Con l’avvicinarsi della ripresa delle attività, della scuola e della vita cittadina in generale, è naturale e opportuno fare programmi e preparativi. Il quadrimestre conclusivo del 2025 e la prima parte del 2026 saranno importanti per Cuneo, per le sue infrastrutture, per l’edilizia scolastica e per alcuni passaggi in settori strategici (come l’ospedale) o urbanistici (come piazza Europa).
Non è difficile prevedere che, tra non molto, il dibattito politico cittadino tornerà a destarsi; l’auspicio è che anche l’attenzione dei cittadini non manchi, vista la centralità dei temi e le conseguenze delle scelte che verranno adottate che, nel bene e nel male, si faranno sentire per molto tempo.
La speranza è che le modalità del confronto siano tali da garantire un adeguato rispetto della dimensione comunitaria
Parlando della Chiesa, Papa Francesco sosteneva che occorreva essere parte dei processi anziché occupare spazi. L’indicazione potrebbe essere preziosa anche per chi ha davvero a cuore la vita cittadina. Sarebbe un errore ingenuo continuare a vedere la partecipazione politica come occupazione di spazi, tanto più in un contesto così mutevole e così connotato da processi complessi che si intersecano e che si condizionano tra loro. L’ospedale, le scuole, la Cuneo - Asti o i collegamenti ferroviari non sono solo opere pubbliche, ma rappresentano parte di un processo di sviluppo che deve essere governato in ottica comunitaria, perché plasmerà la vita della comunità per più di una generazione.
In questo senso, la dimensione locale può restituire alla grande politica, quella nazionale e internazionale, profili di dignità che paiono, per lo meno in parte, smarriti. Ancora in questi giorni, Mario Draghi ha richiamato i vertici dell’Unione Europea, rimproverando loro l’inerzia, la marginalità e la sostanziale irrilevanza europea nel conflitto russo-ucraino e nella tragedia senza fine di Gaza.
In molti si sono giustamente indignati di fronte alla violenza su civili inermi. Oramai sono chiari (o dovrebbe esserlo) a chiunque il cinismo spietato di Putin e l’indifferenza (volendo essere diplomatici) di Netanyahu per le continue stragi di innocenti nella striscia di Gaza. L’indignazione, però, non è sufficiente e le pur lodevoli iniziative di solidarietà e sensibilizzazione per le sorti del popolo ucraino, degli ostaggi israeliani e dei civili palestinesi, rischiano di rimanere condivisibili affermazioni di principio senza ricadute pratiche.
Il rinnovamento di cui c’è bisogno passa per una rinascita dell’attenzione al bene comune, a cominciare da quello che ci riguarda più da vicino. La politica ha bisogno di nuova linfa vitale e la spinta, constatato l’immobilismo delle grandi istituzioni internazionali, non può che venire dalla quotidianità delle comunità locali.
In quest’ottica, la premessa fondamentale pare essere il recupero del senso di appartenenza a una comunità come momento centrale per il superamento di quell’individualismo che sa di egoismo e che diventa facilmente cinismo individuale e collettivo. Il superamento degli interessi di bottega è necessario innanzitutto nella cultura quotidiana, perché da lì il rinnovamento comincia e prende forma.
In fondo, si tratta sempre dell’eterno confronto tra diversi modi di vedere la città e le relazioni: da una parte c’è la città “oppidum”, intesa come insieme di opere murarie, principalmente volte alla difesa e alla fortificazione, e, dall’altra parte, una città “civitas”, con la valorizzazione del senso di comunità, in cui i rapporti umani sono al primo posto, con le opere al servizio della dimensione relazionale e di chi dispone di meno risorse.
In una città che vive di relazioni autentiche, il senso di appartenenza alla comunità rappresenta una identità forte ma non escludente, e non perché le radici e la cultura locale non siano importanti ma, al contrario, perché si è consapevoli che la centralità delle radici e della cultura locale abita e viene valorizzata in un processo in continua evoluzione, nel quale il “noi sì “e “loro no” sa di autolesionismo e di auto-condanna alla marginalità e alla irrilevanza.
Ci vuole coraggio, nessuno lo nega, per restituire alla dimensione comunitaria la sua valenza di unità di misura nella valutazione della adeguatezza delle scelte. Ci vuole coraggio, ma non ci sono altre strade.
editoriale
Con l’avvicinarsi della ripresa delle attività, della scuola e della vita cittadina in generale, è naturale e opportuno fare programmi e preparativi. Il quadrimestre conclusivo del 2025 e la prima parte del 2026 saranno importanti per Cuneo, per le sue infrastrutture, per l’edilizia scolastica e per alcuni passaggi in settori strategici (come l’ospedale) o urbanistici (come piazza Europa).
Non è difficile prevedere che, tra non molto, il dibattito politico cittadino tornerà a destarsi; l’auspicio è che anche l’attenzione dei cittadini non manchi, vista la centralità dei temi e le conseguenze delle scelte che verranno adottate che, nel bene e nel male, si faranno sentire per molto tempo.
La speranza è che le modalità del confronto siano tali da garantire un adeguato rispetto della dimensione comunitaria
Parlando della Chiesa, Papa Francesco sosteneva che occorreva essere parte dei processi anziché occupare spazi. L’indicazione potrebbe essere preziosa anche per chi ha davvero a cuore la vita cittadina. Sarebbe un errore ingenuo continuare a vedere la partecipazione politica come occupazione di spazi, tanto più in un contesto così mutevole e così connotato da processi complessi che si intersecano e che si condizionano tra loro. L’ospedale, le scuole, la Cuneo - Asti o i collegamenti ferroviari non sono solo opere pubbliche, ma rappresentano parte di un processo di sviluppo che deve essere governato in ottica comunitaria, perché plasmerà la vita della comunità per più di una generazione.
In questo senso, la dimensione locale può restituire alla grande politica, quella nazionale e internazionale, profili di dignità che paiono, per lo meno in parte, smarriti. Ancora in questi giorni, Mario Draghi ha richiamato i vertici dell’Unione Europea, rimproverando loro l’inerzia, la marginalità e la sostanziale irrilevanza europea nel conflitto russo-ucraino e nella tragedia senza fine di Gaza.
In molti si sono giustamente indignati di fronte alla violenza su civili inermi. Oramai sono chiari (o dovrebbe esserlo) a chiunque il cinismo spietato di Putin e l’indifferenza (volendo essere diplomatici) di Netanyahu per le continue stragi di innocenti nella striscia di Gaza. L’indignazione, però, non è sufficiente e le pur lodevoli iniziative di solidarietà e sensibilizzazione per le sorti del popolo ucraino, degli ostaggi israeliani e dei civili palestinesi, rischiano di rimanere condivisibili affermazioni di principio senza ricadute pratiche.
Il rinnovamento di cui c’è bisogno passa per una rinascita dell’attenzione al bene comune, a cominciare da quello che ci riguarda più da vicino. La politica ha bisogno di nuova linfa vitale e la spinta, constatato l’immobilismo delle grandi istituzioni internazionali, non può che venire dalla quotidianità delle comunità locali.
In quest’ottica, la premessa fondamentale pare essere il recupero del senso di appartenenza a una comunità come momento centrale per il superamento di quell’individualismo che sa di egoismo e che diventa facilmente cinismo individuale e collettivo. Il superamento degli interessi di bottega è necessario innanzitutto nella cultura quotidiana, perché da lì il rinnovamento comincia e prende forma.
In fondo, si tratta sempre dell’eterno confronto tra diversi modi di vedere la città e le relazioni: da una parte c’è la città “oppidum”, intesa come insieme di opere murarie, principalmente volte alla difesa e alla fortificazione, e, dall’altra parte, una città “civitas”, con la valorizzazione del senso di comunità, in cui i rapporti umani sono al primo posto, con le opere al servizio della dimensione relazionale e di chi dispone di meno risorse.
In una città che vive di relazioni autentiche, il senso di appartenenza alla comunità rappresenta una identità forte ma non escludente, e non perché le radici e la cultura locale non siano importanti ma, al contrario, perché si è consapevoli che la centralità delle radici e della cultura locale abita e viene valorizzata in un processo in continua evoluzione, nel quale il “noi sì “e “loro no” sa di autolesionismo e di auto-condanna alla marginalità e alla irrilevanza.
Ci vuole coraggio, nessuno lo nega, per restituire alla dimensione comunitaria la sua valenza di unità di misura nella valutazione della adeguatezza delle scelte. Ci vuole coraggio, ma non ci sono altre strade.
Cuneo, la ripresa autunnale delle attività e l’importanza della dimensione comunitaria
31 agosto 2025
Cuneo
Con l’avvicinarsi della ripresa delle attività, della scuola e della vita cittadina in generale, è naturale e opportuno fare programmi e preparativi. Il quadrimestre conclusivo del 2025 e la prima parte del 2026 saranno importanti per Cuneo, per le sue infrastrutture, per l’edilizia scolastica e per alcuni passaggi in settori strategici (come l’ospedale) o urbanistici (come piazza Europa).
Non è difficile prevedere che, tra non molto, il dibattito politico cittadino tornerà a destarsi; l’auspicio è che anche l’attenzione dei cittadini non manchi, vista la centralità dei temi e le conseguenze delle scelte che verranno adottate che, nel bene e nel male, si faranno sentire per molto tempo.
La speranza è che le modalità del confronto siano tali da garantire un adeguato rispetto della dimensione comunitaria
Parlando della Chiesa, Papa Francesco sosteneva che occorreva essere parte dei processi anziché occupare spazi. L’indicazione potrebbe essere preziosa anche per chi ha davvero a cuore la vita cittadina. Sarebbe un errore ingenuo continuare a vedere la partecipazione politica come occupazione di spazi, tanto più in un contesto così mutevole e così connotato da processi complessi che si intersecano e che si condizionano tra loro. L’ospedale, le scuole, la Cuneo - Asti o i collegamenti ferroviari non sono solo opere pubbliche, ma rappresentano parte di un processo di sviluppo che deve essere governato in ottica comunitaria, perché plasmerà la vita della comunità per più di una generazione.
In questo senso, la dimensione locale può restituire alla grande politica, quella nazionale e internazionale, profili di dignità che paiono, per lo meno in parte, smarriti. Ancora in questi giorni, Mario Draghi ha richiamato i vertici dell’Unione Europea, rimproverando loro l’inerzia, la marginalità e la sostanziale irrilevanza europea nel conflitto russo-ucraino e nella tragedia senza fine di Gaza.
In molti si sono giustamente indignati di fronte alla violenza su civili inermi. Oramai sono chiari (o dovrebbe esserlo) a chiunque il cinismo spietato di Putin e l’indifferenza (volendo essere diplomatici) di Netanyahu per le continue stragi di innocenti nella striscia di Gaza. L’indignazione, però, non è sufficiente e le pur lodevoli iniziative di solidarietà e sensibilizzazione per le sorti del popolo ucraino, degli ostaggi israeliani e dei civili palestinesi, rischiano di rimanere condivisibili affermazioni di principio senza ricadute pratiche.
Il rinnovamento di cui c’è bisogno passa per una rinascita dell’attenzione al bene comune, a cominciare da quello che ci riguarda più da vicino. La politica ha bisogno di nuova linfa vitale e la spinta, constatato l’immobilismo delle grandi istituzioni internazionali, non può che venire dalla quotidianità delle comunità locali.
In quest’ottica, la premessa fondamentale pare essere il recupero del senso di appartenenza a una comunità come momento centrale per il superamento di quell’individualismo che sa di egoismo e che diventa facilmente cinismo individuale e collettivo. Il superamento degli interessi di bottega è necessario innanzitutto nella cultura quotidiana, perché da lì il rinnovamento comincia e prende forma.
In fondo, si tratta sempre dell’eterno confronto tra diversi modi di vedere la città e le relazioni: da una parte c’è la città “oppidum”, intesa come insieme di opere murarie, principalmente volte alla difesa e alla fortificazione, e, dall’altra parte, una città “civitas”, con la valorizzazione del senso di comunità, in cui i rapporti umani sono al primo posto, con le opere al servizio della dimensione relazionale e di chi dispone di meno risorse.
In una città che vive di relazioni autentiche, il senso di appartenenza alla comunità rappresenta una identità forte ma non escludente, e non perché le radici e la cultura locale non siano importanti ma, al contrario, perché si è consapevoli che la centralità delle radici e della cultura locale abita e viene valorizzata in un processo in continua evoluzione, nel quale il “noi sì “e “loro no” sa di autolesionismo e di auto-condanna alla marginalità e alla irrilevanza.
Ci vuole coraggio, nessuno lo nega, per restituire alla dimensione comunitaria la sua valenza di unità di misura nella valutazione della adeguatezza delle scelte. Ci vuole coraggio, ma non ci sono altre strade.