
Tutti partivano tranne me. I bambini della strada, intruppati come soldati, partivano alla volta del mare, e io scoprivo in me un sordo risentimento infantile. Dio, come invidiavo quelle magliette a righe e i cappellini da marinaio, le borse con gli asciugamani e i costumi da bagno, quel loro incedere come un esercito glorioso verso avventure che avrebbero raccontato, poi, al ritorno, la pelle colore miele, gli occhi scintillanti di gioia accumulata. I giochi sulla spiaggia, le canzoni, i bagni infiniti, le giornate che non finivano mai. Fantasticavo su quella fortuna di trovarsi svincolati dai genitori, coccolati da mitiche figure femminili chiamate semplicemente “signorine”, sempre giovani, bellissime, simpaticissime nelle rievocazioni pre-autunnali, prodighe di consigli e instancabili compagne di giochi. Che fortuna essere figlio di un operaio della Michelin, pensavo, di un impiegato dell’Enel, o di un qualsiasi ente che avesse a cuore la salute dei figli dei propri dipendenti.
Mio padre, che si spaccava la schiena caricando e scaricando casse di liquori nei bar della provincia a malapena intascava la paga sindacale, figuriamoci se qualcuno pensava alle vacanze di sua figlia, allergica e gracilina, che avrebbe avuto tanto bisogno di iodio. Così negli anni ci aveva sempre pensato lui, risparmiando al centesimo per consentire alla sua piccola famiglia di godere di un benefico soggiorno marino. Mia madre e io in una stanza affittata da persone ugualmente proletarie di Albissola Marina, lui al lavoro nel tedio dell’estate cuneese.
Fu per questo che nella stagione dei miei otto anni tanto insistetti, piagnucolai e pregai che i miei cedettero, per accontentarmi nel desiderio di uniformarmi ai miei amichetti e, forse anche per trascorrere qualche settimana in una ritrovata pace domestica. Visto però che nessuna delle colonie marine più gettonate avrebbe accolto un bambino senza i requisiti necessari ne individuarono una che accettava chiunque in cambio di una retta cospicua. Privata o no, per me non c’era differenza. Ero elettrizzata, e contavo i giorni che mi separavano dalle avventure ormai a portata di mano. Non avrei avuto la maglietta a righe, pazienza; non sarei partita sul pullman, con gli amici, non importava. Una volta là me ne sarei fatti di nuovi.
I giorni precedenti la partenza trascorsero febbrili. Mia madre cuciva instancabile le cifre del mio nome all’interno di mutande, costumi, asciugamani e cercava di mettere insieme il corredo richiesto, un rigido elenco di biancheria e capi d’abbigliamento indispensabili per un mese di soggiorno. Assistetti poi alla preparazione di un valigione in similpelle rossa e infine partimmo con la Prinz e raggiungemmo la costa. Non ricordo se quella volta vomitai.
Il castello era incastonato sulla collina prospicente il mare di Spotorno. Rosso, con i merli, le torri e tutto il resto. Pareva la dimora delle fate, altro che colonia. D’altra parte era quasi da ricchi. All’arrivo lo guardammo da sotto con una certa reverenza, senza commentare. Poi salimmo. Quel primo giorno, all’arrivo, presa dalla smania di entrare a far parte di quel luogo incantato, mi buttai sulla valigia per svuotarla di tutto il contenuto. Mia madre non sembrava allegra, mio padre stava in disparte. Una suora, che in effetti rispondeva poco all’immagine di una fata così come l’avevo in mente, prelevava il contenuto e controllava che ogni capo avesse le cifre. Al termine di quella operazione salutai i miei senza troppe cerimonie e poco dopo ripartirono, un poco dispiaciuti della disinvoltura con cui la loro pargola accoglieva la separazione.
Ero dentro, finalmente, ma non capivo dove fossero finiti tutti. Dov’erano i bambini a quell’ora del pomeriggio? Forse in spiaggia? O già in mare a schizzarsi? E le “signorine”? Saranno state in spiaggia anche loro? La stessa suora che aveva inventariato il mio corredo mi accompagnò in una stanza, deserta anch’essa e, per la prima volta da quando ero arrivata, guardando il mio lettino anonimo, bianco, ospedaliero, non diverso da tutti gli altri lettini immacolati e perfettamente rifatti, intuii una dissonanza tra la fantasia e la realtà. Una sensazione inaspettata mi aggredì la bocca dello stomaco.
Nella settimana che seguì piansi tutte le mie lacrime. Nulla era come avevo immaginato: a quei ragazzini estranei non importava proprio niente di me, ero praticamente invisibile e troppo timida per buttarmi nel gruppo. Scoprii che non esistevano signorine abbronzate da quelle parti, ma era pieno di donnoni velati che mantenevano una ferrea disciplina. Dalle vesti perfettamente inamidate che le coprivano da capo a piedi sbucavano le facce bianche di chi non aveva preso un’ora di sole in vita sua, incapaci di aprirsi al sorriso, e più che cantar canzoni intonavano inni. Finii per isolarmi in un triste esilio volontario. In spiaggia rimanevo in disparte a sformare budini di sabbia, disinteressata perfino a quel mare contingentato e impossibile da raggiungere se non a ore fisse e per pochi minuti; in refettorio mi sforzavo di trangugiare il cibo il cui odore stava già insinuandosi in un anfratto dell’amigdala per non sparire mai più. Era durante il riposo pomeridiano obbligatorio, però, nella penombra di uno stanzone in cui decine di piccole sedie a sdraio accoglievano i corpicini quieti dei miei compagni, che la nostalgia di casa mi assaliva e il profluvio di lacrime diventava incontenibile. Cercavo di soffocare i singhiozzi, che ad orecchi ben addestrati non potevano sfuggire: “Ragazzina, non sei mica all’inferno!”, si levò tagliente come una lama un pomeriggio, nel silenzio pressoché perfetto della stanza, e io seppi che la rampogna era diretta a me. Mi vergognai, ma smettere di frignare era un’impresa su cui non avevo controllo.
Dopo otto giorni esatti di quel supplizio - era di nuovo domenica e ormai vivevo nella dolorosa rassegnazione di dover trascorrere altre tre settimane in quella colonia penale - mentre scavavo l’ennesima buca nella sabbia in un punto vicino al parapetto che la separava dalla strada, sentii qualcosa che mi fece voltare e cercare un punto alle mie spalle, in alto. Mio padre, appoggiato alla ringhiera, mi sorrideva e mia madre, anche lei con un sorriso sfolgorante sotto gli occhi verdi, mi faceva ciao ciao con la mano. L’emozione fu così violenta da impedirmi di proferire parola. Mi alzai con lentezza e protesi una mano nel melodrammatico gesto del naufrago che si tende alla zattera, poi mi misi a correre alzando sabbia e polvere. Non seppi mai se quella visita fosse stata programmata o se una delle fate sorelle, sfinita, chiese loro di venirmi a riprendere. Fatto è che durante quell’incontro finii di disidratare il mio corpo mentre buttavo le braccia al collo di mio padre implorandolo di portarmi via di lì, subito, subito a casa. Trascorsi la giornata avvinghiata ai miei, pacificata, assaporando la sensazione dell’imminente liberazione, e quando sul tardo pomeriggio si prepararono per andarsene osservai che forse saremmo dovuti tornare in camera per prendere le mie cose. I due si guardarono e non è che fecero tanti complimenti. Se non l’avevo capito quella era una visita parenti, non la fine della galera. Accusai il colpo, dopo un attimo di stordimento, e realizzai che dovevano essersela spassata parecchio senza di me, altro che nostalgia. E adesso ripartivano su quella macchina che odorava di plastica. Bene, bene, mi abbandonassero di nuovo. Voltai le spalle e li salutai, offesa e stoica.
Fu allora che le cateratte si prosciugarono e da quel momento non buttai più una lacrima: se dovevo resistere altri venti giorni dovevo cambiare strategia di sopravvivenza. Decisi quindi di ingraziarmi le sorelle e presi a comportarmi come la più amorevole delle bambine. Divenni melliflua: se le incrociavo in corridoio sorridevo in modo angelico, anzi, cercavo pretesti per inanellare saluti e formule educate. Di rimando cominciarono a parlarmi con gentilezza e dopo un po’ ottenni di scartare alcuni piatti dal rancio del refettorio. Ottenevo perfino di potermi allontanare per qualche minuto dalla stanza del riposino accampando scuse sempre diverse cui sembravano abboccare. E mentre tutto questo succedeva i compagni di sventura cominciavano ad accorgersi di me, e io di loro. Finché successe qualcosa che accelerò la svolta. Non so come avvenne, ma su quel terrazzo da cui il mare sembrava una placca d’acciaio un pomeriggio sul tardi, prima che il momento della cena arrivasse a rovinare la dolcezza del tramonto, mi trovai circondata da un gruppetto di bambini. Maschi, per la precisione. Che diavolo volevano da me? Rimasi immobile senza capire ma non chiesi nulla, né feci nulla, nemmeno quando uno di loro mi afferrò una guancia tra indice e pollice e prese a torcerla con tutta la forza del piccolo miserabile che era. Capii subito che voleva ottenere un bel pianto lamentoso da una che in quel settore ci sapeva fare. Sentivo la guancia bruciare come se un esercito di formiche rosse la stesse azzannando, un male del diavolo, ma continuai a guardarlo, i miei occhi maledettamente asciutti fissi dentro i suoi, finché sentii la mia bocca pronunciare: “Non mi fai niente, e allora?” Quello torse più forte. Dovevo avere la faccia livida, ormai, ma non avrei ceduto, a costo di cadere morta lì, come un cavaliere medievale sotto assedio tra i merli del castello. Ma non morii, e fu lui a mollare la presa. Lasciò la guancia del colore di una ciliegia matura e mi guardò con ammirazione. Da quel momento, semplicemente, fui dei loro. Dovevo aver superato una prova di iniziazione, o qualcosa del genere, ma di sicuro mi ero guadagnata il rispetto dei maschi della colonia. E non era cosa da poco, visto che con le bambine non avevo molto a che spartire. Di più, divenni una leader, al punto che dei venti giorni che seguirono non ricordo molto se non la benefica sensazione di spartire la malasorte con dei veri compagni. Ci saranno stati ancora riposini forzati e ragù puzzolenti, ma forse anche qualche bagno in mare e giochi sul terrazzo. Comunque il tempo volò e quando per la terza volta i miei si presentarono, questa volta per ritirarmi davvero, ero un’altra persona. Loro, almeno, dissero così mentre sulla Prinz imboccavamo il colle in direzione casa. Dissero che non sembravo più figlia loro con tutti quei “grazie” e “per favore” e “posso fare questo?” e “posso fare quello?” che evidentemente mi si erano attaccati addosso. Si compiacquero del sacrificio fatto e si sentirono grati verso le sorelle che gli avevano raddrizzato la creatura. Non so se durò o non durò quello stato di cose, e quanto; se le lezioni apprese sortirono risultati definitivi. Certo è che non ci tornai mai più. Non pronunciai più la parola colonia né i miei dal canto loro ventilarono ancora la possibilità di rimandarmici. L’anno successivo mia madre e io tornammo nella stanza della famiglia di Albissola che vendeva salvagenti e in cui avevo trovato un tesoro di fumetti in un’enorme cesta sotto al letto del piccolo padrone di casa, costretto a cedere la sua camera a un’ospite pagante. Non ci tornai più, ma il castello è ancora al suo posto, roccioso e inespugnabile come le sue abitanti. Anche loro pare si trovino ancora in quelle stanze che risuonano delle voci di centinaia di piccoli coloni, più o meno piagnucolosi. Adesso ospitano ritiri di yoga, in un ambiente ideale per rigenerare la mente rigenerando il corpo, in perfetta armonia tra silenzi, cielo e mare. Dicono si mangi molto bene e forse –
forse - prima o poi ci tornerò, per restaurare a colpi di saluti al sole il ricordo agrodolce di quella prima estate lontana da casa in cui molto piansi, e qualcosa imparai.
Nelle fotografie: in alto, la partenza per le colonie dei bambini organizzata dalla Cassa Edile; in basso, la partenza dei bambini per le colonie comunali (anno 1968)
(foto Bedino, archivio La Guida)