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Anche la prima chiesa non era perfetta, ma ciò che non funzionava diventava occasione di crescita

15 agosto 2025

Cuneo

Ci può essere chi in questi ultimi tempi è stato informato di una polemica abbastanza accesa, che ha coinvolto anche qualche settimanale diocesano, sull’interpretazione della riforma liturgica e di qualche figura di santi recentemente canonizzati o da canonizzare. Non mi interessa prendere qui posizione al riguardo, perché interpretazioni complicate, controverse, conflittuali della chiesa si danno all’interno della chiesa da quando la chiesa esiste. Può essere interessante invece e proprio per quello, a un livello più profondo, andare a guardare tra le righe di ciò che scrive san Luca sulla prima generazione cristiana, sulla primissima chiesa, alla quale inevitabilmente guardiamo come a un modello. Sul tema, come sappiamo, Luca scrive un libro intero, gli Atti degli Apostoli. In quelli sembrerebbe che la chiesa sia perfetta: tutti si vogliono bene, tutti condividono tutto, chi è povero viene aiutato, ci si parla, si decide insieme, si prega e si vive con grande profondità la fiducia in Gesù. E infatti l’autore non smette di dirci che “i fratelli” crescono costantemente e godono del favore di tutti. Un lettore superficiale e ingenuo, che scorra un po’ in fretta quelle pagine, oggi come quando furono scritte, può pensare che sia il ritratto idilliaco di una comunità ottimale. Eppure sotto la superficie le crepe ci sono, non poche, e Luca non fa molto per nasconderle, anzi. Appena ci sforziamo di leggere con un po’ più di attenzione, ad esempio, tra il capitolo 4 e 5 si dice che tutti mettevano tutti i loro beni ai piedi degli apostoli, come ad esempio Barnaba. Potremmo già insospettirci, perché se “tutti” lo facevano, che bisogno c’è di citare l’esempio di Barnaba? Ma poi si riferisce invece il caso di una coppia che sembra comportarsi allo stesso modo ma poi si tiene la tangente, e viene magicamente punita. E a loro non si rimprovera di non aver donato tutto, ma di fingere di averlo fatto: «L’importo della vendita non era a tua disposizione? Perché hai pensato di mentire a Dio?». Ma più avanti la questione si fa ancora più seria. Lungo il racconto veniamo infatti a sapere che i discepoli continuano a frequentare il tempio, e fin qui ci può anche andare bene, dal momento che lo faceva anche Gesù. Poi, veniamo informati che nell’aiuto alle vedove gli “ellenisti” si lamentano di essere trascurati. Gli ellenisti erano ebrei di lingua greca che si erano trasferiti in Giudea, per essere più vicini al tempio quando fosse arrivato il messia. Spesso erano mercanti o ricchi che, a fine vita, si trasferivano lì portandosi dietro le mogli, normalmente ben più giovani, e la famiglia. Ossia, ricchi forestieri che arrivavano pieni di soldi per godersi gli ultimi anni, in un’area economicamente depressa. Inevitabilmente non godevano di grandi simpatie.  Si può però pensare che tra i fratelli cristiani queste tensioni non contino. E invece no: le vedove elleniste vengono trascurate, quando lo si fa notare i dodici non cambiano atteggiamento, ma nominano sette diaconi, dai nomi rigorosamente greci, perché ci pensino loro, scelta che può anche sembrare un lavarsene le mani. In seguito il più importante di questi ellenisti, Stefano, tiene un discorso feroce contro il tempio e la legge di Mosè e viene lapidato, dopo di che si scatena una «violenta persecuzione contro la chiesa di Gerusalemme» (At 8,1). Solo che questa violenta persecuzione risparmia i dodici, che erano già stati arrestati e quindi erano noti, il che suona abbastanza strano. E se una conseguenza di questa persecuzione è che i cristiani si sparpagliano in tutta l’area, viene da pensare che vadano dove avevano già contatti, magari perché venivano da lì. Cioè, sembra proprio che questa persecuzione si scateni solo contro gli ebrei ellenisti. E che cosa fanno Pietro e i dodici? Niente. Guardano. E continuano ad andare al tempio. Quei cristiani fuggiti inizieranno ad annunciare Gesù anche ai non ebrei, e a quel punto, quando ebrei e pagani cominciano a celebrare insieme l’eucaristia, da Gerusalemme mandano, stavolta sì, degli inviati a controllare che cosa succede, e si faticherà a trovare un accordo che consenta ai non ebrei di non farsi circoncidere. L’impressione è che Luca sia tutt’altro che stupido. Da una parte stende un racconto che sembra dire che tutto è perfetto, per chi legge con superficialità: se non hai voglia di capire o non riesci ad andare in profondità, non importa, sai che tutto è andato bene e quella comunità realizzava al massimo l’umanità. Ma se sei più scaltro, o sai che nelle comunità cristiane le tensioni rimangono, puoi scoprire che in effetti era così anche già da subito, che cattiveria o semplicemente piccole invidie o almeno leggerezza e paura si annidavano già nella chiesa cristiana dei primi mesi dalla Pentecoste. Eppure, ed è questo il grande messaggio di Luca, anche ciò che bisognerebbe ammettere che non aveva funzionato era diventato occasione di crescita e di apertura.  Allora sì che Luca torna ad essere prezioso per noi, che scopriamo che già nel 30 d.C. la chiesa non era perfetta, ma anche in tutti i suoi limiti era già il luogo in cui lo Spirito Santo riusciva a scrivere dritto anche su righe storte.
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