cuneo

Mettersi in gioco per la pace

01 novembre 2025

Cuneo

Gaza (foto Agensir) (foto Agensir) Nelle scorse settimane in almeno un paio di occasioni alcuni membri di Operazione Colomba (vedi il box a lato) hanno avuto l’opportunità di far conoscere alla cittadinanza cuneese e anche alle scuole la loro esperienza vissuta in Palestina come volontari e obiettori di coscienza, in un momento storico, cioè, in cui quell’angolo di Medio Oriente sta vivendo una delle pagine più buie della sua storia. Martina, una giovane poco meno che trentenne originaria della provincia di Cuneo, da alcuni anni è impegnata nel progetto nato in seno all’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Quando ha conosciuto Operazione Colomba? Ho saputo di Operazione Colomba da conoscenti che avevano già fatto parte dell’associazione ed erano partiti nell’ambito di alcuni progetti. Quattro anni fa ho quindi deciso di partecipare anche io ai corsi di formazione che vengono organizzati periodicamente per chi voglia entrarvi, senza tuttavia avere – almeno in quel momento – le idee chiare sul dove andare in un momento successivo. Una cosa era però certa: mi sentivo già molto vicina alla causa palestinese. Per la verità mi interessava molto anche il progetto attivato in Colombia, ma sono poi partita per la Terra Santa. Oggi posso dire che si è trattato di un ‘viaggio di sola andata’, che continua ancora oggi. Quando ha deciso di diventarne una volontaria? Ciò che è stato decisivo nella mia scelta di diventare parte di Operazione Colomba, e di impegnarmi concretamente in Palestina, è stata la possibilità per noi volontari di vivere al fianco delle comunità locali, resistendo insieme alle donne e agli uomini in un contesto di conflitto in modo completamente nonviolento. È tuttavia importante sottolineare che sono i palestinesi a resistere davvero in prima persona, subendo le dirette conseguenze di una situazione sempre più difficile e complessa; noi cerchiamo di sostenerli con la nostra presenza comportandoci in funzione di quelle che sono le esigenze da loro ritenute più urgenti perché si tratta della loro vita, purtroppo segnata da infinite sofferenze quotidiane. La prima volta in cui sono stata laggiù per me è stata una scoperta; le volte successive ho invece capito in modo chiaro che si trattava di dare risposta a una scelta sempre più definita. Avendo assistito a situazioni di profonda ingiustizia e di violenza diffusa, ho sentito il dovere di darne testimonianza: queste cose, infatti, hanno ben poca risonanza in Italia o altrove al di fuori della Palestina, e questo mi ha convinto di non poter far finta di nulla, come se quella realtà non esistesse. E poi c’era e c’è ancor oggi la questione della resistenza nonviolenta: un approccio che mi ha da subito affascinata e che può diventare uno strumento utile, sia a livello pratico sia a livello in qualche modo ‘filosofico’, a incanalare la rabbia in un circuito positivo, non distruttivo In quale area della Palestina agite con Operazione Colomba? Come volontari ci troviamo a svolgere il nostro servizio in un villaggio che si chiama At-Tuwani, localizzato a sud di Hebron (Cisgiordania). Una località di circa 300 persone, principalmente pastori e agricoltori. La nostra azione si esplica nella più ampia zona di Masafer Yatta, che raccoglie circa dodici villaggi, oggi nota ai più perché proprio lì è stato realizzato il film-documentario No other land, che in questi mesi ha aiutato a fare conoscere a livello globale ciò che sta accadendo ormai da molti anni in quel territorio”. Può dirci qual è una ‘giornata tipo’ di un volontario di Operazione Colomba in Palestina? Essendo un’area essenzialmente pastorale e agricola, la nostra giornata è del tutto incentrata sui ritmi quotidiani che quel sistema socio-economico impone. In quanto zona sotto occupazione, gli abitanti non ci chiedono ovviamente di lavorare con loro, quanto piuttosto di accompagnarli e di stare al loro fianco quando svolgono le loro mansioni lavorative. La nostra presenza di soggetti internazionali punta infatti ad abbassare la tensione tra i palestinesi e i coloni che, quotidianamente, li minacciano (o peggio). Insomma, la nostra vuole essere una presenza capace di creare deterrenza: essere in possesso di passaporti internazionali significa infatti inibire, almeno in parte, le azioni violente dei coloni, i quali, sapendo della nostra cittadinanza, non commettono con troppa leggerezza atti che, se rivolti ai danni di non palestinesi, potrebbero avere per loro ripercussioni giuridiche più pesanti. Inoltre il nostro ruolo è anche quello di documentare con fotografie e video ciò che viene fatto contro gli abitanti dei villaggi, in modo da lasciare traccia dei fatti. Questa attività serve sia nel caso in cui si debba scagionare un uomo o una donna palestinesi ingiustamente arrestati, mostrando in sede legale che la persona in oggetto non ha provocato né ha usato violenza contro nessuno, al limite subendola; sia per creare un archivio capace di testimoniare cosa succede in quel luogo anche al di fuori dei suoi ristretti confini geografici. Cosa direbbe ai giovani che fossero interessati a fare la sua stessa scelta? Gli direi innanzitutto che questa è una strada che cambia il proprio punto di vista sul mondo, nel bene e nel male. A volte penso che sarebbe molto più semplice non aver conosciuto ciò che accade là, ma – ci piaccia o no – accade, e anche noi ‘occidentali’ ne siamo in parte responsabili per via delle scelte che facciamo nel nostro quotidiano. Per questa ragione credo sia importante che ognuno di noi sia pienamente consapevole di quel che succede in Palestina. Ai miei coetanei direi quindi che non è necessario diventare volontari di Operazione Colomba per cambiare, anche nel piccolo, le cose in Cisgiordania: sarebbe già tanto se ognuno diventasse consapevole di queste storture e ingiustizie e modificasse di conseguenza il suo modo di pensare e di agire. Un buon modo per riuscire in questo è provare a mettersi nei panni dei ragazzi e delle ragazze che vivono là, i quali a causa dell’occupazione non hanno purtroppo la possibilità di poter scegliere liberamente (per esempio dove andare a vivere o che lavoro fare), proprio perché l’occupazione è pervasiva e non lascia spazi individuali o collettivi. Questo è ciò che direi loro.
Volontariato Palestina operazione colomba

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