmente nuovi da richiedere una terminologia, a sua volta, nuova. Uno di questi nuovi termini è “friendshoring” che, riprendendo la definizione di treccani.it, consiste nel ricondurre i rapporti economici “nell’ambito di relazioni privilegiate con Paesi vicini geograficamente, politicamente affidabili ed economicamente vantaggiosi”.
Secondo gli esperti, in altre parole, è in atto, a livello globale, un riallineamento delle catene di valore caratterizzato dallo spostamento di capitali e relazioni economiche strategiche verso Stati ritenuti “amici”. Si tratterebbe, dunque di una nuova regionalizzazione basata non solo sulla vicinanza geografica, ma anche sulla affinità di visioni politiche e sulla comunanza di interessi strategici.
Questo nuovo quadro presenta particolari insidie per gli Stati democratici e per quelli in via di sviluppo.
Per quanto riguarda i primi, il livello di mutevolezza del quadro politico in uno Stato democratico, infatti, è superiore a quello degli Stati autoritari, tendenzialmente più monolitici. Le elezioni democratiche possono vedere il successo di partiti o movimenti che formano governi con programmi in discontinuità, o addirittura di rottura, con chi li ha preceduti. In altre parole, per gli Stati democratici è più difficile capire chi rimarrà un “amico affidabile”. D’altra parte, per i Paesi con i sistemi e le economie più fragili, la nuova frammentazione rappresenta l’ennesimo ostacolo nel cammino dello sviluppo e del consolidamento dei processi democratici nonché verso l’emancipazione dai grandi capitali stranieri. Le economie più deboli e instabili, infatti, per definizione rappresentano un rischio; se gli investitori istituzionali, o la gran parte di essi, decidono di dirottare i capitali verso lidi ritenuti più sicuri, i Paesi in difficoltà, da un lato, avranno meno risorse per il loro percorso di crescita e, dall’altro lato, saranno molto più vincolati agli investitori rimasti, che avranno buon gioco nel dettare le condizioni di quello che rischia di diventare una nuova forma di neocolonialismo. Inutile aggiungere che la povertà e l’instabilità di intere regioni non può che alimentare flussi migratori di massa, con conseguente, ulteriore, pressione sui Paesi sviluppati.
Per tutti, in ogni caso, la restrizione del numero degli interlocutori nelle relazioni economiche rappresenta un rischio perché, fa venire meno la diversificazione che, oltre a rappresentare una buona strategia di investimento per i privati, lo è anche per i grandi operatori istituzionali. Senza diversificazione, infatti, una crisi locale non potrà essere fronteggiata o attutita nei suoi effetti ricorrendo, ad esempio, a risorse provenienti da altre regioni.
Un certo modo di vedere le relazioni internazionali, sempre più orientato all’affermazione della legge del più forte, pare vedere l’idea stessa di “amicizia” tra nazioni come una pia illusione. In realtà, gli Stati democratici devono prendere atto che non solo è fuorviante l’ambizione di poter prosperare da soli, ma lo è anche quella di farlo con una élite di alleati, in un mondo frammentato e conflittuale. Da soli, o in pochi, non si va da nessuna parte.
Stati democratici e più poveri vittime della legge del più forte
02 novembre 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
Fino a non molto tempo fa, la geopolitica era oggetto dell’attenzione di pochi. Poi, sono arrivati la Brexit, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, gli attacchi terroristici del 7 ottobre del 2023, il massacro della popolazione civile di Gaza, il secondo mandato presidenziale di Donald Trump. Questa successione di eventi, e le ricadute sulla quotidianità, hanno indotto, o costretto, un po’ tutti a rivedere la propria idea di un mondo che, come suggeriscono gli esperti, è meno globalizzato di quanto si pensasse, ma pur sempre interconnesso, sebbene frammentato.
La reazione a catena innescataè anche oggetto di ricerca. Un interessante studio, dal titolo “La politica ci dividerà, ancora una volta. Rischio geopolitico, frammentazione e flussi di capitali” (“Politics will tear us apart, again. Geopolitical risk, fragmentation, and capital flows”) è stato pubblicato recentemente dalla Banca d’Italia.
Il documento analizza gli effetti sull’economia del mutato quadro politico internazionale. Per farlo, l’autore, Marco Albori, ha utilizzato neologismi, coniati dagli esperti per descrivere processi talmente nuovi da richiedere una terminologia, a sua volta, nuova. Uno di questi nuovi termini è “friendshoring” che, riprendendo la definizione di treccani.it, consiste nel ricondurre i rapporti economici “nell’ambito di relazioni privilegiate con Paesi vicini geograficamente, politicamente affidabili ed economicamente vantaggiosi”.
Secondo gli esperti, in altre parole, è in atto, a livello globale, un riallineamento delle catene di valore caratterizzato dallo spostamento di capitali e relazioni economiche strategiche verso Stati ritenuti “amici”. Si tratterebbe, dunque di una nuova regionalizzazione basata non solo sulla vicinanza geografica, ma anche sulla affinità di visioni politiche e sulla comunanza di interessi strategici.
Questo nuovo quadro presenta particolari insidie per gli Stati democratici e per quelli in via di sviluppo.
Per quanto riguarda i primi, il livello di mutevolezza del quadro politico in uno Stato democratico, infatti, è superiore a quello degli Stati autoritari, tendenzialmente più monolitici. Le elezioni democratiche possono vedere il successo di partiti o movimenti che formano governi con programmi in discontinuità, o addirittura di rottura, con chi li ha preceduti. In altre parole, per gli Stati democratici è più difficile capire chi rimarrà un “amico affidabile”. D’altra parte, per i Paesi con i sistemi e le economie più fragili, la nuova frammentazione rappresenta l’ennesimo ostacolo nel cammino dello sviluppo e del consolidamento dei processi democratici nonché verso l’emancipazione dai grandi capitali stranieri. Le economie più deboli e instabili, infatti, per definizione rappresentano un rischio; se gli investitori istituzionali, o la gran parte di essi, decidono di dirottare i capitali verso lidi ritenuti più sicuri, i Paesi in difficoltà, da un lato, avranno meno risorse per il loro percorso di crescita e, dall’altro lato, saranno molto più vincolati agli investitori rimasti, che avranno buon gioco nel dettare le condizioni di quello che rischia di diventare una nuova forma di neocolonialismo. Inutile aggiungere che la povertà e l’instabilità di intere regioni non può che alimentare flussi migratori di massa, con conseguente, ulteriore, pressione sui Paesi sviluppati.
Per tutti, in ogni caso, la restrizione del numero degli interlocutori nelle relazioni economiche rappresenta un rischio perché, fa venire meno la diversificazione che, oltre a rappresentare una buona strategia di investimento per i privati, lo è anche per i grandi operatori istituzionali. Senza diversificazione, infatti, una crisi locale non potrà essere fronteggiata o attutita nei suoi effetti ricorrendo, ad esempio, a risorse provenienti da altre regioni.
Un certo modo di vedere le relazioni internazionali, sempre più orientato all’affermazione della legge del più forte, pare vedere l’idea stessa di “amicizia” tra nazioni come una pia illusione. In realtà, gli Stati democratici devono prendere atto che non solo è fuorviante l’ambizione di poter prosperare da soli, ma lo è anche quella di farlo con una élite di alleati, in un mondo frammentato e conflittuale. Da soli, o in pochi, non si va da nessuna parte.