(foto Ansa/Sir)
“Silenzio al Risveglio” è il titolo dell’ultima raccolta di racconti curata personalmente da Francis Scott Fitzgerald. Gli esperti ritengono che contenga alcune delle pagine più intime dell’autore de Il Grande Gatsby. I racconti, in gran parte scritti dopo la crisi del 1929 e durante la Grande Depressione che ne seguì, riprendono, in modo esplicito, spunti e riflessioni già presenti nei romanzi e negli scritti precedenti, dove l’insensatezza dei bagordi negli anni dell’illusione finanziaria era già tratteggiata. Nell’ultimo racconto di quest’ultima raccolta, Fitzgerald narra di un padre che ritorna a Parigi per incontrare la sua giovane figlia, della quale aveva perso l’affido proprio a causa degli eccessi degli anni dell’euforia. In uno dei dialoghi più intensi, a un amico che gli dice: “Ho sentito che nel crollo hai perso parecchio”, il protagonista risponde “Sì, ma tutto quello che desideravo l’ho perso con il boom”.
In una sola frase, il genio letterario di Fitzgerald descrive un’intera esistenza, definisce un’epoca e dice molto di quello che potrebbe valere per tanti dei grandi boom che sarebbero seguiti e poi risoltisi in crisi che erano ritenute, immancabilmente, “impossibili” prima che si verificassero.
Quando arriva una crisi, gli sforzi di tutti si concentrano su come limitare le perdite e su come arginare gli effetti di spirali negative che affliggono l’economia e che danneggiano il tessuto sociale.
In pochi riflettono, per lo meno nell’immediato, su quello che è andato perduto negli anni precedenti, quelli del “boom”. A volte, tutto questo capita anche perché la contabilità dei profitti e delle perdite finanziarie è molto più semplice di quella di ciò che conta davvero.
In questi tempi in cui gli azionisti delle grandi banche continuano a ricevere utili miliardari e gli sportelli bancari nelle nostre valli chiudono, ne abbiamo la dimostrazione. È molto facile indicare, con precisione, il risparmio, nell’immediato, che si realizza con la chiusura; al contrario, è molto più difficile quantificare quello che si perde in termini di presenza, fiducia, prossimità, e credibilità quando i vertici del sistema bancario parlano di “attenzione al territorio” e di “centralità del cliente”.
In un recente rapporto sulle strategie per il successo nei pagamenti internazionali della agenzia specializzata “Finextra Reserch”, si legge che il commercio globale ha raggiunto un nuovo record nello scorso anno, con una crescita dei pagamenti internazionali connotata dalla più rapida espansione registrata negli ultimi 15 anni e con volumi complessivi più che raddoppiati rispetto a quelli di dieci anni fa.
Saranno gli esperti a spiegare come sia possibile riconciliare questi dati con la guerra in Ucraina, le sanzioni economiche alla Russia, gli sconquassi provocati dalle iniziative trumpiane, le conseguenze degli attacchi del 7 ottobre 2023, gli ostaggi israeliani, la tragedia senza fine di Gaza, le incertezze politiche in Corea del Sud, le indecisioni dell’Unione Europea, le perduranti fragilità economiche e istituzionali in Africa e Sudamerica … e via discorrendo.
È difficile accettare che in un mondo segnato da tante fatiche e da tanta sofferenza i numeri dell’economia e della finanza siano così positivi, eppure è possibile. Mentre un Ministro di uno stato sovrano parla di Gaza come di una “miniera d’oro immobiliare”, prima che la musica si fermi e il conto arrivi, bisognerebbe riflettere, per dirla con Scott Fitzgerald, su cosa stiamo perdendo durante questi giorni, tragici per molti e redditizi per alcuni.
La capacità di stupore, di indignazione, di solidarietà anche solo emotiva rappresentano un capitale umano preziosissimo e irrinunciabile, che si sta disperdendo nell’assuefazione alle immagini dei bambini ucraini deportati in Russia per essere rieducati, degli ostaggi nelle mani di Hamas, dei civili in fuga dalle loro case distrutte a Gaza o dei cadaveri di migranti, vittime dell’ennesimo naufragio alle porte di casa nostra.
Se qualcuno intende realizzare profitti dall’instabilità o da un’economia di guerra, allora sarà bene ricordare che queste sono vie che conducono dritti verso l’ennesimo collasso economico e umano. Nessuno si augura una crisi, ma, se dovesse capitare, allora sarà più dura rialzarsi, e non per l’entità delle perdite finanziarie, ma per lo smarrimento del senso di umanità che ci ha lasciati indifferenti rispetto alle macerie sulle quali alcuni stanno lucrando.
editoriale
(foto Ansa/Sir)
“Silenzio al Risveglio” è il titolo dell’ultima raccolta di racconti curata personalmente da Francis Scott Fitzgerald. Gli esperti ritengono che contenga alcune delle pagine più intime dell’autore de Il Grande Gatsby. I racconti, in gran parte scritti dopo la crisi del 1929 e durante la Grande Depressione che ne seguì, riprendono, in modo esplicito, spunti e riflessioni già presenti nei romanzi e negli scritti precedenti, dove l’insensatezza dei bagordi negli anni dell’illusione finanziaria era già tratteggiata. Nell’ultimo racconto di quest’ultima raccolta, Fitzgerald narra di un padre che ritorna a Parigi per incontrare la sua giovane figlia, della quale aveva perso l’affido proprio a causa degli eccessi degli anni dell’euforia. In uno dei dialoghi più intensi, a un amico che gli dice: “Ho sentito che nel crollo hai perso parecchio”, il protagonista risponde “Sì, ma tutto quello che desideravo l’ho perso con il boom”.
In una sola frase, il genio letterario di Fitzgerald descrive un’intera esistenza, definisce un’epoca e dice molto di quello che potrebbe valere per tanti dei grandi boom che sarebbero seguiti e poi risoltisi in crisi che erano ritenute, immancabilmente, “impossibili” prima che si verificassero.
Quando arriva una crisi, gli sforzi di tutti si concentrano su come limitare le perdite e su come arginare gli effetti di spirali negative che affliggono l’economia e che danneggiano il tessuto sociale.
In pochi riflettono, per lo meno nell’immediato, su quello che è andato perduto negli anni precedenti, quelli del “boom”. A volte, tutto questo capita anche perché la contabilità dei profitti e delle perdite finanziarie è molto più semplice di quella di ciò che conta davvero.
In questi tempi in cui gli azionisti delle grandi banche continuano a ricevere utili miliardari e gli sportelli bancari nelle nostre valli chiudono, ne abbiamo la dimostrazione. È molto facile indicare, con precisione, il risparmio, nell’immediato, che si realizza con la chiusura; al contrario, è molto più difficile quantificare quello che si perde in termini di presenza, fiducia, prossimità, e credibilità quando i vertici del sistema bancario parlano di “attenzione al territorio” e di “centralità del cliente”.
In un recente rapporto sulle strategie per il successo nei pagamenti internazionali della agenzia specializzata “Finextra Reserch”, si legge che il commercio globale ha raggiunto un nuovo record nello scorso anno, con una crescita dei pagamenti internazionali connotata dalla più rapida espansione registrata negli ultimi 15 anni e con volumi complessivi più che raddoppiati rispetto a quelli di dieci anni fa.
Saranno gli esperti a spiegare come sia possibile riconciliare questi dati con la guerra in Ucraina, le sanzioni economiche alla Russia, gli sconquassi provocati dalle iniziative trumpiane, le conseguenze degli attacchi del 7 ottobre 2023, gli ostaggi israeliani, la tragedia senza fine di Gaza, le incertezze politiche in Corea del Sud, le indecisioni dell’Unione Europea, le perduranti fragilità economiche e istituzionali in Africa e Sudamerica … e via discorrendo.
È difficile accettare che in un mondo segnato da tante fatiche e da tanta sofferenza i numeri dell’economia e della finanza siano così positivi, eppure è possibile. Mentre un Ministro di uno stato sovrano parla di Gaza come di una “miniera d’oro immobiliare”, prima che la musica si fermi e il conto arrivi, bisognerebbe riflettere, per dirla con Scott Fitzgerald, su cosa stiamo perdendo durante questi giorni, tragici per molti e redditizi per alcuni.
La capacità di stupore, di indignazione, di solidarietà anche solo emotiva rappresentano un capitale umano preziosissimo e irrinunciabile, che si sta disperdendo nell’assuefazione alle immagini dei bambini ucraini deportati in Russia per essere rieducati, degli ostaggi nelle mani di Hamas, dei civili in fuga dalle loro case distrutte a Gaza o dei cadaveri di migranti, vittime dell’ennesimo naufragio alle porte di casa nostra.
Se qualcuno intende realizzare profitti dall’instabilità o da un’economia di guerra, allora sarà bene ricordare che queste sono vie che conducono dritti verso l’ennesimo collasso economico e umano. Nessuno si augura una crisi, ma, se dovesse capitare, allora sarà più dura rialzarsi, e non per l’entità delle perdite finanziarie, ma per lo smarrimento del senso di umanità che ci ha lasciati indifferenti rispetto alle macerie sulle quali alcuni stanno lucrando.
I profitti dall’economia di guerra un collasso economico e umano
29 settembre 2025
Cuneo
(foto Ansa/Sir)
“Silenzio al Risveglio” è il titolo dell’ultima raccolta di racconti curata personalmente da Francis Scott Fitzgerald. Gli esperti ritengono che contenga alcune delle pagine più intime dell’autore de Il Grande Gatsby. I racconti, in gran parte scritti dopo la crisi del 1929 e durante la Grande Depressione che ne seguì, riprendono, in modo esplicito, spunti e riflessioni già presenti nei romanzi e negli scritti precedenti, dove l’insensatezza dei bagordi negli anni dell’illusione finanziaria era già tratteggiata. Nell’ultimo racconto di quest’ultima raccolta, Fitzgerald narra di un padre che ritorna a Parigi per incontrare la sua giovane figlia, della quale aveva perso l’affido proprio a causa degli eccessi degli anni dell’euforia. In uno dei dialoghi più intensi, a un amico che gli dice: “Ho sentito che nel crollo hai perso parecchio”, il protagonista risponde “Sì, ma tutto quello che desideravo l’ho perso con il boom”.
In una sola frase, il genio letterario di Fitzgerald descrive un’intera esistenza, definisce un’epoca e dice molto di quello che potrebbe valere per tanti dei grandi boom che sarebbero seguiti e poi risoltisi in crisi che erano ritenute, immancabilmente, “impossibili” prima che si verificassero.
Quando arriva una crisi, gli sforzi di tutti si concentrano su come limitare le perdite e su come arginare gli effetti di spirali negative che affliggono l’economia e che danneggiano il tessuto sociale.
In pochi riflettono, per lo meno nell’immediato, su quello che è andato perduto negli anni precedenti, quelli del “boom”. A volte, tutto questo capita anche perché la contabilità dei profitti e delle perdite finanziarie è molto più semplice di quella di ciò che conta davvero.
In questi tempi in cui gli azionisti delle grandi banche continuano a ricevere utili miliardari e gli sportelli bancari nelle nostre valli chiudono, ne abbiamo la dimostrazione. È molto facile indicare, con precisione, il risparmio, nell’immediato, che si realizza con la chiusura; al contrario, è molto più difficile quantificare quello che si perde in termini di presenza, fiducia, prossimità, e credibilità quando i vertici del sistema bancario parlano di “attenzione al territorio” e di “centralità del cliente”.
In un recente rapporto sulle strategie per il successo nei pagamenti internazionali della agenzia specializzata “Finextra Reserch”, si legge che il commercio globale ha raggiunto un nuovo record nello scorso anno, con una crescita dei pagamenti internazionali connotata dalla più rapida espansione registrata negli ultimi 15 anni e con volumi complessivi più che raddoppiati rispetto a quelli di dieci anni fa.
Saranno gli esperti a spiegare come sia possibile riconciliare questi dati con la guerra in Ucraina, le sanzioni economiche alla Russia, gli sconquassi provocati dalle iniziative trumpiane, le conseguenze degli attacchi del 7 ottobre 2023, gli ostaggi israeliani, la tragedia senza fine di Gaza, le incertezze politiche in Corea del Sud, le indecisioni dell’Unione Europea, le perduranti fragilità economiche e istituzionali in Africa e Sudamerica … e via discorrendo.
È difficile accettare che in un mondo segnato da tante fatiche e da tanta sofferenza i numeri dell’economia e della finanza siano così positivi, eppure è possibile. Mentre un Ministro di uno stato sovrano parla di Gaza come di una “miniera d’oro immobiliare”, prima che la musica si fermi e il conto arrivi, bisognerebbe riflettere, per dirla con Scott Fitzgerald, su cosa stiamo perdendo durante questi giorni, tragici per molti e redditizi per alcuni.
La capacità di stupore, di indignazione, di solidarietà anche solo emotiva rappresentano un capitale umano preziosissimo e irrinunciabile, che si sta disperdendo nell’assuefazione alle immagini dei bambini ucraini deportati in Russia per essere rieducati, degli ostaggi nelle mani di Hamas, dei civili in fuga dalle loro case distrutte a Gaza o dei cadaveri di migranti, vittime dell’ennesimo naufragio alle porte di casa nostra.
Se qualcuno intende realizzare profitti dall’instabilità o da un’economia di guerra, allora sarà bene ricordare che queste sono vie che conducono dritti verso l’ennesimo collasso economico e umano. Nessuno si augura una crisi, ma, se dovesse capitare, allora sarà più dura rialzarsi, e non per l’entità delle perdite finanziarie, ma per lo smarrimento del senso di umanità che ci ha lasciati indifferenti rispetto alle macerie sulle quali alcuni stanno lucrando.