editoriale

Se la vita è sacra, è lecito o no interrompere le tragedie uccidendo il tiranno che le causa?

21 settembre 2025

Cuneo

pistola che spara (foto Pixabay) (foto Pixabay) Il 10 settembre, durante un dibattito pubblico, è stato ucciso a Orem (Utah, USA) l’attivista politico trentunenne Charlie Kirk. Non è detto che molti tra noi lo conoscessero, ma ci hanno presto spiegato le sue posizioni: difensore di idee omofobe, razziste, sessiste, islamofobe, si era specializzato in dibattiti in cui più che argomentare le proprie tesi puntava a screditare i suoi interlocutori o a confonderli. C’è chi ha fatto notare che tra le sue campagne c’era anche quella per la tutela del diritto a possedere personalmente armi, “anche al costo di alcune vittime ogni anno”. E chi ha commentato che in fondo è stato vittima della sua stessa politica. Il suo caso ripropone però, in forma concreta, quello estremo del rapporto con il tiranno: se la vita umana è sacra, è lecito interrompere le tragedie da lui causate uccidendolo? Dietrich Bonhoeffer, non solo credente cristiano ma teologo, visse con particolare angoscia questo dilemma per poi decidere di prendere parte a una congiura per eliminare Hitler (congiura fallita, che portò alla sua carcerazione ed esecuzione neanche un mese prima della morte del Führer). Come al solito, se ci volgessimo alla Bibbia per avere qualche indicazione senza criterio e superficialmente, avremmo molti suggerimenti in conflitto. Da una parte, infatti, la violenza contro i nemici, soprattutto nel Primo Testamento, è molto ben rappresentata. Ci troviamo di fronte a un Dio che si propone come guida del popolo anche sterminandone gli avversari, dall’Egitto in poi (Es 15), a un Elia che sfida i profeti di Baal e poi li uccide tutti e 450 (1 Re 18), a diverse battute feroci anche nei Salmi: il punto estremo è probabilmente il tenerissimo e commovente Salmo 137, «sui fiumi di Babilonia, sedevamo piangendo, ci chiedevano di cantare i canti di Sion, ma come potremmo?», che si chiude con parole disumane: «Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra» (Sal 137,9), parole che non a caso dalle nostre preghiere di solito sono eliminate. Questo è in qualche modo il segno che l’umanissimo desiderio di giustizia, che spesso diventa vendetta, è presente e rappresentato nella Scrittura, che dell’umanità parla e dall’umanità viene, senza investirla dall’alto come un’entità straniera. Sappiamo bene che chi ci taglia la strada in auto vorremmo che fosse impiccato ad un lampione, ma per fortuna interviene la legge a contenere i nostri desideri vendicativi che poi probabilmente noi, a sangue freddo, riconosceremo come almeno esagerati. Dall’altra parte, però, pagine più meditate e che vorrebbero essere autorevoli ci dicono qualcosa di diverso. Ce lo dice ad esempio lo stesso esempio di Elia, che subito dopo quella strage si spaventa e cerca Dio lontano, per trovarlo nella «voce di un silenzio leggero» (1 Re 19,12) e nella delega ad altri del suo servizio, o i salmi che arrivano ad affermare, dei nemici da cui hanno invocato la liberazione, «sazia pure dei tuoi beni il loro ventre, se ne sazino anche i figli e ne avanzi per i loro bambini» (Sal 17,14). O con una pagina particolarmente ben rifinita e intenzionalmente centrale, quella della vicenda di Abele e Caino (Gen 4), che viene chiaramente presentato come un malfattore (il primo omicida, e fratricida) e che afferma che qualunque vendetta su di lui sarebbe lecita (Gen 4,14). Lì interviene Dio ad assicurare la protezione dell’assassino marchiandolo con un segno, «perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse» (v. 15). Il Primo Testamento sembra comprendere benissimo il nostro desiderio di giustizia, persino di vendetta, ma nello stesso tempo sa riconoscere il diritto alla vita di ogni singolo essere umano, indipendentemente e a prescindere dalle sue scelte. È un diritto riconosciuto a fatica, non senza incoerenze, ma chiaro, che sarà dato sostanzialmente per scontato nel Nuovo Testamento, dove persino chi secondo la legge doveva morire viene assolto, senza che questo sia una giustificazione delle sue scelte («Va’ e non peccare più»: Gv 8,11). Altri passi e riflessioni ancora avrebbero potuto essere citate: per la Bibbia la vita umana è sacra indipendentemente dall’uso che se ne fa. Non è cristiano rallegrarsi per la morte violenta di una persona. Il che ci restituisce tutto intero e profondo il dilemma di un teologo raffinato e intelligente come Bonhoeffer.
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