Juan Guerrero, è un operatore socio sanitario, che da quasi vent’anni vive in Italia e da oltre dieci in provincia di Cuneo.
Originario di un piccolo villaggio rurale del Perù, è arrivato in Italia a venticinque anni e la sua determinazione ha trasformato una passione nel suo lavoro.
Quale è stata la sua infanzia?
Sono nato in Perù il 30 novembre del 1981, ultimo di quattro fratelli. Ho vissuto la mia infanzia nella regione di Piura, in un paese rurale di centoventi anime vicino al confine con l’Equador che non aveva luce elettrica e neppure l’acqua potabile. Ho bei ricordi legati a quegli anni perchè noi bambini eravamo felici con poco. L’unico giocattolo da me posseduto era un camioncino di latta color arancione su cui caricavo la sabbia. Lo imprestavo volentieri agli altri bambini che non avevano nulla. Dalle nostre piccole mani uscivano rudimentali giocattoli con cui ci divertivamo tutti assieme, in armonia. Ricordo che costruivamo delle torri sovrapponendo le lattine e poi le buttavamo giù. Nascondevamo oggetti che poi dovevamo ritrovare al grido di “fuoco” o “ghiaccio” se eravamo vicini o distanti dal nascondiglio.
Come curavate le malattie?
Per farci curare eravamo costretti ad andare in un altro villaggio dove abitava una persona considerata uno stregone. Lui riceveva solo di notte. Indossava sonagli, coltelli e, mentre visitava, beveva alcool di zucchero di canna. Dopo essere entrato in “trance”, pregava e dava il suo responso. Addebitava la malattia sempre alla cattiveria di persone che facevano il malocchio.
Quale è stato il suo percorso scolastico?
In paese ho frequentato per due anni l’asilo: eravamo dieci bambini con una sola maestra. Mi portavo il pranzo da casa: riso con uovo e formaggio. A casa il pasto principale erano i fagioli. Successivamente ho frequentato la Scuola elementare la cui durata in Perù è di sei anni. Era in un altro paese e ci andavo a piedi. Al quarto anno sono andato però in città, in un Collegio maschile nazionale e, dopo le Superiori, mi sono iscritto alla Università, al Politecnico. Mi piaceva studiare e avevo bei voti. Abitavo a Piura, nota come la città dell’eterna estate perchè gode di un clima soleggiato quasi l’intero anno. Vanta inoltre radici antiche perchè è stata uno dei primi insediamenti spagnoli in Sud America. Allora mia madre si era trasferita in città, gestiva un negozio e io la aiutavo. Dopo gli studi, ho avuto varie possibilità e sono entrato anche in politica per il bene della mia gente. Mi era stato offerto un posto nell’ufficio del sindaco, ma non mi sentivo realizzato.
Quando è venuto in Italia?
Avevo venticinque anni quando sono giunto a Milano dove ho svolto vari lavori, tra cui l’operaio e poi sono andato come badante in una famiglia. In seguito ho lavorato alla Casa di Riposo di Carmagnola con contratto regolare. Ora lavoro a Marene, alla Residenza Anni Azzurri “La Corte”, dove imparo molto.
Perchè ha scelto questa professione e che cosa privilegia nel rapporto con i malati?
Ho scelto questa professione per l’insegnamento di mio padre che mi è stato maestro di vita. Cerco di entrare in empatia con i pazienti per la loro cura e il loro bene, offrendo una attenzione costante e il mio calore umano. Io e i miei colleghi affrontiamo ogni giorno un lavoro molto delicato perchè ci troviamo davanti a malati con patologie gravi e per questo seguiamo un programma di formazione permanente per aggiornare le nostre competenze. Devo dire che collaboriamo in armonia e condividiamo le nostre competenze con l’aiuto di medici ed infermieri. Come i miei colleghi, in prevalenza multinazionali, quando mi approccio al malato cerco di conoscerne il percorso di vita attraverso i familiari. L’esigenza si è sviluppata dentro di me e fa parte del mio essere.
Tre valori fondamentali nella sua vita?
Umiltà, onestà, sincerità.
Nei momenti difficili, che cosa la sostiene?
Cerco di trovare la forza in me stesso perchè è dentro di noi che si trova la sorgente di energia vitale. Gestisco le emozioni per portare avanti le mie idee.
Un suo sogno nel cassetto?
Ricordo quando aiutavo mia madre nel negozio che aveva rilevato in città. Pertanto un domani mi piacerebbe gestirne uno più grande, un import-export.
Un momento di grande gioia?
La nascita di mia figlia Mirella, il mio vero tesoro. Ogni mattino è il mio primo pensiero.
Che cosa non le piace del mondo di oggi?
L’indifferenza della gente e la scarsa solidarietà. Mi interrogo spesso sulla speranza di una pace in un mondo dove proliferano le guerre.
C’è una passione che coltiva in particolare?
Ho sempre amato la lettura perché mi apre mondi nuovi. Amo anche camminare e andare in bicicletta.
Il suo colore preferito?
Mi piace il blu perché mi regala calma e serenità. Essendo il colore del cielo e del mare, mi indica distanze e profondità sconfinate.
Che cosa le ha insegnato la vita?
Che bisogna sempre avere uno scopo e mantenere un proprio equilibrio.
paesi
Juan Guerrero, è un operatore socio sanitario, che da quasi vent’anni vive in Italia e da oltre dieci in provincia di Cuneo.
Originario di un piccolo villaggio rurale del Perù, è arrivato in Italia a venticinque anni e la sua determinazione ha trasformato una passione nel suo lavoro.
Quale è stata la sua infanzia?
Sono nato in Perù il 30 novembre del 1981, ultimo di quattro fratelli. Ho vissuto la mia infanzia nella regione di Piura, in un paese rurale di centoventi anime vicino al confine con l’Equador che non aveva luce elettrica e neppure l’acqua potabile. Ho bei ricordi legati a quegli anni perchè noi bambini eravamo felici con poco. L’unico giocattolo da me posseduto era un camioncino di latta color arancione su cui caricavo la sabbia. Lo imprestavo volentieri agli altri bambini che non avevano nulla. Dalle nostre piccole mani uscivano rudimentali giocattoli con cui ci divertivamo tutti assieme, in armonia. Ricordo che costruivamo delle torri sovrapponendo le lattine e poi le buttavamo giù. Nascondevamo oggetti che poi dovevamo ritrovare al grido di “fuoco” o “ghiaccio” se eravamo vicini o distanti dal nascondiglio.
Come curavate le malattie?
Per farci curare eravamo costretti ad andare in un altro villaggio dove abitava una persona considerata uno stregone. Lui riceveva solo di notte. Indossava sonagli, coltelli e, mentre visitava, beveva alcool di zucchero di canna. Dopo essere entrato in “trance”, pregava e dava il suo responso. Addebitava la malattia sempre alla cattiveria di persone che facevano il malocchio.
Quale è stato il suo percorso scolastico?
In paese ho frequentato per due anni l’asilo: eravamo dieci bambini con una sola maestra. Mi portavo il pranzo da casa: riso con uovo e formaggio. A casa il pasto principale erano i fagioli. Successivamente ho frequentato la Scuola elementare la cui durata in Perù è di sei anni. Era in un altro paese e ci andavo a piedi. Al quarto anno sono andato però in città, in un Collegio maschile nazionale e, dopo le Superiori, mi sono iscritto alla Università, al Politecnico. Mi piaceva studiare e avevo bei voti. Abitavo a Piura, nota come la città dell’eterna estate perchè gode di un clima soleggiato quasi l’intero anno. Vanta inoltre radici antiche perchè è stata uno dei primi insediamenti spagnoli in Sud America. Allora mia madre si era trasferita in città, gestiva un negozio e io la aiutavo. Dopo gli studi, ho avuto varie possibilità e sono entrato anche in politica per il bene della mia gente. Mi era stato offerto un posto nell’ufficio del sindaco, ma non mi sentivo realizzato.
Quando è venuto in Italia?
Avevo venticinque anni quando sono giunto a Milano dove ho svolto vari lavori, tra cui l’operaio e poi sono andato come badante in una famiglia. In seguito ho lavorato alla Casa di Riposo di Carmagnola con contratto regolare. Ora lavoro a Marene, alla Residenza Anni Azzurri “La Corte”, dove imparo molto.
Perchè ha scelto questa professione e che cosa privilegia nel rapporto con i malati?
Ho scelto questa professione per l’insegnamento di mio padre che mi è stato maestro di vita. Cerco di entrare in empatia con i pazienti per la loro cura e il loro bene, offrendo una attenzione costante e il mio calore umano. Io e i miei colleghi affrontiamo ogni giorno un lavoro molto delicato perchè ci troviamo davanti a malati con patologie gravi e per questo seguiamo un programma di formazione permanente per aggiornare le nostre competenze. Devo dire che collaboriamo in armonia e condividiamo le nostre competenze con l’aiuto di medici ed infermieri. Come i miei colleghi, in prevalenza multinazionali, quando mi approccio al malato cerco di conoscerne il percorso di vita attraverso i familiari. L’esigenza si è sviluppata dentro di me e fa parte del mio essere.
Tre valori fondamentali nella sua vita?
Umiltà, onestà, sincerità.
Nei momenti difficili, che cosa la sostiene?
Cerco di trovare la forza in me stesso perchè è dentro di noi che si trova la sorgente di energia vitale. Gestisco le emozioni per portare avanti le mie idee.
Un suo sogno nel cassetto?
Ricordo quando aiutavo mia madre nel negozio che aveva rilevato in città. Pertanto un domani mi piacerebbe gestirne uno più grande, un import-export.
Un momento di grande gioia?
La nascita di mia figlia Mirella, il mio vero tesoro. Ogni mattino è il mio primo pensiero.
Che cosa non le piace del mondo di oggi?
L’indifferenza della gente e la scarsa solidarietà. Mi interrogo spesso sulla speranza di una pace in un mondo dove proliferano le guerre.
C’è una passione che coltiva in particolare?
Ho sempre amato la lettura perché mi apre mondi nuovi. Amo anche camminare e andare in bicicletta.
Il suo colore preferito?
Mi piace il blu perché mi regala calma e serenità. Essendo il colore del cielo e del mare, mi indica distanze e profondità sconfinate.
Che cosa le ha insegnato la vita?
Che bisogna sempre avere uno scopo e mantenere un proprio equilibrio.
Juan, dall’infanzia in un villaggio rurale del Perù al lavoro a Marene
18 ottobre 2025
Cuneo
Juan Guerrero, è un operatore socio sanitario, che da quasi vent’anni vive in Italia e da oltre dieci in provincia di Cuneo.
Originario di un piccolo villaggio rurale del Perù, è arrivato in Italia a venticinque anni e la sua determinazione ha trasformato una passione nel suo lavoro.
Quale è stata la sua infanzia?
Sono nato in Perù il 30 novembre del 1981, ultimo di quattro fratelli. Ho vissuto la mia infanzia nella regione di Piura, in un paese rurale di centoventi anime vicino al confine con l’Equador che non aveva luce elettrica e neppure l’acqua potabile. Ho bei ricordi legati a quegli anni perchè noi bambini eravamo felici con poco. L’unico giocattolo da me posseduto era un camioncino di latta color arancione su cui caricavo la sabbia. Lo imprestavo volentieri agli altri bambini che non avevano nulla. Dalle nostre piccole mani uscivano rudimentali giocattoli con cui ci divertivamo tutti assieme, in armonia. Ricordo che costruivamo delle torri sovrapponendo le lattine e poi le buttavamo giù. Nascondevamo oggetti che poi dovevamo ritrovare al grido di “fuoco” o “ghiaccio” se eravamo vicini o distanti dal nascondiglio.
Come curavate le malattie?
Per farci curare eravamo costretti ad andare in un altro villaggio dove abitava una persona considerata uno stregone. Lui riceveva solo di notte. Indossava sonagli, coltelli e, mentre visitava, beveva alcool di zucchero di canna. Dopo essere entrato in “trance”, pregava e dava il suo responso. Addebitava la malattia sempre alla cattiveria di persone che facevano il malocchio.
Quale è stato il suo percorso scolastico?
In paese ho frequentato per due anni l’asilo: eravamo dieci bambini con una sola maestra. Mi portavo il pranzo da casa: riso con uovo e formaggio. A casa il pasto principale erano i fagioli. Successivamente ho frequentato la Scuola elementare la cui durata in Perù è di sei anni. Era in un altro paese e ci andavo a piedi. Al quarto anno sono andato però in città, in un Collegio maschile nazionale e, dopo le Superiori, mi sono iscritto alla Università, al Politecnico. Mi piaceva studiare e avevo bei voti. Abitavo a Piura, nota come la città dell’eterna estate perchè gode di un clima soleggiato quasi l’intero anno. Vanta inoltre radici antiche perchè è stata uno dei primi insediamenti spagnoli in Sud America. Allora mia madre si era trasferita in città, gestiva un negozio e io la aiutavo. Dopo gli studi, ho avuto varie possibilità e sono entrato anche in politica per il bene della mia gente. Mi era stato offerto un posto nell’ufficio del sindaco, ma non mi sentivo realizzato.
Quando è venuto in Italia?
Avevo venticinque anni quando sono giunto a Milano dove ho svolto vari lavori, tra cui l’operaio e poi sono andato come badante in una famiglia. In seguito ho lavorato alla Casa di Riposo di Carmagnola con contratto regolare. Ora lavoro a Marene, alla Residenza Anni Azzurri “La Corte”, dove imparo molto.
Perchè ha scelto questa professione e che cosa privilegia nel rapporto con i malati?
Ho scelto questa professione per l’insegnamento di mio padre che mi è stato maestro di vita. Cerco di entrare in empatia con i pazienti per la loro cura e il loro bene, offrendo una attenzione costante e il mio calore umano. Io e i miei colleghi affrontiamo ogni giorno un lavoro molto delicato perchè ci troviamo davanti a malati con patologie gravi e per questo seguiamo un programma di formazione permanente per aggiornare le nostre competenze. Devo dire che collaboriamo in armonia e condividiamo le nostre competenze con l’aiuto di medici ed infermieri. Come i miei colleghi, in prevalenza multinazionali, quando mi approccio al malato cerco di conoscerne il percorso di vita attraverso i familiari. L’esigenza si è sviluppata dentro di me e fa parte del mio essere.
Tre valori fondamentali nella sua vita?
Umiltà, onestà, sincerità.
Nei momenti difficili, che cosa la sostiene?
Cerco di trovare la forza in me stesso perchè è dentro di noi che si trova la sorgente di energia vitale. Gestisco le emozioni per portare avanti le mie idee.
Un suo sogno nel cassetto?
Ricordo quando aiutavo mia madre nel negozio che aveva rilevato in città. Pertanto un domani mi piacerebbe gestirne uno più grande, un import-export.
Un momento di grande gioia?
La nascita di mia figlia Mirella, il mio vero tesoro. Ogni mattino è il mio primo pensiero.
Che cosa non le piace del mondo di oggi?
L’indifferenza della gente e la scarsa solidarietà. Mi interrogo spesso sulla speranza di una pace in un mondo dove proliferano le guerre.
C’è una passione che coltiva in particolare?
Ho sempre amato la lettura perché mi apre mondi nuovi. Amo anche camminare e andare in bicicletta.
Il suo colore preferito?
Mi piace il blu perché mi regala calma e serenità. Essendo il colore del cielo e del mare, mi indica distanze e profondità sconfinate.
Che cosa le ha insegnato la vita?
Che bisogna sempre avere uno scopo e mantenere un proprio equilibrio.