editoriale

“Chi è l’uomo sotto i paramenti sacri? Chi sono e che cosa fanno i parroci?”

27 giugno 2025

Cuneo

Raccogliere le storie delle persone è la sua grande passione. Remo Schellino è nato a Dogliani l’8 gennaio 1965 e oggi vive a Farigliano: “I miei genitori erano di estrazione contadina ma mio padre imparò il mestiere di calzolaio quando era in guerra sul fronte francese a Vinadio. Dopo la guerra fece tesoro di quel mestiere e aprì un laboratorio con annesso un piccolo bazar a Belvedere Langhe. Mia madre era coadiuvante in bottega. Con il giusto guadagno i miei genitori hanno permesso a me e a mio fratello Romano di vivere l’ infanzia e la giovinezza con dignità”. I suoi giochi da bambino? “Vivendo in un paesino con poco più di 300 anime nell’Alta Langa, il rapporto con la natura circostante tra boschi e borgate era il teatro dei nostri giochi, per scoprire i luoghi magici tra boschi e torrenti e vecchi casolari. Era un gioco anche aiutare un mio padrino nel lavoro dei campi. La trebbiatura nel cortile della cascina era una festa!”. Le scuole? “Le elementari a Belvedere Langhe in una pluriclasse. Le medie a Murazzano. Ho proseguito gli studi a Mondovì iscrivendomi all’Istituto professionale Garelli e mi sono poi diplomato a Torino all’Istituto tecnico Zerboni. Mi sono iscritto all’Università in Lettere Moderne, ma non mi sono laureato. Mi ritengo un meccanico prestato alla cinematografia!”. Conosciuta la povertà? “I miei genitori mi hanno insegnato a vivere nella sobrietà, rendendo bella e dignitosa la povertà. Da bambino già credevo che la vita non doveva essere sprecata. All’inizio delle scuole superiori, anche per la mia militanza in associazioni, avevo scoperto la potenzialità della macchina da presa. Un’arma, se usata malamente. O uno strumento che se usato con intelligenza può aiutare a comprendere, a capire la storia, il nostro vivere, a renderci consapevoli del nostro vivere! Quando, a metà degli anni ‘80 mi trasferisco a Torino per le superiori, frequento quello che allora era il Partito comunista italiano che possedeva un canale televisivo (‘Videouno’). Cominciai una collaborazione con l’emittente facendo pratica, a imparare il mestiere: le riprese, la fotografia, il montaggio, il linguaggio cinematografico. Poi l’ esperienza in varie televisioni private, Rete7 e Telecupole sino ad arrivare al marzo del 1991 dove costituisco la mia casa di produzione Polistudio, oggi con sede a Farigliano, che si occupa del film documentario, luogo di resistenza poetica, ma anche luogo di resistenza dell’anima, dell’intelligenza, dell’ostinazione”. E oggi? “Credo nel mio lavoro di memoria, legato alla narrazione orale, al racconto della quotidianità scandita da ritmi e da riti, ma anche dalla sofferenza di una guerra, da una voglia di riscatto sociale per dare giusto valore e senso alla vita. All’immagine visiva si attribuiscono virtù pressoché magiche: parla da sè, mostra e ciò basta. Unendo all’immagine la voce, il gesto, il suono si raggiunge il massimo del vissuto. La motivazione fondamentale che mi spinge a realizzare film documentari che raccontino eventi collettivi, a carattere politico e sociale, è sempre la stessa: approfondire alcuni aspetti del periodo storico che stiamo vivendo, senza dimenticare le radici. Non ho mai preteso di riferire la storia con metodo scientifico-analitico: il mio racconto si ispira all’antropologia visiva e attraverso di essa si esprime”. La sua passione più grande è raccogliere in film le storie di vita delle persone: come mai? “Tutto nasce dal mio vissuto, dagli incontri, dalla militanza ma anche da una bellissima esperienza: quella del servizio civile. Sono stato obiettore di coscienza al servizio militare che allora, negli anni ‘80, era obbligatorio. Ho prestato servizio in una casa di riposo di Serravalle Langhe e lì per 22 mesi sono stato a stretto contatto con gli anziani. I vecchi sono narratori e attori straordinari! Accettano sempre il dialogo, hanno voglia di parlare. La guerra è la grande esperienza, è la ferita mal cicatrizzata che riprende a sanguinare non appena la tocchi. È lì che tutti i reduci vorrebbero arrivare subito, sono sempre i ricordi di guerra che tendono a esplodere”. ‘In verità vi dico. Storie di uomini’, presentato il 24 giugno nel parco del Castello di Rocca De’ Baldi, racconta le vite di diversi preti. Come è nata l’idea di questo film appena uscito e che cosa ha lasciato in lei l’incontro con queste persone? “Le domande, la domanda. Chi è l’uomo sotto i paramenti sacri? Chi sono e che cosa fanno i parroci? Papa Francesco si rivolgeva alla sua Chiesa, talora impaurita e la invitava ad avventurarsi in tutte le periferie, a partire da quelle esistenziali, che offrono una prospettiva migliore per vedere e capire. Preferiva una Chiesa ‘incidentata’ frequentando territori di umanità variegata, ad una Chiesa ingessata che rischia di perdere il contatto con la realtà. Proponeva uno sguardo dal basso, dove si respira il passato, il presente ed il futuro di una nuova Chiesa. Il documentario è il ritratto di sei parroci che raccontano la scelta vocazionale con le proprie fatiche esistenziali, i dubbi, le certezze di aver intrapreso un cammino voluto e cercato, ma anche l’abbandono del ministero sacerdotale. È anche un analisi antropologica e sociologica del tempo in cui viviamo calato nel mondo di una Chiesa che sta rimettendo in discussione il proprio ruolo nel mondo di oggi. Traccia un percorso (anche innovativo e forse spiazzante) per una Chiesa, nei suoi pastori, povera, aperta, ponendosi anche la prospettiva di un ruolo nuovo da riconoscere ed affidare alle donne”. Sono incontri casuali i suoi? “Assolutamente no! Più delle volte sono vecchie conoscenze ma sono soprattutto ricerca antropologica di micro narrazioni che mi aiutano a raccontare la grande storia”. Papa Francesco chi era? “Parlo da laico, ma non da ateo. Sono un uomo che cerca e si interroga sul destino dell’umanità. Per me Papa Francesco è stato, prima di essere Papa, un uomo con le sue fragilità, i suoi dubbi, la sua umanità, la sua rabbia che è poi la sana indignazione”. E “Stare al mondo per scelta del destino” che film è? “Sono ritratti di sette donne che compongono, dalla loro voce, la storia d’Italia. Esistenze normali ma al tempo stesso molto speciali, ricche di episodi, lotte, amori, delusioni di scelte e destini di ognuna di loro...” Cosa è importante per lei? “Pensare di aver fatto nella vita cose utili. Noi siamo circondati da cose inutili e superflue, che distruggono e limitano il tempo di una vita. Bisogna ritornare all’essenza dei bisogni, ai grandi valori di convivenza umana”. Il mondo di oggi? “Il mio cinema itinerante non è solo uno schermo e delle immagini è anche un modo di stare insieme, di condivisione. È un modo di ritornare a fare comunità, all’incontro che è sempre scambio di idee di emozioni. In un mondo sempre più teso all’individualismo, il cinema può essere uno strumento utile, soprattutto il documentario sociale che trattando temi legati alla nostra vita ci aiuta ad una riflessione...” La fatica più grande del suo lavoro? “Tutto può essere inteso come fatica… Io ho scelto il mio lavoro, in parte me lo sono anche costruito con fatica, ma anche con grande gioia. Ho contribuito a proteggere la memoria perché ‘nulla siamo se non la somma dei nostri ricordi’ ”. In cosa crede? “Non credo di essere perfetto e non lo sarò mai. Ho sempre cercato di essere un uomo con la sua dignità e come tutti gli essere umani, nessuno escluso, rivendicando il diritto alla mia felicità. Ho sempre cercato di mantenere una mia coerenza nella vita e nel lavoro che faccio”. Quando si sveglia di mattina, il primo suo pensiero a chi va? “A mio padre e a mia madre, che non hanno avuto il tempo di conoscermi e di capire il mio cammino. In compenso, dedico molti lavori al ricordo di loro”.
Dogliani Regista Remo Schellino cinema itinerante