La notizia ha destato un certo clamore non solo negli ambienti finanziari: nei giorni scorsi, la nostrana Ferrero ha acquistato la Kellog’s per 3,1 miliardi di dollari. Si tratta di una operazione che, in qualunque momento, avrebbe fatto parlare di sé ma che si fa ancora più notare nel contesto economico e finanziario che stiamo vivendo. Proprio mentre il presidente Trump minaccia nuovi dazi e invia perentorie lettere in giro per il mondo, uno dei proverbiali “gioielli di famiglia” americani è diventato italiano senza colpo ferire. La valenza, anche simbolica, dell’operazione non è da sottovalutare. La Kellog’s ha inventato i “corn flakes” e buona parte degli americani comincia la loro giornata maneggiando confezioni di quei cereali; sulle confezioni Kellog’s vengono ritratti i più grandi campioni degli sport statunitensi, come è stato per Micheal Jordan, il più grande cestista di tutti i tempi, o Derek Jeter, ex giocatore di baseball e capitano dei New York Yankees, molto famoso in patria.
I cereali Kellog’s, in altre parole, rappresentano qualcosa di più di un semplice prodotto e l’idea che siano diventati italiani, anzi, cuneesi, un po’ inorgoglisce e un po’ fa sorridere.
Al di là delle soddisfazioni campanilistiche, però, l’operazione induce a fare qualche riflessione un po’ meno oziosa.
La prima è che la globalizzazione dei mercati produttivi e finanziari è cosa più complessa di quello che l’attuale amministrazione americana vorrebbe. L’accostamento dell’immagine dell’apprendista stregone al Trump di questo secondo mandato presidenziale pare azzeccato. La sensazione, infatti, è che il vulcanico tycoon stia giocando con meccanismi che non governa fino in fondo; se non fosse così, il sedicente campione della difesa degli interessi americani contro i “furti” perpetrati ai danni degli USA, anche dagli alleati europei, avrebbe trovato il modo di impedire l’operazione.
La seconda riflessione è che chi, come la Ferrero, ha fatto seriamente impresa ha le risorse anche finanziarie per acquisizioni di questa portata. Per decenni il sistema economico è andato nella direzione della finanziarizzazione, con il deflusso di risorse dal sistema produttivo a una finanza sempre più “di carta”.
Mentre molti cercavano ricchezza facile nella speculazione su azioni e derivati, anche disinvestendo dai settori produttivi, la Ferrero produceva e vendeva Nutella e investiva in nuove linee produttive. L’immagine è, ovviamente, semplicistica, ma verrebbe da chiedersi come sarebbe oggi il panorama economico piemontese, nazionale e internazionale se le eccellenze locali fossero state adeguatamente sostenute anziché essere abbandonate nel frullatore della grande finanza (tra i grandi rimpianti, vale la pena di ricordare la Olivetti). La vicenda Ferrero insegna che è l’attività di impresa a dover avere il primato sulla finanza e non viceversa.
La terza e ultima riflessione nasce dalla constatazione che, non nuova a questi riconoscimenti, nel 2025, secondo le risultanze della Randstad Employer Brand Research, la Ferrero è risultata la prima azienda in Italia per attrattività tra i lavoratori e, questo, anche per l’attenzione alle persone e al territorio e alle misure di welfare aziendale. Senza voler eccedere in trionfalismi e nella consapevolezza che la perfezione non è di questo mondo e, quindi, neppure della Ferrero, viene spontaneo osservare che, evidentemente, welfare e successo economico non solo non sono in antitesi ma che, evidentemente, l’attenzione al benessere dei lavoratori è un efficace motore di sviluppo imprenditoriale.
Quest’ultima constatazione meriterebbe, quanto meno, un approfondimento serio, perché in un clima culturale in cui pare che sia inevitabile che il settore pubblico arretri, forse varrebbe la pena rallentare un momento e riflettere sulle scelte di chi ha davvero successo in quel mondo privato che si indica come modello. Il modello privato di successo, infatti, almeno in questo caso, è andato nella direzione opposta dello smantellamento dei presidi sociali. Sarebbe ironico, se non fosse uno scenario che nessuno si dovrebbe augurare, constatare che, dopo aver abbandonato agli investitori sanità, istruzione e trasporti, si scoprisse che la solidità economica e finanziaria, anche degli operatori pubblici, passa per il mantenimento e il rafforzamento delle strutture interne a supporto del tanto bistrattato stato sociale.
editoriale
La notizia ha destato un certo clamore non solo negli ambienti finanziari: nei giorni scorsi, la nostrana Ferrero ha acquistato la Kellog’s per 3,1 miliardi di dollari. Si tratta di una operazione che, in qualunque momento, avrebbe fatto parlare di sé ma che si fa ancora più notare nel contesto economico e finanziario che stiamo vivendo. Proprio mentre il presidente Trump minaccia nuovi dazi e invia perentorie lettere in giro per il mondo, uno dei proverbiali “gioielli di famiglia” americani è diventato italiano senza colpo ferire. La valenza, anche simbolica, dell’operazione non è da sottovalutare. La Kellog’s ha inventato i “corn flakes” e buona parte degli americani comincia la loro giornata maneggiando confezioni di quei cereali; sulle confezioni Kellog’s vengono ritratti i più grandi campioni degli sport statunitensi, come è stato per Micheal Jordan, il più grande cestista di tutti i tempi, o Derek Jeter, ex giocatore di baseball e capitano dei New York Yankees, molto famoso in patria.
I cereali Kellog’s, in altre parole, rappresentano qualcosa di più di un semplice prodotto e l’idea che siano diventati italiani, anzi, cuneesi, un po’ inorgoglisce e un po’ fa sorridere.
Al di là delle soddisfazioni campanilistiche, però, l’operazione induce a fare qualche riflessione un po’ meno oziosa.
La prima è che la globalizzazione dei mercati produttivi e finanziari è cosa più complessa di quello che l’attuale amministrazione americana vorrebbe. L’accostamento dell’immagine dell’apprendista stregone al Trump di questo secondo mandato presidenziale pare azzeccato. La sensazione, infatti, è che il vulcanico tycoon stia giocando con meccanismi che non governa fino in fondo; se non fosse così, il sedicente campione della difesa degli interessi americani contro i “furti” perpetrati ai danni degli USA, anche dagli alleati europei, avrebbe trovato il modo di impedire l’operazione.
La seconda riflessione è che chi, come la Ferrero, ha fatto seriamente impresa ha le risorse anche finanziarie per acquisizioni di questa portata. Per decenni il sistema economico è andato nella direzione della finanziarizzazione, con il deflusso di risorse dal sistema produttivo a una finanza sempre più “di carta”.
Mentre molti cercavano ricchezza facile nella speculazione su azioni e derivati, anche disinvestendo dai settori produttivi, la Ferrero produceva e vendeva Nutella e investiva in nuove linee produttive. L’immagine è, ovviamente, semplicistica, ma verrebbe da chiedersi come sarebbe oggi il panorama economico piemontese, nazionale e internazionale se le eccellenze locali fossero state adeguatamente sostenute anziché essere abbandonate nel frullatore della grande finanza (tra i grandi rimpianti, vale la pena di ricordare la Olivetti). La vicenda Ferrero insegna che è l’attività di impresa a dover avere il primato sulla finanza e non viceversa.
La terza e ultima riflessione nasce dalla constatazione che, non nuova a questi riconoscimenti, nel 2025, secondo le risultanze della Randstad Employer Brand Research, la Ferrero è risultata la prima azienda in Italia per attrattività tra i lavoratori e, questo, anche per l’attenzione alle persone e al territorio e alle misure di welfare aziendale. Senza voler eccedere in trionfalismi e nella consapevolezza che la perfezione non è di questo mondo e, quindi, neppure della Ferrero, viene spontaneo osservare che, evidentemente, welfare e successo economico non solo non sono in antitesi ma che, evidentemente, l’attenzione al benessere dei lavoratori è un efficace motore di sviluppo imprenditoriale.
Quest’ultima constatazione meriterebbe, quanto meno, un approfondimento serio, perché in un clima culturale in cui pare che sia inevitabile che il settore pubblico arretri, forse varrebbe la pena rallentare un momento e riflettere sulle scelte di chi ha davvero successo in quel mondo privato che si indica come modello. Il modello privato di successo, infatti, almeno in questo caso, è andato nella direzione opposta dello smantellamento dei presidi sociali. Sarebbe ironico, se non fosse uno scenario che nessuno si dovrebbe augurare, constatare che, dopo aver abbandonato agli investitori sanità, istruzione e trasporti, si scoprisse che la solidità economica e finanziaria, anche degli operatori pubblici, passa per il mantenimento e il rafforzamento delle strutture interne a supporto del tanto bistrattato stato sociale.
La cuneese Ferrero acquista la Kellog’s: cosa possiamo imparare
20 luglio 2025
Cuneo
La notizia ha destato un certo clamore non solo negli ambienti finanziari: nei giorni scorsi, la nostrana Ferrero ha acquistato la Kellog’s per 3,1 miliardi di dollari. Si tratta di una operazione che, in qualunque momento, avrebbe fatto parlare di sé ma che si fa ancora più notare nel contesto economico e finanziario che stiamo vivendo. Proprio mentre il presidente Trump minaccia nuovi dazi e invia perentorie lettere in giro per il mondo, uno dei proverbiali “gioielli di famiglia” americani è diventato italiano senza colpo ferire. La valenza, anche simbolica, dell’operazione non è da sottovalutare. La Kellog’s ha inventato i “corn flakes” e buona parte degli americani comincia la loro giornata maneggiando confezioni di quei cereali; sulle confezioni Kellog’s vengono ritratti i più grandi campioni degli sport statunitensi, come è stato per Micheal Jordan, il più grande cestista di tutti i tempi, o Derek Jeter, ex giocatore di baseball e capitano dei New York Yankees, molto famoso in patria.
I cereali Kellog’s, in altre parole, rappresentano qualcosa di più di un semplice prodotto e l’idea che siano diventati italiani, anzi, cuneesi, un po’ inorgoglisce e un po’ fa sorridere.
Al di là delle soddisfazioni campanilistiche, però, l’operazione induce a fare qualche riflessione un po’ meno oziosa.
La prima è che la globalizzazione dei mercati produttivi e finanziari è cosa più complessa di quello che l’attuale amministrazione americana vorrebbe. L’accostamento dell’immagine dell’apprendista stregone al Trump di questo secondo mandato presidenziale pare azzeccato. La sensazione, infatti, è che il vulcanico tycoon stia giocando con meccanismi che non governa fino in fondo; se non fosse così, il sedicente campione della difesa degli interessi americani contro i “furti” perpetrati ai danni degli USA, anche dagli alleati europei, avrebbe trovato il modo di impedire l’operazione.
La seconda riflessione è che chi, come la Ferrero, ha fatto seriamente impresa ha le risorse anche finanziarie per acquisizioni di questa portata. Per decenni il sistema economico è andato nella direzione della finanziarizzazione, con il deflusso di risorse dal sistema produttivo a una finanza sempre più “di carta”.
Mentre molti cercavano ricchezza facile nella speculazione su azioni e derivati, anche disinvestendo dai settori produttivi, la Ferrero produceva e vendeva Nutella e investiva in nuove linee produttive. L’immagine è, ovviamente, semplicistica, ma verrebbe da chiedersi come sarebbe oggi il panorama economico piemontese, nazionale e internazionale se le eccellenze locali fossero state adeguatamente sostenute anziché essere abbandonate nel frullatore della grande finanza (tra i grandi rimpianti, vale la pena di ricordare la Olivetti). La vicenda Ferrero insegna che è l’attività di impresa a dover avere il primato sulla finanza e non viceversa.
La terza e ultima riflessione nasce dalla constatazione che, non nuova a questi riconoscimenti, nel 2025, secondo le risultanze della Randstad Employer Brand Research, la Ferrero è risultata la prima azienda in Italia per attrattività tra i lavoratori e, questo, anche per l’attenzione alle persone e al territorio e alle misure di welfare aziendale. Senza voler eccedere in trionfalismi e nella consapevolezza che la perfezione non è di questo mondo e, quindi, neppure della Ferrero, viene spontaneo osservare che, evidentemente, welfare e successo economico non solo non sono in antitesi ma che, evidentemente, l’attenzione al benessere dei lavoratori è un efficace motore di sviluppo imprenditoriale.
Quest’ultima constatazione meriterebbe, quanto meno, un approfondimento serio, perché in un clima culturale in cui pare che sia inevitabile che il settore pubblico arretri, forse varrebbe la pena rallentare un momento e riflettere sulle scelte di chi ha davvero successo in quel mondo privato che si indica come modello. Il modello privato di successo, infatti, almeno in questo caso, è andato nella direzione opposta dello smantellamento dei presidi sociali. Sarebbe ironico, se non fosse uno scenario che nessuno si dovrebbe augurare, constatare che, dopo aver abbandonato agli investitori sanità, istruzione e trasporti, si scoprisse che la solidità economica e finanziaria, anche degli operatori pubblici, passa per il mantenimento e il rafforzamento delle strutture interne a supporto del tanto bistrattato stato sociale.