A dicembre si è chiuso il processo Pelicot, a un uomo condannato per aver ripetutamente venduto sua moglie dopo averla drogata. È di questa settimana, invece, la chiusura di un sito dove mariti vendevano immagini delle proprie compagne, di nuovo senza che loro lo sapessero. Non mi addentro neppure nella punta dell’iceberg costituito dai femminicidi. Sono più spesso uomini, ma talora anche donne, a essere convinti che l’essere in una relazione stretta comporti il “possesso” dell’altro. E se questi sono i casi più eccezionali ed estremi, non ne mancano di molto più quotidiani.
A prima vista un atteggiamento del genere, che nega al partner la dignità di persona autonoma e quindi ci suona (a ragione!) particolarmente disgustoso, potrebbe sembrare accolto, o addirittura confermato, dai racconti biblici.
Nella cultura da cui è nato il Primo Testamento la donna era semplicemente uno strumento, in possesso prima del padre e poi del marito, ed era lecito rispedirla al fornitore, ossia ripudiarla, qualora non producesse ciò per cui era stata presa, ossia i figli. E persino nella prima e più antica versione del decalogo, in Esodo, negli elenchi del “non desiderare” finali (Es 20,17), gli oggetti dell’altro da non desiderare sono messi in ordine di peso economico, e quindi la moglie viene dopo la casa. Se contassimo semplicemente i dati, la Bibbia è una raccolta di documenti estremamente maschilista.
Se però utilizzassimo la Bibbia come un repertorio di indicazioni morali e legali, sarebbe giustamente da bruciare, lo abbiamo già ripetuto tante volte. Occorre invece vedere, su quell’humus, che cosa si muove, perché è la direzione del movimento ad essere più interessante della situazione in cui si trovano quelle persone antiche.
E allora scopriamo vicende eccezionali che pongono le donne in situazioni di autonomia e decisione, e si tratta sempre di donne centrali per le vicende ebraiche: è lo spirito di iniziativa di Tamar che sfida le convenzioni e rischia la vita per dare una discendenza al proprio marito defunto (Gen 38), è Anna madre del più importante sacerdote e profeta d’Israele, Samuele, che si fa insultare perché sfoga la propria tristezza in una preghiera originale, in silenzio, davanti a Dio (1Sam 1), è Rut, straniera che sceglie, da vedova senza figli, di restare accanto alla propria suocera, vedova e ormai senza figli, e, sfidando convenzioni e pericoli, si troverà a essere nonna di Davide. È la stessa matriarca Sara: di fronte alla promessa di un figlio a suo marito Abramo, quando lei ormai è vecchia, decide di aiutare Dio inventandosi un’adozione del figlio che suo marito può concepire con la schiava Agar (Gen 16). Di fronte a questo escamotage la reazione divina è delicatissima: “Va bene, vorrò bene anche a Ismaele, non avete fatto male. Ma se ho promesso un figlio ad Abramo, è ovvio che fosse di Sara” (le parole non sono bibliche, il senso però è quello).
Ma poi c’è una pagina più meditata che può anche fungere da consolazione per i contesti (molti) in cui le cose non funzionano in modo ideale. Si tratta del terzo capitolo di Genesi, quello che spesso viene citato come il capitolo del “peccato originale”. Eva ed Adamo, istigati dal serpente, non si fidano che Dio voglia il loro bene e disubbidiscono al suo appello ad evitare di mangiare di uno dei frutti del giardino. Come conseguenza, Dio rivolge alla coppia tre parole, che affrontano le tre dimensioni fondamentali di vita dell’essere umano, ossia verso l’alto, alla pari e verso il basso. Il senso di fondo è riconoscere che in ognuna di loro il male esiste, ma non ha la meglio. È questo che c’è dentro alla “minaccia” alla donna di avere molti figli con dolore (in tutta la Bibbia il dolore del parto è citato come dolore sensato e poi dimenticato) e all’uomo che con sudore della fronte la terra gli darà il cibo: in qualunque cultura, se alla fine, dopo tanta fatica, ci si sfama, si ha vinto!
È quello sfondo a rendere comprensibile anche la seconda parola detta da Dio alla donna. «Verso il tuo uomo sarà la tua passione, ma lui ti dominerà». Dovremmo pensare questa frase sullo sfondo delle altre: c’è del male (là era il dolore, il sudore), ma c’è, unito, un bene che è più forte, che ha la meglio: il figlio rende sensato e dimenticabile il dolore, il pane mangiato fa sì che sudare ancora per averne altro sia fattibile.
Quello splendido capitolo di Genesi, allora, dice che è vero, c’è il male, e tra questo male c’è la pretesa di qualcuno (di solito gli uomini) di possedere l’altra persona. Eppure anche questo male, che non diventa mai un bene, può essere ribaltato dal bene di essere attratti dall’altro, con una passione che è vissuta alla pari. È interessante che le stesse parole ritornino nel capitolo successivo, quello di Caino e Abele, dove Caino si sente dire da Dio che «il peccato è accovacciato alla tua porta, e la sua passione è verso di te, ma tu dominala». Là non c’è un rapporto alla pari, come può esserci tra uomo e donna. Là dove c’è, però, c’è un nucleo di paradiso. E quel nucleo resta bello e vero (anche nella passione) quando si riconosce di avere davanti qualcuno alla pari. D’altronde, l’amore vero non è proprio nel riconoscere di avere di fronte un altro o altra che avrebbe l’autonomia di andarsene, che non è mia proprietà, ma decide di restare con me? (Nel Cantico dei Cantici si arriva a intuire il paradiso: «La mia passione è verso il mio uomo, e la sua verso di me»).
editoriale
A dicembre si è chiuso il processo Pelicot, a un uomo condannato per aver ripetutamente venduto sua moglie dopo averla drogata. È di questa settimana, invece, la chiusura di un sito dove mariti vendevano immagini delle proprie compagne, di nuovo senza che loro lo sapessero. Non mi addentro neppure nella punta dell’iceberg costituito dai femminicidi. Sono più spesso uomini, ma talora anche donne, a essere convinti che l’essere in una relazione stretta comporti il “possesso” dell’altro. E se questi sono i casi più eccezionali ed estremi, non ne mancano di molto più quotidiani.
A prima vista un atteggiamento del genere, che nega al partner la dignità di persona autonoma e quindi ci suona (a ragione!) particolarmente disgustoso, potrebbe sembrare accolto, o addirittura confermato, dai racconti biblici.
Nella cultura da cui è nato il Primo Testamento la donna era semplicemente uno strumento, in possesso prima del padre e poi del marito, ed era lecito rispedirla al fornitore, ossia ripudiarla, qualora non producesse ciò per cui era stata presa, ossia i figli. E persino nella prima e più antica versione del decalogo, in Esodo, negli elenchi del “non desiderare” finali (Es 20,17), gli oggetti dell’altro da non desiderare sono messi in ordine di peso economico, e quindi la moglie viene dopo la casa. Se contassimo semplicemente i dati, la Bibbia è una raccolta di documenti estremamente maschilista.
Se però utilizzassimo la Bibbia come un repertorio di indicazioni morali e legali, sarebbe giustamente da bruciare, lo abbiamo già ripetuto tante volte. Occorre invece vedere, su quell’humus, che cosa si muove, perché è la direzione del movimento ad essere più interessante della situazione in cui si trovano quelle persone antiche.
E allora scopriamo vicende eccezionali che pongono le donne in situazioni di autonomia e decisione, e si tratta sempre di donne centrali per le vicende ebraiche: è lo spirito di iniziativa di Tamar che sfida le convenzioni e rischia la vita per dare una discendenza al proprio marito defunto (Gen 38), è Anna madre del più importante sacerdote e profeta d’Israele, Samuele, che si fa insultare perché sfoga la propria tristezza in una preghiera originale, in silenzio, davanti a Dio (1Sam 1), è Rut, straniera che sceglie, da vedova senza figli, di restare accanto alla propria suocera, vedova e ormai senza figli, e, sfidando convenzioni e pericoli, si troverà a essere nonna di Davide. È la stessa matriarca Sara: di fronte alla promessa di un figlio a suo marito Abramo, quando lei ormai è vecchia, decide di aiutare Dio inventandosi un’adozione del figlio che suo marito può concepire con la schiava Agar (Gen 16). Di fronte a questo escamotage la reazione divina è delicatissima: “Va bene, vorrò bene anche a Ismaele, non avete fatto male. Ma se ho promesso un figlio ad Abramo, è ovvio che fosse di Sara” (le parole non sono bibliche, il senso però è quello).
Ma poi c’è una pagina più meditata che può anche fungere da consolazione per i contesti (molti) in cui le cose non funzionano in modo ideale. Si tratta del terzo capitolo di Genesi, quello che spesso viene citato come il capitolo del “peccato originale”. Eva ed Adamo, istigati dal serpente, non si fidano che Dio voglia il loro bene e disubbidiscono al suo appello ad evitare di mangiare di uno dei frutti del giardino. Come conseguenza, Dio rivolge alla coppia tre parole, che affrontano le tre dimensioni fondamentali di vita dell’essere umano, ossia verso l’alto, alla pari e verso il basso. Il senso di fondo è riconoscere che in ognuna di loro il male esiste, ma non ha la meglio. È questo che c’è dentro alla “minaccia” alla donna di avere molti figli con dolore (in tutta la Bibbia il dolore del parto è citato come dolore sensato e poi dimenticato) e all’uomo che con sudore della fronte la terra gli darà il cibo: in qualunque cultura, se alla fine, dopo tanta fatica, ci si sfama, si ha vinto!
È quello sfondo a rendere comprensibile anche la seconda parola detta da Dio alla donna. «Verso il tuo uomo sarà la tua passione, ma lui ti dominerà». Dovremmo pensare questa frase sullo sfondo delle altre: c’è del male (là era il dolore, il sudore), ma c’è, unito, un bene che è più forte, che ha la meglio: il figlio rende sensato e dimenticabile il dolore, il pane mangiato fa sì che sudare ancora per averne altro sia fattibile.
Quello splendido capitolo di Genesi, allora, dice che è vero, c’è il male, e tra questo male c’è la pretesa di qualcuno (di solito gli uomini) di possedere l’altra persona. Eppure anche questo male, che non diventa mai un bene, può essere ribaltato dal bene di essere attratti dall’altro, con una passione che è vissuta alla pari. È interessante che le stesse parole ritornino nel capitolo successivo, quello di Caino e Abele, dove Caino si sente dire da Dio che «il peccato è accovacciato alla tua porta, e la sua passione è verso di te, ma tu dominala». Là non c’è un rapporto alla pari, come può esserci tra uomo e donna. Là dove c’è, però, c’è un nucleo di paradiso. E quel nucleo resta bello e vero (anche nella passione) quando si riconosce di avere davanti qualcuno alla pari. D’altronde, l’amore vero non è proprio nel riconoscere di avere di fronte un altro o altra che avrebbe l’autonomia di andarsene, che non è mia proprietà, ma decide di restare con me? (Nel Cantico dei Cantici si arriva a intuire il paradiso: «La mia passione è verso il mio uomo, e la sua verso di me»).
Femminicidi e cultura del possesso: da Adamo e Eva ai giorni nostri
31 agosto 2025
Cuneo
A dicembre si è chiuso il processo Pelicot, a un uomo condannato per aver ripetutamente venduto sua moglie dopo averla drogata. È di questa settimana, invece, la chiusura di un sito dove mariti vendevano immagini delle proprie compagne, di nuovo senza che loro lo sapessero. Non mi addentro neppure nella punta dell’iceberg costituito dai femminicidi. Sono più spesso uomini, ma talora anche donne, a essere convinti che l’essere in una relazione stretta comporti il “possesso” dell’altro. E se questi sono i casi più eccezionali ed estremi, non ne mancano di molto più quotidiani.
A prima vista un atteggiamento del genere, che nega al partner la dignità di persona autonoma e quindi ci suona (a ragione!) particolarmente disgustoso, potrebbe sembrare accolto, o addirittura confermato, dai racconti biblici.
Nella cultura da cui è nato il Primo Testamento la donna era semplicemente uno strumento, in possesso prima del padre e poi del marito, ed era lecito rispedirla al fornitore, ossia ripudiarla, qualora non producesse ciò per cui era stata presa, ossia i figli. E persino nella prima e più antica versione del decalogo, in Esodo, negli elenchi del “non desiderare” finali (Es 20,17), gli oggetti dell’altro da non desiderare sono messi in ordine di peso economico, e quindi la moglie viene dopo la casa. Se contassimo semplicemente i dati, la Bibbia è una raccolta di documenti estremamente maschilista.
Se però utilizzassimo la Bibbia come un repertorio di indicazioni morali e legali, sarebbe giustamente da bruciare, lo abbiamo già ripetuto tante volte. Occorre invece vedere, su quell’humus, che cosa si muove, perché è la direzione del movimento ad essere più interessante della situazione in cui si trovano quelle persone antiche.
E allora scopriamo vicende eccezionali che pongono le donne in situazioni di autonomia e decisione, e si tratta sempre di donne centrali per le vicende ebraiche: è lo spirito di iniziativa di Tamar che sfida le convenzioni e rischia la vita per dare una discendenza al proprio marito defunto (Gen 38), è Anna madre del più importante sacerdote e profeta d’Israele, Samuele, che si fa insultare perché sfoga la propria tristezza in una preghiera originale, in silenzio, davanti a Dio (1Sam 1), è Rut, straniera che sceglie, da vedova senza figli, di restare accanto alla propria suocera, vedova e ormai senza figli, e, sfidando convenzioni e pericoli, si troverà a essere nonna di Davide. È la stessa matriarca Sara: di fronte alla promessa di un figlio a suo marito Abramo, quando lei ormai è vecchia, decide di aiutare Dio inventandosi un’adozione del figlio che suo marito può concepire con la schiava Agar (Gen 16). Di fronte a questo escamotage la reazione divina è delicatissima: “Va bene, vorrò bene anche a Ismaele, non avete fatto male. Ma se ho promesso un figlio ad Abramo, è ovvio che fosse di Sara” (le parole non sono bibliche, il senso però è quello).
Ma poi c’è una pagina più meditata che può anche fungere da consolazione per i contesti (molti) in cui le cose non funzionano in modo ideale. Si tratta del terzo capitolo di Genesi, quello che spesso viene citato come il capitolo del “peccato originale”. Eva ed Adamo, istigati dal serpente, non si fidano che Dio voglia il loro bene e disubbidiscono al suo appello ad evitare di mangiare di uno dei frutti del giardino. Come conseguenza, Dio rivolge alla coppia tre parole, che affrontano le tre dimensioni fondamentali di vita dell’essere umano, ossia verso l’alto, alla pari e verso il basso. Il senso di fondo è riconoscere che in ognuna di loro il male esiste, ma non ha la meglio. È questo che c’è dentro alla “minaccia” alla donna di avere molti figli con dolore (in tutta la Bibbia il dolore del parto è citato come dolore sensato e poi dimenticato) e all’uomo che con sudore della fronte la terra gli darà il cibo: in qualunque cultura, se alla fine, dopo tanta fatica, ci si sfama, si ha vinto!
È quello sfondo a rendere comprensibile anche la seconda parola detta da Dio alla donna. «Verso il tuo uomo sarà la tua passione, ma lui ti dominerà». Dovremmo pensare questa frase sullo sfondo delle altre: c’è del male (là era il dolore, il sudore), ma c’è, unito, un bene che è più forte, che ha la meglio: il figlio rende sensato e dimenticabile il dolore, il pane mangiato fa sì che sudare ancora per averne altro sia fattibile.
Quello splendido capitolo di Genesi, allora, dice che è vero, c’è il male, e tra questo male c’è la pretesa di qualcuno (di solito gli uomini) di possedere l’altra persona. Eppure anche questo male, che non diventa mai un bene, può essere ribaltato dal bene di essere attratti dall’altro, con una passione che è vissuta alla pari. È interessante che le stesse parole ritornino nel capitolo successivo, quello di Caino e Abele, dove Caino si sente dire da Dio che «il peccato è accovacciato alla tua porta, e la sua passione è verso di te, ma tu dominala». Là non c’è un rapporto alla pari, come può esserci tra uomo e donna. Là dove c’è, però, c’è un nucleo di paradiso. E quel nucleo resta bello e vero (anche nella passione) quando si riconosce di avere davanti qualcuno alla pari. D’altronde, l’amore vero non è proprio nel riconoscere di avere di fronte un altro o altra che avrebbe l’autonomia di andarsene, che non è mia proprietà, ma decide di restare con me? (Nel Cantico dei Cantici si arriva a intuire il paradiso: «La mia passione è verso il mio uomo, e la sua verso di me»).