Alla base del diffuso disagio giovanile vi sarebbe, secondo la psicoterapeuta Francesca Pierotti, “l’impoverimento quantitativo e qualitativo delle parole” utilizzate per esprimere emozioni, sentimenti e concetti.
Nel suo recente saggio Dialoghi impossibili tra giovani e adulti. Le parole della cura tra identità, narrazione e social (2024),l’autrice sottolinea come la povertà della comunicazione finisca per tradursi in povertà dell’intelligenza e in soffocamento del sentire. Quando manca il linguaggio per nominare la sofferenza, questa viene agita: esplode in comportamenti violenti, rivolti contro sé stessi o contro gli altri. Per questo, sviluppare una coscienza linguistica adeguata è un fattore di protezione fondamentale per la salute mentale.
Studi condotti negli anni Cinquanta hanno indagato le ragioni dell’elevato numero di suicidi tra gli abitanti di Tahiti, scoprendo che la loro lingua disponeva di parole per descrivere il dolore fisico, ma non quello psichico. In assenza di un termine per definire la sofferenza emotiva, non erano in grado di riconoscerla e, nei casi più acuti, l’unica via risultava il suicidio.
Pierotti mette in guardia anche rispetto all’immersione precoce dei giovani nel mondo social, dove dominano le immagini, accompagnate da poche parole ambigue e dai molteplici significati. Senza un processo di decodifica, questa comunicazione rischia di generare confusione e fragilità. Il progressivo furto di parole non si traduce soltanto in impoverimento cognitivo, ma anche in incompetenza emotiva e maggiore vulnerabilità psichica.
editoriale
Alla base del diffuso disagio giovanile vi sarebbe, secondo la psicoterapeuta Francesca Pierotti, “l’impoverimento quantitativo e qualitativo delle parole” utilizzate per esprimere emozioni, sentimenti e concetti.
Nel suo recente saggio Dialoghi impossibili tra giovani e adulti. Le parole della cura tra identità, narrazione e social (2024),l’autrice sottolinea come la povertà della comunicazione finisca per tradursi in povertà dell’intelligenza e in soffocamento del sentire. Quando manca il linguaggio per nominare la sofferenza, questa viene agita: esplode in comportamenti violenti, rivolti contro sé stessi o contro gli altri. Per questo, sviluppare una coscienza linguistica adeguata è un fattore di protezione fondamentale per la salute mentale.
Studi condotti negli anni Cinquanta hanno indagato le ragioni dell’elevato numero di suicidi tra gli abitanti di Tahiti, scoprendo che la loro lingua disponeva di parole per descrivere il dolore fisico, ma non quello psichico. In assenza di un termine per definire la sofferenza emotiva, non erano in grado di riconoscerla e, nei casi più acuti, l’unica via risultava il suicidio.
Pierotti mette in guardia anche rispetto all’immersione precoce dei giovani nel mondo social, dove dominano le immagini, accompagnate da poche parole ambigue e dai molteplici significati. Senza un processo di decodifica, questa comunicazione rischia di generare confusione e fragilità. Il progressivo furto di parole non si traduce soltanto in impoverimento cognitivo, ma anche in incompetenza emotiva e maggiore vulnerabilità psichica.
Fame di parole
04 ottobre 2025
Cuneo
Alla base del diffuso disagio giovanile vi sarebbe, secondo la psicoterapeuta Francesca Pierotti, “l’impoverimento quantitativo e qualitativo delle parole” utilizzate per esprimere emozioni, sentimenti e concetti.
Nel suo recente saggio Dialoghi impossibili tra giovani e adulti. Le parole della cura tra identità, narrazione e social (2024),l’autrice sottolinea come la povertà della comunicazione finisca per tradursi in povertà dell’intelligenza e in soffocamento del sentire. Quando manca il linguaggio per nominare la sofferenza, questa viene agita: esplode in comportamenti violenti, rivolti contro sé stessi o contro gli altri. Per questo, sviluppare una coscienza linguistica adeguata è un fattore di protezione fondamentale per la salute mentale.
Studi condotti negli anni Cinquanta hanno indagato le ragioni dell’elevato numero di suicidi tra gli abitanti di Tahiti, scoprendo che la loro lingua disponeva di parole per descrivere il dolore fisico, ma non quello psichico. In assenza di un termine per definire la sofferenza emotiva, non erano in grado di riconoscerla e, nei casi più acuti, l’unica via risultava il suicidio.
Pierotti mette in guardia anche rispetto all’immersione precoce dei giovani nel mondo social, dove dominano le immagini, accompagnate da poche parole ambigue e dai molteplici significati. Senza un processo di decodifica, questa comunicazione rischia di generare confusione e fragilità. Il progressivo furto di parole non si traduce soltanto in impoverimento cognitivo, ma anche in incompetenza emotiva e maggiore vulnerabilità psichica.