editoriale

Oggetti di pace che contribuiscono a costruire una cultura non violenta

21 settembre 2025

Cuneo

giocattoli di legno (foto Pixabay) (foto Pixabay) L’omicidio di Charlie Kirk, attivista politico statunitense assassinato il 10 settembre scorso, ha colpito un po’ tutti e non solo in patria, dove era molto noto. Il presidente Trump si è affrettato ad auspicare la pena di morte per il giovane sospettato di aver premuto il grilletto. Immancabili, sono cominciati i dibattiti sulle responsabilità dell’accaduto, anche sotto il profilo etico e politico. Le accuse incrociate di alimentare un “clima d’odio” stanno facendo il loro corso. Anche da noi, purtroppo, non manca chi esprime opinioni francamente incomprensibili, che vanno dall’accusa di violenza di interi movimenti civili e politici, alla inaccettabile minimizzazione della gravità di quanto accaduto, ad altrettanto inaccettabili ragionamenti riconducibili alla pura strumentalizzazione per guadagnare consenso elettorale. Alcuni, con più di un buon motivo, hanno nuovamente sollevato il tema della diffusione delle armi. Per quanto banale, si deve, infatti, osservare che esiste un legame piuttosto evidente tra le armi da fuoco e gli omicidi commessi con queste stesse armi. Sarebbe un gradito passo in avanti nella consapevolezza pubblica se i sostenitori del diritto al possesso di armi comprendessero che la loro diffusione non rappresenta mai una buona notizia, e non solo per i rischi oggettivi che ciò comporta, ma anche per gli effetti sul piano culturale. La cultura della violenza, infatti, si alimenta non solo di idee, atteggiamenti, comportamenti e linguaggi, ma anche di oggetti. Quello che abbiamo in casa, a portata di mano o che, semplicemente, sappiamo di poter raggiungere, condiziona il nostro comportamento e riduce lo spazio delle alternative. L’idea, più o meno consapevole, ma presente nella mente, di poter concretamente utilizzare un’arma rende più semplice che l’odio, o la rabbia o la frustrazione, conducano a gesti dalle conseguenze irreparabili. La buona notizia, è che esiste il lato positivo della questione, perché gli oggetti e i sevizi di pace possono contribuire a costruire una cultura diversa, a beneficio di tutti e sotto molti punti di vista, incluso quello economico. I costi sociali degli atti di violenza commessi con armi da fuoco in tempo di pace sono ingenti, sebbene non sempre adeguatamente sottolineati. I vantaggi legati alla diffusione di prodotti artigianali, giocattoli in materiale naturale, libri e oggetti prodotti e venduti attraverso la rete del commercio equo e solidale (solo per fare alcuni esempi), d’altro canto, sono poco visibili e, nella sostanza, sottaciuti. Eppure, nell’ottica di una adeguata politica economica e fiscale, sarebbe necessario che entrambi i dati fossero adeguatamente valutati, anche al fine di promuovere la produzione e il commercio di ciò che merita essere messo in circolazione. Ben vengano le misure fiscali che rendono gravoso l’acquisto di beni di consumo nocivi o di extra-lusso, ma non è sufficiente. Accanto alle misure di dissuasione devono essere introdotte quelle di promozione della diffusione di beni e servizi funzionali alla promozione di una cultura che alimenti una pacifica convivenza sociale. Per troppo tempo i legislatori nazionali ed europei hanno lasciato che le attività artigianali e quelle del commercio di prossimità si confrontassero, da sole, con la grande distribuzione o con i giganti del commercio elettronico. Le chiusure di negozi, anche nelle vie del centro della nostra città, è l’esito di una miopia che, oggi, rende possibile che, intorno alle scuole cittadine, ci siano più sale scommesse che cartolerie. La mancata scelta di campo di chi avrebbe dovuto sostenere le realtà imprenditoriali locali ha contribuito a realizzare un modello nel quale la stessa sopravvivenza del commercio e della produzione di prossimità è a rischio. Se non si vuole ripetere lo stesso errore, non si può attendere oltre nella scelta tra ciò che costruisce e ciò che distrugge. Non bastano i divieti o le misure restrittive, bisogna fare in modo che nelle mani delle persone e nelle nostre case ci siano oggetti funzionali a una cultura del rispetto, della convivenza pacifica e del disarmo. L’odio nasce nella quotidianità ed è nella quotidianità che deve essere contenuto, superato, disarmato e convertito.  
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