Caino e Abele (Ai generated - Foto Pixabay)
Il 4 luglio i fratelli Gallagher, membri degli Oasis, hanno di nuovo cantato insieme, dopo più di quindici anni di separazione, litigi e scambi dei peggiori insulti. Capita anche a noi che le riunioni familiari, magari agevolate dal tempo estivo, non siano sempre incontri idilliaci.
Ma non capita soltanto a noi, persino la Bibbia ha un buon elenco di episodi significativi. La prima coppia di fratelli della storia biblica è quella di Caino e Abele, e ci ricordiamo che non finisce benissimo. La seconda, peraltro, sono Esaù e Giacobbe, dove c’è una curiosa cessione di primogenitura e una minaccia di morte incombente fino quasi alla fine. Si tratta tra l’altro del primo esempio biblico in cui il “cattivo” della situazione, ossia chiaramente Esaù, non si svela così pesantemente negativo. In effetti quando Esaù capisce che il loro padre non ama che i figli prendano in moglie donne della regione, come Esaù ha fatto, rimedia sposandosi con donne più gradite. Questo, peraltro, accade dopo che, defraudato della primogenitura, decide di eliminare il fratello, ma anche di aspettare la morte dei genitori, per non amareggiarli. E in effetti anni dopo, quando Giacobbe si decide a tornare in Canaan, il fratello organizza un comitato d’accoglienza composto da quattrocento soldati. (Rassereniamo tutti: la storia finisce comunque bene).
Sono la coppia, peraltro di gemelli, più famosa e complicata, ma non è l’unica conflittuale. In fondo, anche la famiglia di Gesù non è solidale e di sostegno alla sua missione, anzi tentano di riportarlo a casa quando si dice in giro che è pazzo, con una vergogna sociale che ricade sulla famiglia. Poi, certo, ritroveremo un suo fratello capo della chiesa di Gerusalemme e martire, anche se non ci viene mai detto come e quando abbia cambiato idea.
Tutto ciò è persino strano, in un contesto culturale come quello del mondo semitico antico in cui i legami di clan erano fondamentali, più importanti di qualunque norma etica, al punto che lo stesso legame con il “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” sembra quasi gestito come un rapporto di fedeltà con un boss mafioso: a differenziare gli ebrei dagli altri popoli in tutti i libri storici e in molti passi profetici non è un diverso modo di vivere, ma il fatto di essere legati a JHWH, al “Dio dei nostri padri”.
Ecco perché è particolarmente centrata la domanda che uno scriba fa a Gesù e la sua risposta: «Chi è il mio prossimo?» (Lc 10,29). Il senso di quella domanda è di capire fin dove arrivi il confine di quella famiglia o clan che costituisce coloro che mi sono vicini, “prossimo” appunto. E Gesù lì spiazza molti, perché anziché rispondere, narra una parabola, quella del buon samaritano. Si trattava di un eretico, considerato un poco di buono, ma che si lascia impietosire da un forestiero, verosimilmente ricco, che trova bastonato e derubato per strada, e se ne prende cura senza peraltro legarsi a lui, senza pretendere riconoscenza o simili: lo medica e poi lo conduce fino a una locanda, dove lascia un anticipo e la promessa del saldo, ma senza fermarsi a fargli da infermiere. Il samaritano fa quello che serve per venire incontro a chi ha bisogno, che pure non conosceva ancora, e poi non lo tiene legato.
È un principio interessante, che torna anche in altri passi del Primo e del Nuovo Testamento (san Paolo dirà che i doni migliori dello Spirito sono quelli che fanno del bene agli altri, non i più spettacolari). Il “clan” da servire è composto da coloro che incontriamo e che hanno bisogno. I nostri “parenti prossimi” sono le persone che ci troviamo sulla strada, senza premeditarlo.
Non c’è nessuna precedenza per parenti o amici, ma solo il primato concesso a chi più ha bisogno. (Resta tuttavia sconsigliato assoldare quattrocento soldati per regolare i conti con i fratelli).
editoriale
Caino e Abele (Ai generated - Foto Pixabay)
Il 4 luglio i fratelli Gallagher, membri degli Oasis, hanno di nuovo cantato insieme, dopo più di quindici anni di separazione, litigi e scambi dei peggiori insulti. Capita anche a noi che le riunioni familiari, magari agevolate dal tempo estivo, non siano sempre incontri idilliaci.
Ma non capita soltanto a noi, persino la Bibbia ha un buon elenco di episodi significativi. La prima coppia di fratelli della storia biblica è quella di Caino e Abele, e ci ricordiamo che non finisce benissimo. La seconda, peraltro, sono Esaù e Giacobbe, dove c’è una curiosa cessione di primogenitura e una minaccia di morte incombente fino quasi alla fine. Si tratta tra l’altro del primo esempio biblico in cui il “cattivo” della situazione, ossia chiaramente Esaù, non si svela così pesantemente negativo. In effetti quando Esaù capisce che il loro padre non ama che i figli prendano in moglie donne della regione, come Esaù ha fatto, rimedia sposandosi con donne più gradite. Questo, peraltro, accade dopo che, defraudato della primogenitura, decide di eliminare il fratello, ma anche di aspettare la morte dei genitori, per non amareggiarli. E in effetti anni dopo, quando Giacobbe si decide a tornare in Canaan, il fratello organizza un comitato d’accoglienza composto da quattrocento soldati. (Rassereniamo tutti: la storia finisce comunque bene).
Sono la coppia, peraltro di gemelli, più famosa e complicata, ma non è l’unica conflittuale. In fondo, anche la famiglia di Gesù non è solidale e di sostegno alla sua missione, anzi tentano di riportarlo a casa quando si dice in giro che è pazzo, con una vergogna sociale che ricade sulla famiglia. Poi, certo, ritroveremo un suo fratello capo della chiesa di Gerusalemme e martire, anche se non ci viene mai detto come e quando abbia cambiato idea.
Tutto ciò è persino strano, in un contesto culturale come quello del mondo semitico antico in cui i legami di clan erano fondamentali, più importanti di qualunque norma etica, al punto che lo stesso legame con il “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” sembra quasi gestito come un rapporto di fedeltà con un boss mafioso: a differenziare gli ebrei dagli altri popoli in tutti i libri storici e in molti passi profetici non è un diverso modo di vivere, ma il fatto di essere legati a JHWH, al “Dio dei nostri padri”.
Ecco perché è particolarmente centrata la domanda che uno scriba fa a Gesù e la sua risposta: «Chi è il mio prossimo?» (Lc 10,29). Il senso di quella domanda è di capire fin dove arrivi il confine di quella famiglia o clan che costituisce coloro che mi sono vicini, “prossimo” appunto. E Gesù lì spiazza molti, perché anziché rispondere, narra una parabola, quella del buon samaritano. Si trattava di un eretico, considerato un poco di buono, ma che si lascia impietosire da un forestiero, verosimilmente ricco, che trova bastonato e derubato per strada, e se ne prende cura senza peraltro legarsi a lui, senza pretendere riconoscenza o simili: lo medica e poi lo conduce fino a una locanda, dove lascia un anticipo e la promessa del saldo, ma senza fermarsi a fargli da infermiere. Il samaritano fa quello che serve per venire incontro a chi ha bisogno, che pure non conosceva ancora, e poi non lo tiene legato.
È un principio interessante, che torna anche in altri passi del Primo e del Nuovo Testamento (san Paolo dirà che i doni migliori dello Spirito sono quelli che fanno del bene agli altri, non i più spettacolari). Il “clan” da servire è composto da coloro che incontriamo e che hanno bisogno. I nostri “parenti prossimi” sono le persone che ci troviamo sulla strada, senza premeditarlo.
Non c’è nessuna precedenza per parenti o amici, ma solo il primato concesso a chi più ha bisogno. (Resta tuttavia sconsigliato assoldare quattrocento soldati per regolare i conti con i fratelli).
I rapporti, non sempre facili, tra fratelli e i nostri veri “parenti prossimi”
13 luglio 2025
Cuneo
Caino e Abele (Ai generated - Foto Pixabay)
Il 4 luglio i fratelli Gallagher, membri degli Oasis, hanno di nuovo cantato insieme, dopo più di quindici anni di separazione, litigi e scambi dei peggiori insulti. Capita anche a noi che le riunioni familiari, magari agevolate dal tempo estivo, non siano sempre incontri idilliaci.
Ma non capita soltanto a noi, persino la Bibbia ha un buon elenco di episodi significativi. La prima coppia di fratelli della storia biblica è quella di Caino e Abele, e ci ricordiamo che non finisce benissimo. La seconda, peraltro, sono Esaù e Giacobbe, dove c’è una curiosa cessione di primogenitura e una minaccia di morte incombente fino quasi alla fine. Si tratta tra l’altro del primo esempio biblico in cui il “cattivo” della situazione, ossia chiaramente Esaù, non si svela così pesantemente negativo. In effetti quando Esaù capisce che il loro padre non ama che i figli prendano in moglie donne della regione, come Esaù ha fatto, rimedia sposandosi con donne più gradite. Questo, peraltro, accade dopo che, defraudato della primogenitura, decide di eliminare il fratello, ma anche di aspettare la morte dei genitori, per non amareggiarli. E in effetti anni dopo, quando Giacobbe si decide a tornare in Canaan, il fratello organizza un comitato d’accoglienza composto da quattrocento soldati. (Rassereniamo tutti: la storia finisce comunque bene).
Sono la coppia, peraltro di gemelli, più famosa e complicata, ma non è l’unica conflittuale. In fondo, anche la famiglia di Gesù non è solidale e di sostegno alla sua missione, anzi tentano di riportarlo a casa quando si dice in giro che è pazzo, con una vergogna sociale che ricade sulla famiglia. Poi, certo, ritroveremo un suo fratello capo della chiesa di Gerusalemme e martire, anche se non ci viene mai detto come e quando abbia cambiato idea.
Tutto ciò è persino strano, in un contesto culturale come quello del mondo semitico antico in cui i legami di clan erano fondamentali, più importanti di qualunque norma etica, al punto che lo stesso legame con il “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” sembra quasi gestito come un rapporto di fedeltà con un boss mafioso: a differenziare gli ebrei dagli altri popoli in tutti i libri storici e in molti passi profetici non è un diverso modo di vivere, ma il fatto di essere legati a JHWH, al “Dio dei nostri padri”.
Ecco perché è particolarmente centrata la domanda che uno scriba fa a Gesù e la sua risposta: «Chi è il mio prossimo?» (Lc 10,29). Il senso di quella domanda è di capire fin dove arrivi il confine di quella famiglia o clan che costituisce coloro che mi sono vicini, “prossimo” appunto. E Gesù lì spiazza molti, perché anziché rispondere, narra una parabola, quella del buon samaritano. Si trattava di un eretico, considerato un poco di buono, ma che si lascia impietosire da un forestiero, verosimilmente ricco, che trova bastonato e derubato per strada, e se ne prende cura senza peraltro legarsi a lui, senza pretendere riconoscenza o simili: lo medica e poi lo conduce fino a una locanda, dove lascia un anticipo e la promessa del saldo, ma senza fermarsi a fargli da infermiere. Il samaritano fa quello che serve per venire incontro a chi ha bisogno, che pure non conosceva ancora, e poi non lo tiene legato.
È un principio interessante, che torna anche in altri passi del Primo e del Nuovo Testamento (san Paolo dirà che i doni migliori dello Spirito sono quelli che fanno del bene agli altri, non i più spettacolari). Il “clan” da servire è composto da coloro che incontriamo e che hanno bisogno. I nostri “parenti prossimi” sono le persone che ci troviamo sulla strada, senza premeditarlo.
Non c’è nessuna precedenza per parenti o amici, ma solo il primato concesso a chi più ha bisogno. (Resta tuttavia sconsigliato assoldare quattrocento soldati per regolare i conti con i fratelli).