(foto Agensir)
La Presidente Meloni ha scomodato gli antichi romani per spiegare le ragioni del salto nella corsa agli armamenti. “Si vis pacem para bellum”, ha detto la Presidente del Consiglio in Senato. Tuttavia, le prime valutazioni che si possono formulare sull’impegno, entro i prossimi dieci anni, a portare la spesa militare dal 2% al 5% del PIL, non depongono a favore della avvedutezza della decisione.
La prima considerazione, la più banale, è chela soglia temporale dei dieci anni non può che lasciare perplessi. Se c’è qualcosa che dovremmo avere imparato in questi primi mesi della presidenza Trumpiana è che i cambi di rotta sono piuttosto repentini. Quando le scadenze degli ultimatum tendono curiosamente a convergere verso le proverbiali due settimane e le guerre durano 12 giorni, immaginare un arco temporale di dieci anni pare quanto meno azzardato. Non si tratta di un dettaglio. Come ogni economista sa, infatti, le previsioni di spesa di questa portata hanno effetti in termini di programmazione.
Il secondo ordine di considerazioni, infatti, riguarda proprio l’inserimento di questo tipo di impegno di spesa in un quadro generale che comprende debito pubblico, welfare e crescita.
Nel 2012, come noto, l’articolo 81 della Costituzione italiana è stato modificato con l’inserimento di quello che, nelle cronache, è stato indicato come “obbligo di pareggio di bilancio”. L’articolo 81 prevede che “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, …, al verificarsi di eventi eccezionali”. Il dato letterale è che l’indebitamento sia consentito in presenza di eventi eccezionali e al fine di sostenere il sistema nelle fasi sfavorevoli del ciclo economico. Poiché non pare possibile immaginare una circostanza eccezionale che si protrae per dieci anni, così come una unica congiuntura sfavorevole che duri un decennio, se ne deduce che, se si vuole rispettare la Costituzione, l’indebitamento per sostenere l’impegno militare non dovrebbe essere consentito. Detto che il condizionale è d’obbligo, se non altro perché le abilità interpretative, nella nostra tradizione, non conoscono limiti, se ne dovrebbe ricavare che ingenti risorse verranno sottratte ad altre voci di bilancio per essere destinate a riarmarci.
Il Governo sta garantendo che il welfare non risentirà dello sforzo, incurante delle obiezioni di chi segnala che sanità, istruzione, trasporti, previdenza e assistenza sono da tempo in sofferenza e che una coperta proverbialmente corta difficilmente potrà essere sufficiente per far fronte alle nuove esigenze senza un inevitabile arretramento dello stato sociale.
Il massiccio impegno decennale, infine, desta preoccupazioni anche sotto il profilo della crescita, sia quantitativa, sia qualitativa, della nostra economia. Gli esperti si sono affrettati a specificare che il 5% in questione, in realtà, è da scomporre in un 3,5% per la spesa militare e nel rimanente 1,5% per la sicurezza e dunque, anche, per cybersicurezza e tecnologie miste, militari e civili, dalle quali dovrebbe trarre vantaggio anche il mondo non militare.
Queste rassicurazioni non convincono. È evidente, infatti, che la cybersicurezza è un settore chiave in vista di un futuro sempre più digitalizzato e interconnesso, ma così sarebbe stato anche senza che venisse declinata in termini militari; allo stesso modo, la ricerca dovrebbe essere sostenuta a prescindere dalle esigenze militari. Soprattutto, ciò che pare sfuggire è che il contagio del riarmo, una volta avviato, sarà difficile da fermare. Gli Stati non appartenenti alla Nato, infatti, applicando lo stesso modo di ragionare, dovrebbero armarsi a loro volta, con ciò alimentando ulteriori spinte al nostro riarmo.
L’unica via razionalmente percorribile pare rimanere quella della prevenzione attraverso adeguati presidi sociali e un sano sviluppo economico. La pace, infatti, necessita di una cultura che la sostenga e di un benessere diffuso che nasce da ben altri impegni di spesa. Gli estremismi che alimentano la cultura del conflitto, al contrario, prosperano nell’insicurezza economica, nella marginalità sociale e nella povertà educativa.
Sono nemici subdoli e sono all’interno del sistema, non si combattono con i missili, ma con scelte politiche adeguate.
editoriale
(foto Agensir)
La Presidente Meloni ha scomodato gli antichi romani per spiegare le ragioni del salto nella corsa agli armamenti. “Si vis pacem para bellum”, ha detto la Presidente del Consiglio in Senato. Tuttavia, le prime valutazioni che si possono formulare sull’impegno, entro i prossimi dieci anni, a portare la spesa militare dal 2% al 5% del PIL, non depongono a favore della avvedutezza della decisione.
La prima considerazione, la più banale, è chela soglia temporale dei dieci anni non può che lasciare perplessi. Se c’è qualcosa che dovremmo avere imparato in questi primi mesi della presidenza Trumpiana è che i cambi di rotta sono piuttosto repentini. Quando le scadenze degli ultimatum tendono curiosamente a convergere verso le proverbiali due settimane e le guerre durano 12 giorni, immaginare un arco temporale di dieci anni pare quanto meno azzardato. Non si tratta di un dettaglio. Come ogni economista sa, infatti, le previsioni di spesa di questa portata hanno effetti in termini di programmazione.
Il secondo ordine di considerazioni, infatti, riguarda proprio l’inserimento di questo tipo di impegno di spesa in un quadro generale che comprende debito pubblico, welfare e crescita.
Nel 2012, come noto, l’articolo 81 della Costituzione italiana è stato modificato con l’inserimento di quello che, nelle cronache, è stato indicato come “obbligo di pareggio di bilancio”. L’articolo 81 prevede che “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, …, al verificarsi di eventi eccezionali”. Il dato letterale è che l’indebitamento sia consentito in presenza di eventi eccezionali e al fine di sostenere il sistema nelle fasi sfavorevoli del ciclo economico. Poiché non pare possibile immaginare una circostanza eccezionale che si protrae per dieci anni, così come una unica congiuntura sfavorevole che duri un decennio, se ne deduce che, se si vuole rispettare la Costituzione, l’indebitamento per sostenere l’impegno militare non dovrebbe essere consentito. Detto che il condizionale è d’obbligo, se non altro perché le abilità interpretative, nella nostra tradizione, non conoscono limiti, se ne dovrebbe ricavare che ingenti risorse verranno sottratte ad altre voci di bilancio per essere destinate a riarmarci.
Il Governo sta garantendo che il welfare non risentirà dello sforzo, incurante delle obiezioni di chi segnala che sanità, istruzione, trasporti, previdenza e assistenza sono da tempo in sofferenza e che una coperta proverbialmente corta difficilmente potrà essere sufficiente per far fronte alle nuove esigenze senza un inevitabile arretramento dello stato sociale.
Il massiccio impegno decennale, infine, desta preoccupazioni anche sotto il profilo della crescita, sia quantitativa, sia qualitativa, della nostra economia. Gli esperti si sono affrettati a specificare che il 5% in questione, in realtà, è da scomporre in un 3,5% per la spesa militare e nel rimanente 1,5% per la sicurezza e dunque, anche, per cybersicurezza e tecnologie miste, militari e civili, dalle quali dovrebbe trarre vantaggio anche il mondo non militare.
Queste rassicurazioni non convincono. È evidente, infatti, che la cybersicurezza è un settore chiave in vista di un futuro sempre più digitalizzato e interconnesso, ma così sarebbe stato anche senza che venisse declinata in termini militari; allo stesso modo, la ricerca dovrebbe essere sostenuta a prescindere dalle esigenze militari. Soprattutto, ciò che pare sfuggire è che il contagio del riarmo, una volta avviato, sarà difficile da fermare. Gli Stati non appartenenti alla Nato, infatti, applicando lo stesso modo di ragionare, dovrebbero armarsi a loro volta, con ciò alimentando ulteriori spinte al nostro riarmo.
L’unica via razionalmente percorribile pare rimanere quella della prevenzione attraverso adeguati presidi sociali e un sano sviluppo economico. La pace, infatti, necessita di una cultura che la sostenga e di un benessere diffuso che nasce da ben altri impegni di spesa. Gli estremismi che alimentano la cultura del conflitto, al contrario, prosperano nell’insicurezza economica, nella marginalità sociale e nella povertà educativa.
Sono nemici subdoli e sono all’interno del sistema, non si combattono con i missili, ma con scelte politiche adeguate.
La cultura del conflitto prospera nell’insicurezza economica, nella marginalità sociale e educativa
06 luglio 2025
Cuneo
(foto Agensir)
La Presidente Meloni ha scomodato gli antichi romani per spiegare le ragioni del salto nella corsa agli armamenti. “Si vis pacem para bellum”, ha detto la Presidente del Consiglio in Senato. Tuttavia, le prime valutazioni che si possono formulare sull’impegno, entro i prossimi dieci anni, a portare la spesa militare dal 2% al 5% del PIL, non depongono a favore della avvedutezza della decisione.
La prima considerazione, la più banale, è chela soglia temporale dei dieci anni non può che lasciare perplessi. Se c’è qualcosa che dovremmo avere imparato in questi primi mesi della presidenza Trumpiana è che i cambi di rotta sono piuttosto repentini. Quando le scadenze degli ultimatum tendono curiosamente a convergere verso le proverbiali due settimane e le guerre durano 12 giorni, immaginare un arco temporale di dieci anni pare quanto meno azzardato. Non si tratta di un dettaglio. Come ogni economista sa, infatti, le previsioni di spesa di questa portata hanno effetti in termini di programmazione.
Il secondo ordine di considerazioni, infatti, riguarda proprio l’inserimento di questo tipo di impegno di spesa in un quadro generale che comprende debito pubblico, welfare e crescita.
Nel 2012, come noto, l’articolo 81 della Costituzione italiana è stato modificato con l’inserimento di quello che, nelle cronache, è stato indicato come “obbligo di pareggio di bilancio”. L’articolo 81 prevede che “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, …, al verificarsi di eventi eccezionali”. Il dato letterale è che l’indebitamento sia consentito in presenza di eventi eccezionali e al fine di sostenere il sistema nelle fasi sfavorevoli del ciclo economico. Poiché non pare possibile immaginare una circostanza eccezionale che si protrae per dieci anni, così come una unica congiuntura sfavorevole che duri un decennio, se ne deduce che, se si vuole rispettare la Costituzione, l’indebitamento per sostenere l’impegno militare non dovrebbe essere consentito. Detto che il condizionale è d’obbligo, se non altro perché le abilità interpretative, nella nostra tradizione, non conoscono limiti, se ne dovrebbe ricavare che ingenti risorse verranno sottratte ad altre voci di bilancio per essere destinate a riarmarci.
Il Governo sta garantendo che il welfare non risentirà dello sforzo, incurante delle obiezioni di chi segnala che sanità, istruzione, trasporti, previdenza e assistenza sono da tempo in sofferenza e che una coperta proverbialmente corta difficilmente potrà essere sufficiente per far fronte alle nuove esigenze senza un inevitabile arretramento dello stato sociale.
Il massiccio impegno decennale, infine, desta preoccupazioni anche sotto il profilo della crescita, sia quantitativa, sia qualitativa, della nostra economia. Gli esperti si sono affrettati a specificare che il 5% in questione, in realtà, è da scomporre in un 3,5% per la spesa militare e nel rimanente 1,5% per la sicurezza e dunque, anche, per cybersicurezza e tecnologie miste, militari e civili, dalle quali dovrebbe trarre vantaggio anche il mondo non militare.
Queste rassicurazioni non convincono. È evidente, infatti, che la cybersicurezza è un settore chiave in vista di un futuro sempre più digitalizzato e interconnesso, ma così sarebbe stato anche senza che venisse declinata in termini militari; allo stesso modo, la ricerca dovrebbe essere sostenuta a prescindere dalle esigenze militari. Soprattutto, ciò che pare sfuggire è che il contagio del riarmo, una volta avviato, sarà difficile da fermare. Gli Stati non appartenenti alla Nato, infatti, applicando lo stesso modo di ragionare, dovrebbero armarsi a loro volta, con ciò alimentando ulteriori spinte al nostro riarmo.
L’unica via razionalmente percorribile pare rimanere quella della prevenzione attraverso adeguati presidi sociali e un sano sviluppo economico. La pace, infatti, necessita di una cultura che la sostenga e di un benessere diffuso che nasce da ben altri impegni di spesa. Gli estremismi che alimentano la cultura del conflitto, al contrario, prosperano nell’insicurezza economica, nella marginalità sociale e nella povertà educativa.
Sono nemici subdoli e sono all’interno del sistema, non si combattono con i missili, ma con scelte politiche adeguate.