Armamenti (Agensir)
Nell’articolo 11 della nostra Costituzione sta scritto che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”. La saggezza dei nostri costituenti ha voluto che la neonata Repubblica si collocasse nel contesto internazionale secondo modalità ben precise, anche prevedendo di limitare la propria sovranità per alcuni specifici fini.
Quanto sta capitando oggi, purtroppo, collide in modo netto con il dettato costituzionale. Che la sovranità del nostro Stato sia limitata, infatti, è una realtà che è emersa in tutta la sua chiarezza.
L’innalzamento al 5% del PIL entro i prossimi dieci anni della spesa militare (combinata con quella per la sicurezza) e, al contempo, il ben poco onorevole compromesso sui dazi, con tanto di rinuncia a una adeguata tassazione dei profitti delle grandi big-tech americane, dimostrano che sono estremamente ridotti (per usare un eufemismo) i margini di autonomia nelle decisioni strategiche.
Inoltre, assecondare continuamente gli interessi altrui è cosa ben diversa da quei fini di pace e di giustizia che la Costituzione indica come presupposto e ragione per le limitazioni della sovranità.
La radice di quello che sta capitando, infatti, va ricercata nel puro perseguimento di ambizioni di predominio militare, politico ed economico degli Stati Uniti che, da qualche mese a questa parte, hanno abbandonato ogni approccio multilaterale per sposare la via della pura affermazione di potere.
Stupisce che l’Unione Europea, la realtà regionale di gran lunga più strutturata al mondo, con un numero di abitanti superiore agli Stati Uniti, con una quota di Pil mondiale del 17% (seppure contro il 26% americano) non abbia saputo contrapporre, quanto meno sul piano dialettico, una cultura, un modello di sviluppo e di gestione delle relazioni internazionali autenticamente autonomi.
L’impressione è che la cultura che l’Europa avrebbe dovuto proporre, con i modelli sociali basati sul welfare e relazioni internazionali multilaterali e non aggressive, non sembrano più così amati dagli attuali governanti negli Stati dell’Unione. Pare un dato di fatto che la presenza pubblica in ambiti come istruzione, sanità e trasporti stia segnando il passo e che, in questi come in altri campi, all’arretramento della presenza dell’operatore pubblico, corrisponda una progressiva affermazione di quelli privati. Gli effetti di questo spostamento si stanno facendo e si faranno sentire, con ripercussioni che dovrebbero lasciare perplessi anche gli appassionati della libera concorrenza a tutti i costi.
La corsa al riarmo già oggi sta producendo conseguenze del tutto logiche nel mondo dei mercati concorrenziali, ma tutt’altro che desiderabili per chiunque abbia responsabilità di governo. Il professor Antonio Teti, docente di IT Governance e Big Data, in un recente articolo apparso su “Arena digitale” ha fatto notare che l’abbattimento dei costi dei droni militari comandati con l’ausilio dell’intelligenza artificiale (prodotti, oggi, da oltre 200 industrie a livello globale, mentre erano sei nel 2022) ha avuto l’effetto di rendere accessibili questi strumenti anche a Stati o realtà non statali, come i movimenti organizzati militarmente che si oppongono ai vari governi. La forza distruttiva di questi droni è tale da rendere possibile anche a chi è meno attrezzato militarmente di provocare ingenti danni a un nemico più forte. L’esito dell’aumento dei produttori, che sono stati attratti da un mercato redditizio, è stato, dunque, l’abbattimento dei costi, con conseguente diffusione dei droni. Oggi, dunque, non solo è più facile intraprendere un conflitto, ma è molto più difficile che una delle parti prevalga, anche in presenza di una sproporzione tra le forze in campo; da ciò derivano conflitti senza fine, a tutto vantaggio dei fabbricanti di armi.
Il professor Teti riporta i dati che seguono: attualmente, sono 78 gli Stati coinvolti in guerre. La percentuale di conflitti che si concludono con una vittoria decisiva di uno dei belligeranti è scesa dal 49% degli anni Settanta al 9% degli anni 2010. I conflitti risolti con accordi di pace sono scesi dal 23% ad appena il 4%.
Le limitazioni di sovranità che lasciano spazio a logiche di mercato in contesti come le relazioni internazionali non sono in linea con la Costituzione e aprono la via a dinamiche che nulla hanno di virtuoso.
editoriale
Armamenti (Agensir)
Nell’articolo 11 della nostra Costituzione sta scritto che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”. La saggezza dei nostri costituenti ha voluto che la neonata Repubblica si collocasse nel contesto internazionale secondo modalità ben precise, anche prevedendo di limitare la propria sovranità per alcuni specifici fini.
Quanto sta capitando oggi, purtroppo, collide in modo netto con il dettato costituzionale. Che la sovranità del nostro Stato sia limitata, infatti, è una realtà che è emersa in tutta la sua chiarezza.
L’innalzamento al 5% del PIL entro i prossimi dieci anni della spesa militare (combinata con quella per la sicurezza) e, al contempo, il ben poco onorevole compromesso sui dazi, con tanto di rinuncia a una adeguata tassazione dei profitti delle grandi big-tech americane, dimostrano che sono estremamente ridotti (per usare un eufemismo) i margini di autonomia nelle decisioni strategiche.
Inoltre, assecondare continuamente gli interessi altrui è cosa ben diversa da quei fini di pace e di giustizia che la Costituzione indica come presupposto e ragione per le limitazioni della sovranità.
La radice di quello che sta capitando, infatti, va ricercata nel puro perseguimento di ambizioni di predominio militare, politico ed economico degli Stati Uniti che, da qualche mese a questa parte, hanno abbandonato ogni approccio multilaterale per sposare la via della pura affermazione di potere.
Stupisce che l’Unione Europea, la realtà regionale di gran lunga più strutturata al mondo, con un numero di abitanti superiore agli Stati Uniti, con una quota di Pil mondiale del 17% (seppure contro il 26% americano) non abbia saputo contrapporre, quanto meno sul piano dialettico, una cultura, un modello di sviluppo e di gestione delle relazioni internazionali autenticamente autonomi.
L’impressione è che la cultura che l’Europa avrebbe dovuto proporre, con i modelli sociali basati sul welfare e relazioni internazionali multilaterali e non aggressive, non sembrano più così amati dagli attuali governanti negli Stati dell’Unione. Pare un dato di fatto che la presenza pubblica in ambiti come istruzione, sanità e trasporti stia segnando il passo e che, in questi come in altri campi, all’arretramento della presenza dell’operatore pubblico, corrisponda una progressiva affermazione di quelli privati. Gli effetti di questo spostamento si stanno facendo e si faranno sentire, con ripercussioni che dovrebbero lasciare perplessi anche gli appassionati della libera concorrenza a tutti i costi.
La corsa al riarmo già oggi sta producendo conseguenze del tutto logiche nel mondo dei mercati concorrenziali, ma tutt’altro che desiderabili per chiunque abbia responsabilità di governo. Il professor Antonio Teti, docente di IT Governance e Big Data, in un recente articolo apparso su “Arena digitale” ha fatto notare che l’abbattimento dei costi dei droni militari comandati con l’ausilio dell’intelligenza artificiale (prodotti, oggi, da oltre 200 industrie a livello globale, mentre erano sei nel 2022) ha avuto l’effetto di rendere accessibili questi strumenti anche a Stati o realtà non statali, come i movimenti organizzati militarmente che si oppongono ai vari governi. La forza distruttiva di questi droni è tale da rendere possibile anche a chi è meno attrezzato militarmente di provocare ingenti danni a un nemico più forte. L’esito dell’aumento dei produttori, che sono stati attratti da un mercato redditizio, è stato, dunque, l’abbattimento dei costi, con conseguente diffusione dei droni. Oggi, dunque, non solo è più facile intraprendere un conflitto, ma è molto più difficile che una delle parti prevalga, anche in presenza di una sproporzione tra le forze in campo; da ciò derivano conflitti senza fine, a tutto vantaggio dei fabbricanti di armi.
Il professor Teti riporta i dati che seguono: attualmente, sono 78 gli Stati coinvolti in guerre. La percentuale di conflitti che si concludono con una vittoria decisiva di uno dei belligeranti è scesa dal 49% degli anni Settanta al 9% degli anni 2010. I conflitti risolti con accordi di pace sono scesi dal 23% ad appena il 4%.
Le limitazioni di sovranità che lasciano spazio a logiche di mercato in contesti come le relazioni internazionali non sono in linea con la Costituzione e aprono la via a dinamiche che nulla hanno di virtuoso.
Il 5% per la spesa militare, la sovranità limitata, le logiche di mercato e le relazioni internazionali
13 luglio 2025
Cuneo
Armamenti (Agensir)
Nell’articolo 11 della nostra Costituzione sta scritto che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”. La saggezza dei nostri costituenti ha voluto che la neonata Repubblica si collocasse nel contesto internazionale secondo modalità ben precise, anche prevedendo di limitare la propria sovranità per alcuni specifici fini.
Quanto sta capitando oggi, purtroppo, collide in modo netto con il dettato costituzionale. Che la sovranità del nostro Stato sia limitata, infatti, è una realtà che è emersa in tutta la sua chiarezza.
L’innalzamento al 5% del PIL entro i prossimi dieci anni della spesa militare (combinata con quella per la sicurezza) e, al contempo, il ben poco onorevole compromesso sui dazi, con tanto di rinuncia a una adeguata tassazione dei profitti delle grandi big-tech americane, dimostrano che sono estremamente ridotti (per usare un eufemismo) i margini di autonomia nelle decisioni strategiche.
Inoltre, assecondare continuamente gli interessi altrui è cosa ben diversa da quei fini di pace e di giustizia che la Costituzione indica come presupposto e ragione per le limitazioni della sovranità.
La radice di quello che sta capitando, infatti, va ricercata nel puro perseguimento di ambizioni di predominio militare, politico ed economico degli Stati Uniti che, da qualche mese a questa parte, hanno abbandonato ogni approccio multilaterale per sposare la via della pura affermazione di potere.
Stupisce che l’Unione Europea, la realtà regionale di gran lunga più strutturata al mondo, con un numero di abitanti superiore agli Stati Uniti, con una quota di Pil mondiale del 17% (seppure contro il 26% americano) non abbia saputo contrapporre, quanto meno sul piano dialettico, una cultura, un modello di sviluppo e di gestione delle relazioni internazionali autenticamente autonomi.
L’impressione è che la cultura che l’Europa avrebbe dovuto proporre, con i modelli sociali basati sul welfare e relazioni internazionali multilaterali e non aggressive, non sembrano più così amati dagli attuali governanti negli Stati dell’Unione. Pare un dato di fatto che la presenza pubblica in ambiti come istruzione, sanità e trasporti stia segnando il passo e che, in questi come in altri campi, all’arretramento della presenza dell’operatore pubblico, corrisponda una progressiva affermazione di quelli privati. Gli effetti di questo spostamento si stanno facendo e si faranno sentire, con ripercussioni che dovrebbero lasciare perplessi anche gli appassionati della libera concorrenza a tutti i costi.
La corsa al riarmo già oggi sta producendo conseguenze del tutto logiche nel mondo dei mercati concorrenziali, ma tutt’altro che desiderabili per chiunque abbia responsabilità di governo. Il professor Antonio Teti, docente di IT Governance e Big Data, in un recente articolo apparso su “Arena digitale” ha fatto notare che l’abbattimento dei costi dei droni militari comandati con l’ausilio dell’intelligenza artificiale (prodotti, oggi, da oltre 200 industrie a livello globale, mentre erano sei nel 2022) ha avuto l’effetto di rendere accessibili questi strumenti anche a Stati o realtà non statali, come i movimenti organizzati militarmente che si oppongono ai vari governi. La forza distruttiva di questi droni è tale da rendere possibile anche a chi è meno attrezzato militarmente di provocare ingenti danni a un nemico più forte. L’esito dell’aumento dei produttori, che sono stati attratti da un mercato redditizio, è stato, dunque, l’abbattimento dei costi, con conseguente diffusione dei droni. Oggi, dunque, non solo è più facile intraprendere un conflitto, ma è molto più difficile che una delle parti prevalga, anche in presenza di una sproporzione tra le forze in campo; da ciò derivano conflitti senza fine, a tutto vantaggio dei fabbricanti di armi.
Il professor Teti riporta i dati che seguono: attualmente, sono 78 gli Stati coinvolti in guerre. La percentuale di conflitti che si concludono con una vittoria decisiva di uno dei belligeranti è scesa dal 49% degli anni Settanta al 9% degli anni 2010. I conflitti risolti con accordi di pace sono scesi dal 23% ad appena il 4%.
Le limitazioni di sovranità che lasciano spazio a logiche di mercato in contesti come le relazioni internazionali non sono in linea con la Costituzione e aprono la via a dinamiche che nulla hanno di virtuoso.