editoriale

Dio ha fiducia nell’umanità, più di quanto l’umanità stessa creda in sé

07 settembre 2025

Cuneo

Cuneo - Mensa diocesana “La gènt a l’è grama”, o anche “homo homini lupus”, come diceva un filosofo (l’uomo è un lupo per l’uomo)... Se ci guardiamo in giro, quasi sempre ma soprattutto in questi tempi, ci accorgiamo che il male fa molto rumore, e che una enorme parte delle sofferenze umane è causata da altri esseri umani. Verrebbe davvero da pensare che l’umanità è di fondo cattiva... Su questo, però, la scrittura biblica ha ben altre opinioni. È vero, emerge di tanto in tanto l’idea di un’umanità menzognera e perversa. Ma i testi più meditati vanno in un’altra direzione. Può essere interessante recuperarne due, all’inizio e alla fine della Bibbia. Il primo, che ha bisogno di un po’ più di spiegazioni per essere inteso fino in fondo, è nel capitolo terzo di Genesi, dove sembra che si parli soltanto della condanna di Adamo ed Eva dopo quello che chiamiamo il “peccato originale”. Tra quelli che sembrano essere ampliamenti di una parola di condanna già detta al serpente, infatti, si dice che «metterò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: tu le schiaccerai il calcagno, e lei ti schiaccerà la testa». Il serpente non è chiamato per nome, in quanto è simbolo di altro, in particolare della sfiducia: più che invitare gli esseri umani a disubbidire, infatti, aveva loro suggerito l’impressione che in fondo l’intenzione divina, che sembrava buona, fosse in realtà a danno degli uomini. Ebbene, Dio sostiene che tra la donna e la sua discendenza da una parte, e il serpente e la sua discendenza dall’altra, ci sarà antipatia e divisione. Vale a dire che l’umanità (discendenza della donna) sarà in ultimo nemica del serpente, della sfiducia. Significa che per Dio l’uomo resta affidabile. E questo nel momento in cui dall’uomo gli è stata tolta la fiducia. Se per noi è ovvio reagire alla frattura rompendo, Dio continua a credere che l’uomo in ultimo cerchi la fiducia, cerchi qualcuno di cui fidarsi e sia in ultimo affidabile. In più, l’immagine che si suggerisce, quella di una lotta in cui uno dei contendenti schiaccia la testa all’altro e questo schiaccia (cioè morde) il calcagno, non indica la certezza su chi vinca, ma in qualche modo lascia intendere chi si trova in posizione di vantaggio. Come a dire che non può prevedere come andrà a finire, perché la storia non è già scritta, ma se dovesse scommettere, punterebbe sull’umanità contro il male. L’uomo autentico, quello più rispondente alla propria natura, vivrà di fiducia e tenderà lì come ambiente in cui vivere bene. E alla fine, scommette Dio, il bene avrà la meglio. È un po’ la stessa idea che muove l’autore dell’Apocalisse che, come nello stile del genere, doveva indicare anche il numero delle persone che si salvavano, ossia che sarebbero rimaste in una relazione vitale con Dio. 144mila (Ap 7,4), numero che è peraltro simbolico perché è il quadrato di 12 (ossia del numero che indicava i patriarchi, le tribù, i discepoli...) per quel “mille” che segnalava una grande quantità. Ma dopo di loro, arrivava «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare». Dio confida nell’umanità, più di quanto l’umanità stessa creda in sé. Come coloro a cui è affidata una grande responsabilità sentono di essere chiamati a meritarsela, si tratterebbe di essere all’altezza della fiducia che è stata riposta in noi.
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