editoriale

Ripensiamo alle richieste su chi mette la propria vita in un servizio a tempo pieno per la chiesa

20 luglio 2025

Cuneo

celebrazione eucaristica (foto Pixabay) (foto Pixabay) La tragica fine di don Matteo Balzano ha toccato tanti. Si è scritto, e a ragione, che continuiamo a lamentare che i giovani d’oggi siano fragili e poi si pretende che un prete giovane sia competente in tanti campi diversi, sempre ottimista e pieno di fantasia ed energia, disponibile diciotto ore al giorno per sette giorni alla settimana e sempre equilibrato e disposto ad ascoltare e consigliare con saggezza. Evidentemente siamo molto squilibrati nelle aspettative, come se i preti non assomigliassero all’umanità normale. È una tentazione che torna in tante tradizioni religiose umane, ebraismo compreso. La legge ebraica consolidata, infatti, almeno in teoria riservava una tribù, quella di Levi, al servizio del tempio e per questo mantenuta dalle altre tribù, senza neanche poter possedere un pezzo di terra. All’interno di quella tribù si indicava una famiglia, quella di Aronne, perché non si occupasse neppure della gestione delle questioni del tempio ma solo dei sacrifici. E si obbligava colui che guidava quel gruppo di sacerdoti, il sommo sacerdote, a non prendersi neppure cura della sepoltura del proprio padre, che era un dovere religioso importantissimo: doveva essere tutto e solo di Dio. È una logica comprensibile che ritroviamo in altre tradizioni religiose e anche, magari un po’ abusiva, nel cristianesimo. Ecco il motivo di preti che devono vestirsi in modi diversi dagli altri, vivere senza famiglia, senza scegliere dove e che tipo di servizio offrire, senza doversi preoccupare di un alloggio, senza tendenzialmente ferie né ritiro dal lavoro... come se fossero meno umani. La stessa abitudine a chiamarli “sacerdoti”, uomini del sacro, potrebbe lasciare intendere che a essere di Dio sono loro, non gli altri. Su questo c’è un testo del Nuovo Testamento che ci suona persino oggi coraggiosissimo, quasi scandaloso, e molto illuminante. Si tratta della cosiddetta lettera agli Ebrei. Nel mondo del Primo Testamento Dio si offre all’umanità non direttamente (benché alcuni profeti sognino proprio quello) ma attraverso mediazioni varie, che si possono raccogliere nelle figure del profeta, che intuisce la volontà divina, del re, che orienta il mondo su quelle strade, e del sacerdote, che fa da tramite tra cielo e terra, facendo scendere dall’alto la legge e salire dal basso i sacrifici. Gesù si presenta innanzi tutto come profeta, chiamando a cogliere anche in modalità nuove l’intenzione divina. Gli evangelisti vogliono poi sottolineare quanto della modalità regale si veda nel suo muoversi nel mondo e tentare di orientarlo: per questo insistono sulla sua discendenza davidica, per suggerire la dimensione regale della sua mediazione. Il problema riguarda il lato sacerdotale: Gesù frequenta il tempio ma non moltissimo, non offre mai sacrifici, viene mandato a morte dalle autorità religiose. Chi scrive quel trattato, però, vuole recuperare proprio quella dimensione, che non è persa ma a sua volta da Gesù valorizzata e trasfigurata. L’autore anonimo sottolinea infatti, intanto, che Gesù ha una dignità divina ma impara anche l’umanità. Vale a dire che non è divino perché meno umano, ma, come un ponte, perché ha le fondamenta ben radicate su entrambe le sponde. Ma appunto, in modo molto più preciso, sottolinea che Gesù l’umanità deve impararla. Come tutti gli umani, che entrano nella vita senza conoscerla, ma dovendola scoprire e capire. Noi viviamo così, non nasciamo già sapendo che cosa significhi essere uomini. Continuiamo a impararlo per tutta la vita, lungo la quale dobbiamo agire, scegliere, muoverci, ma sulla base di condizioni che non abbiamo scelto: non abbiamo deciso che corpo avere, che carattere (che plasmiamo, ma non ci inventiamo), dove nascere e da chi. Neppure se nascere. La vita umana si gioca sul restare in ascolto, come dal basso verso l’alto, di ciò che non viene da noi: è il senso della parola che solitamente traduciamo con “obbedienza” in Eb 5,8. E questa obbedienza è qualcosa a cui siamo chiamati fino all’ultimo atto, quella morte che possiamo a volte desiderare come liberazione da una vita insostenibile, ma che di fatto è il nostro “nemico ultimo”, ciò che non vogliamo. E anche questo ultimo atto dobbiamo impararlo, nessun essere umano può dire di conoscerlo prima di averlo attraversato. Neanche Gesù. Ecco perché anche di lui, «benché fosse Figlio», si deve dire che impara l’umanità non costruendo grandi imprese, ma imparando l’ubbidienza. Solo grazie a questa accettazione dell’umanità Gesù “diventa perfetto”: prima non lo è. È Dio, ma non perfetto. Perché per essere nostro Signore, deve sapere che cosa è l’umanità. Solo a questo punto può guidarci. Il cuore dell’umanità nella sua fragilità, nel suo dover accettare di stare in situazioni non sempre ottimali, quasi mai scelte. La tradizione cristiana ci dice che la perfetta divinità è in questa umanità che deve sempre fare i conti con l’obbedienza, non nella lontananza astratta dall’umano. E che questa dimensione è vissuta da tutti i battezzati, che si uniscono allo stile di vita di Gesù. Sacerdoti lo sono tutti. C’è allora anche spazio per ripensare richieste e aspettative da chi mette la propria vita a disposizione della chiesa, con un servizio a tempo pieno ma che non deve diventare disumano. Perché a quel punto diventa anche meno cristiano e meno umano, e si allontana anche da Dio. Rifacciamo la pace con l’umanità: una testimonianza che dona anche la vita, soprattutto se è per gli altri, è sensata, ma Dio non vuole che viviamo male. È un Dio amante della vita (Sap 11,26), e della vita piena.  
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