editoriale

Possiamo avere uno sguardo buono sul mondo perché abbiamo speranza

24 agosto 2025

Cuneo

bambini In un’estate fatta anche di colloqui, tentativi di accordi, di mediazioni, anche di pressioni, può tornare in mente quanto anche nella storia della chiesa ci siano stati tempi di pressioni, di evangelizzazioni più o meno libere, di forzature. E se ci aggiriamo in librerie (c’è più tempo, d’estate) o in internet, possiamo trovare libretti o raccolte di consigli su come avere la meglio, su come convincere gli altri... Anche per discutere c’è più tempo, di solito, in agosto, e chissà in quante conversazioni con amici o meno amici avremmo voluto avere a disposizione lo strumento che risolvesse ogni dibattito e ci desse ragione... Sia su questioni che, a freddo, riconosciamo essere superficiali, ma anche su altre che invece sono assolutamente importanti. Proviamo ad estrarre da quel gran calderone che è la Bibbia tre esempi che potrebbero fare al caso nostro. Il primo viene direttamente da Gesù, ed è una battuta. Nel capitolo 6 del vangelo di Giovanni si ragiona di eucaristia, i discorsi e i temi iniziano a farsi davvero profondi. Ebbene, è in quel capitolo che veniamo a sapere che molti discepoli tornano indietro e non vogliono più seguirlo (v. 66). Ma come? Anche a Gesù capita di fallire così? E come reagirà? La sua reazione è nettissima e assolutamente liberale: chiede ai dodici «Volete andarvene anche voi?». Dal contesto è chiarissimo che non si tratti né di una sfida né di una specie di minaccia, ma una domanda libera. “Se volete andare, la strada è aperta”. È coerente non semplicemente con un altro brano biblico, ma con un intero testamento, il Primo (o Antico, se preferiamo chiamarlo così). Lì l’impianto di fondo è più tradizionale, Dio propone all’uomo un patto, benché alla pari e non imposto, e parrebbe che per chi non lo segue siano previste punizioni e sanzioni. Solo che in effetti sembra quasi sempre che queste sanzioni non arrivino. Dio punisce fino alla terza o quarta generazione, ma premia fino alla millesima. Lo abbiamo scritto recentemente qui e non merita dilungarci, ma vale la pena continuare a notarlo. Ci sono, è vero, alcune occasioni in cui Dio sembra punire, e tra queste la più seria è l’esilio, ma anche lì pare che si affretti anche a consolare e promettere una nuova costante comunione con lui. Come se a Dio interessasse molto di più l’amicizia nostra che di essere rispettato. Ma un terzo esempio può meritarsi oggi un po’ di attenzione in più. Lo troviamo in uno scritto che viene definito la prima lettera di san Pietro apostolo. Non siamo in realtà sicuri che l’abbia scritta lui, ma non importa, perché è un testo edificante della prima o seconda generazione cristiana, che sentiva particolarmente pressante l’impegno di far conoscere il vangelo di Gesù a tutti. Ebbene, dopo aver stimolato a vivere nella bontà e nell’ascolto del Signore, affronta di passaggio, ma con precisione, il tema dell’annuncio, e non semplicemente dell’esposizione di un parere personale, ma di quell’annuncio che per i primi cristiani era davvero decisivo, questione di vita o di morte. «Adorate Cristo nei vostri cuori, sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). Il percorso sintetizzato è questo: noi possiamo avere uno sguardo buono sul mondo perché abbiamo speranza. E abbiamo speranza non a caso, ma per una ragione, in quanto Gesù è risorto dai morti e quindi questa vita acquista un senso profondo e la promessa che anche il nostro tendere al bene non resterà senza frutto. E a chi ci chiedesse spiegazioni, stupendosi che abbiamo speranza, possiamo spiegarla. Non pretendiamo di “convertire” tutti, ma a chi volesse saperlo sappiamo chiarire perché speriamo. «Tuttavia con dolcezza e rispetto». Non basta ritenere di avere ragione, avere motivo di sperare e volerlo condividere. Occorre essere mossi dal desiderio del bene altrui e provare a renderlo trasparente. Non come chi si impone finalmente su un avversario in un dibattito, costringendolo a stare zitto, ma come chi sa di avere un tesoro in mano e voglia condividerlo ad altri, come le nostre passioni più autentiche che ci danno vita e vorremmo che la dessero anche ad altri. Senza pretendere però che ciò sia davvero la soluzione delle vite anche altrui, ma sempre rispettando le loro opinioni e le posizioni. E se questo portasse poi a essere oppressi, «meglio soffrire operando il bene che facendo il male». È probabile che questo minimo consiglio di modalità operativa nelle discussioni resti valido qualunque sia la speranza di vita che ci muove.
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