Quello che sta capitando nelle relazioni internazionali, rappresenta un passaggio che preoccupa. All’indomani della Seconda guerra mondiale, il mondo occidentale aveva abbracciato i principi del multilateralismo, con la creazione di istituzioni politiche ed economiche, come le Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, costituite allo scopo di favorire le relazioni globali. Oggi, quel desiderio pare superato dal ritorno a un modo di vedere il mondo come un luogo dove vale solo la legge del più forte. Così ragionando, gli sforzi in vista della cooperazione sono sostituiti da quelli per la supremazia e, prima ancora, per la lotta per la sopravvivenza. In una recente dichiarazione, il Premier Britannico Starmer ha affermato che il modo migliore di scoraggiare un conflitto è quello di prepararsi alla guerra. Il “si vis pacem, para bellum” in versione anglosassone non sorprende, visto il clima che si respira, ma lascia ugualmente perplessi. Dovrebbe essere, oramai, chiaro che preparare la guerra, in realtà, è il modo migliore per fare esplodere i conflitti, e non certo quello di evitarli.
I tentativi di costruire percorsi di pace e di sviluppo avviati a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale non sono stati perfetti. Tra le ingenuità più significative c’è stata l’idea, più o meno dichiarata, che i modelli economici occidentali avrebbero portato con sé anche la democrazia, ovviamente come interpretata nel medesimo mondo occidentale. Un certo modo di agire europeo e nord-americano è stato, inoltre, accompagnato da un senso di superiorità che ha condotto volenterosi esportatori di democrazia a imporre punti di vista autoreferenziali e non sempre rispettosi della storia e delle culture dei paesi, volenti o nolenti, da democratizzare.
Sono stati commessi molti errori e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Un po’ in tutto il mondo la sfiducia è diventata diffidenza e poi ostilità. Oggi, si teorizzano e si mettono in atto percorsi che privilegiano, prima di tutto, gli interessi nazionali. I sovranismi si diffondono e si armano, prima ancora che riempiendo gli arsenali, diffondendo e consolidando un senso di insicurezza verso il resto del mondo. I timori vengono alimentati enfatizzando pericoli di aggressione da parte di nemici che possono assumere le sembianze di potenze straniere ostili o anche di immigrati che vengono “qui da noi” a portare disordine e delinquenza.
Una delle grandi sfide che le democrazie devono fronteggiare in questi tempi è quella di non cedere alla paura. Sotto questo aspetto, non aiutano gli spot relativi a “kit di sopravvivenza” in caso di catastrofe o di attacco. A maggior ragione, pare discutibile la diffusione dell’affermazione, attribuita a un Capo di Stato Maggiore europeo, secondo la quale “La Russia può attaccare la NATO entro il 2029”. Senza voler leggere un disegno o una strategia comune, l’effetto della narrazione, oramai a senso unico, è quello di indurre a ritenere il riarmo come inevitabile e come l’unica scelta razionale per affrontare in modo adeguato un mondo sempre più insicuro.
Smettere di cercare vie di dialogo e cooperazione per intraprendere, invece, politiche di riarmo massiccio non è la soluzione. Ovviamente, non è facile proporre soluzioni, ma alcuni tratti delle tappe che hanno segnato l’escalation alla quale stiamo assistendo sono piuttosto evidenti. Uno di questi è la mancanza di ascolto e di spazio riservato a chi esprime sensibilità e punti di vista diversi. L’ingombrante presenza di leader sempre più desiderosi di apparire e di mostrare al mondo il proprio, personalissimo, modo di vedere le cose, ha progressivamente tolto spazio alla dimensione dell’ascolto e a chi potrebbe offrire un quadro diverso da quello che ci viene offerto. Sembra quasi non si voglia neppure prendere in considerazione la possibilità che esistano voci che indicano percorsi diversi da quelli di pura contrapposizione. Oppure, quando l’autorevolezza di si esprime non consente l’indifferenza, come nel caso del Papa, gli inviti al dialogo vengono quasi trattati come un ingenuo richiamo ad auspici che, per quanto nobili, non hanno nulla a che fare con la realtà, della quale sono invece esperti i promotori della “pace armata”.
Potrebbe essere il contrario; il disarmo e l’attivazione di canali di autentico dialogo potrebbero rivelarsi il modo più realistico e pragmatico per affrontare questi tempi difficili.
editoriale
Quello che sta capitando nelle relazioni internazionali, rappresenta un passaggio che preoccupa. All’indomani della Seconda guerra mondiale, il mondo occidentale aveva abbracciato i principi del multilateralismo, con la creazione di istituzioni politiche ed economiche, come le Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, costituite allo scopo di favorire le relazioni globali. Oggi, quel desiderio pare superato dal ritorno a un modo di vedere il mondo come un luogo dove vale solo la legge del più forte. Così ragionando, gli sforzi in vista della cooperazione sono sostituiti da quelli per la supremazia e, prima ancora, per la lotta per la sopravvivenza. In una recente dichiarazione, il Premier Britannico Starmer ha affermato che il modo migliore di scoraggiare un conflitto è quello di prepararsi alla guerra. Il “si vis pacem, para bellum” in versione anglosassone non sorprende, visto il clima che si respira, ma lascia ugualmente perplessi. Dovrebbe essere, oramai, chiaro che preparare la guerra, in realtà, è il modo migliore per fare esplodere i conflitti, e non certo quello di evitarli.
I tentativi di costruire percorsi di pace e di sviluppo avviati a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale non sono stati perfetti. Tra le ingenuità più significative c’è stata l’idea, più o meno dichiarata, che i modelli economici occidentali avrebbero portato con sé anche la democrazia, ovviamente come interpretata nel medesimo mondo occidentale. Un certo modo di agire europeo e nord-americano è stato, inoltre, accompagnato da un senso di superiorità che ha condotto volenterosi esportatori di democrazia a imporre punti di vista autoreferenziali e non sempre rispettosi della storia e delle culture dei paesi, volenti o nolenti, da democratizzare.
Sono stati commessi molti errori e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Un po’ in tutto il mondo la sfiducia è diventata diffidenza e poi ostilità. Oggi, si teorizzano e si mettono in atto percorsi che privilegiano, prima di tutto, gli interessi nazionali. I sovranismi si diffondono e si armano, prima ancora che riempiendo gli arsenali, diffondendo e consolidando un senso di insicurezza verso il resto del mondo. I timori vengono alimentati enfatizzando pericoli di aggressione da parte di nemici che possono assumere le sembianze di potenze straniere ostili o anche di immigrati che vengono “qui da noi” a portare disordine e delinquenza.
Una delle grandi sfide che le democrazie devono fronteggiare in questi tempi è quella di non cedere alla paura. Sotto questo aspetto, non aiutano gli spot relativi a “kit di sopravvivenza” in caso di catastrofe o di attacco. A maggior ragione, pare discutibile la diffusione dell’affermazione, attribuita a un Capo di Stato Maggiore europeo, secondo la quale “La Russia può attaccare la NATO entro il 2029”. Senza voler leggere un disegno o una strategia comune, l’effetto della narrazione, oramai a senso unico, è quello di indurre a ritenere il riarmo come inevitabile e come l’unica scelta razionale per affrontare in modo adeguato un mondo sempre più insicuro.
Smettere di cercare vie di dialogo e cooperazione per intraprendere, invece, politiche di riarmo massiccio non è la soluzione. Ovviamente, non è facile proporre soluzioni, ma alcuni tratti delle tappe che hanno segnato l’escalation alla quale stiamo assistendo sono piuttosto evidenti. Uno di questi è la mancanza di ascolto e di spazio riservato a chi esprime sensibilità e punti di vista diversi. L’ingombrante presenza di leader sempre più desiderosi di apparire e di mostrare al mondo il proprio, personalissimo, modo di vedere le cose, ha progressivamente tolto spazio alla dimensione dell’ascolto e a chi potrebbe offrire un quadro diverso da quello che ci viene offerto. Sembra quasi non si voglia neppure prendere in considerazione la possibilità che esistano voci che indicano percorsi diversi da quelli di pura contrapposizione. Oppure, quando l’autorevolezza di si esprime non consente l’indifferenza, come nel caso del Papa, gli inviti al dialogo vengono quasi trattati come un ingenuo richiamo ad auspici che, per quanto nobili, non hanno nulla a che fare con la realtà, della quale sono invece esperti i promotori della “pace armata”.
Potrebbe essere il contrario; il disarmo e l’attivazione di canali di autentico dialogo potrebbero rivelarsi il modo più realistico e pragmatico per affrontare questi tempi difficili.
Quali relazioni internazionali in un mondo che sembra sempre più prepararsi alla guerra?
08 giugno 2025
Cuneo
Quello che sta capitando nelle relazioni internazionali, rappresenta un passaggio che preoccupa. All’indomani della Seconda guerra mondiale, il mondo occidentale aveva abbracciato i principi del multilateralismo, con la creazione di istituzioni politiche ed economiche, come le Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, costituite allo scopo di favorire le relazioni globali. Oggi, quel desiderio pare superato dal ritorno a un modo di vedere il mondo come un luogo dove vale solo la legge del più forte. Così ragionando, gli sforzi in vista della cooperazione sono sostituiti da quelli per la supremazia e, prima ancora, per la lotta per la sopravvivenza. In una recente dichiarazione, il Premier Britannico Starmer ha affermato che il modo migliore di scoraggiare un conflitto è quello di prepararsi alla guerra. Il “si vis pacem, para bellum” in versione anglosassone non sorprende, visto il clima che si respira, ma lascia ugualmente perplessi. Dovrebbe essere, oramai, chiaro che preparare la guerra, in realtà, è il modo migliore per fare esplodere i conflitti, e non certo quello di evitarli.
I tentativi di costruire percorsi di pace e di sviluppo avviati a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale non sono stati perfetti. Tra le ingenuità più significative c’è stata l’idea, più o meno dichiarata, che i modelli economici occidentali avrebbero portato con sé anche la democrazia, ovviamente come interpretata nel medesimo mondo occidentale. Un certo modo di agire europeo e nord-americano è stato, inoltre, accompagnato da un senso di superiorità che ha condotto volenterosi esportatori di democrazia a imporre punti di vista autoreferenziali e non sempre rispettosi della storia e delle culture dei paesi, volenti o nolenti, da democratizzare.
Sono stati commessi molti errori e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Un po’ in tutto il mondo la sfiducia è diventata diffidenza e poi ostilità. Oggi, si teorizzano e si mettono in atto percorsi che privilegiano, prima di tutto, gli interessi nazionali. I sovranismi si diffondono e si armano, prima ancora che riempiendo gli arsenali, diffondendo e consolidando un senso di insicurezza verso il resto del mondo. I timori vengono alimentati enfatizzando pericoli di aggressione da parte di nemici che possono assumere le sembianze di potenze straniere ostili o anche di immigrati che vengono “qui da noi” a portare disordine e delinquenza.
Una delle grandi sfide che le democrazie devono fronteggiare in questi tempi è quella di non cedere alla paura. Sotto questo aspetto, non aiutano gli spot relativi a “kit di sopravvivenza” in caso di catastrofe o di attacco. A maggior ragione, pare discutibile la diffusione dell’affermazione, attribuita a un Capo di Stato Maggiore europeo, secondo la quale “La Russia può attaccare la NATO entro il 2029”. Senza voler leggere un disegno o una strategia comune, l’effetto della narrazione, oramai a senso unico, è quello di indurre a ritenere il riarmo come inevitabile e come l’unica scelta razionale per affrontare in modo adeguato un mondo sempre più insicuro.
Smettere di cercare vie di dialogo e cooperazione per intraprendere, invece, politiche di riarmo massiccio non è la soluzione. Ovviamente, non è facile proporre soluzioni, ma alcuni tratti delle tappe che hanno segnato l’escalation alla quale stiamo assistendo sono piuttosto evidenti. Uno di questi è la mancanza di ascolto e di spazio riservato a chi esprime sensibilità e punti di vista diversi. L’ingombrante presenza di leader sempre più desiderosi di apparire e di mostrare al mondo il proprio, personalissimo, modo di vedere le cose, ha progressivamente tolto spazio alla dimensione dell’ascolto e a chi potrebbe offrire un quadro diverso da quello che ci viene offerto. Sembra quasi non si voglia neppure prendere in considerazione la possibilità che esistano voci che indicano percorsi diversi da quelli di pura contrapposizione. Oppure, quando l’autorevolezza di si esprime non consente l’indifferenza, come nel caso del Papa, gli inviti al dialogo vengono quasi trattati come un ingenuo richiamo ad auspici che, per quanto nobili, non hanno nulla a che fare con la realtà, della quale sono invece esperti i promotori della “pace armata”.
Potrebbe essere il contrario; il disarmo e l’attivazione di canali di autentico dialogo potrebbero rivelarsi il modo più realistico e pragmatico per affrontare questi tempi difficili.