editoriale

Dio voterebbe? Il rapporto non facile del mondo cattolico con la democrazia

08 giugno 2025

Cuneo

folla di persone   I rapporti tra società civile e religione non sono sempre semplicissimi, dal momento che entrambe pretendono di offrire lo sguardo globale, quando non definitivo, sulla vita umana. Anche la storia italiana recente ha visto un rapporto non facile del mondo cattolico con la democrazia. Da una parte, è vero che sempre più spesso è stato richiamato il detto di Gesù: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», come criterio di base per separare i due ambiti. E non è una lettura sbagliata: quel detto serviva a concedere una piena legittimità a un potere che peraltro nella terra d’Israele al tempo di Gesù era anche percepito come un potere straniero e invasore. Dall’altra parte, in realtà, il discorso biblico è più raffinato e complicato. Tanto per cominciare, e a rischio di essere noioso, bisogna ricordarsi che i libri biblici non nascono in un contesto astratto, ma costruiscono su una cultura di cui respirano l’aria. Partono da quello che per loro è scontato e talora, poco per volta, lo correggono. Nel mondo culturale in cui nasce il Primo Testamento la religione è al servizio del potere civile (che ovviamente dice di ubbidire alla religione): il tempio è accostato alla reggia ed è il re ad essere il sacerdote dei riti più importanti dell’anno. Il mondo semitico non pensa di solito, come in Egitto, che il faraone sia figlio delle divinità, ma lo ritiene comunque il personaggio umano con cui le divinità si confrontano. Ebbene, nel mondo giudaico invece il re non può essere sacerdote, e mai sostituisce i sacerdoti nel loro culto del tempio. La distinzione è tanto netta che i libri biblici che ci sono giunti, di certo gestiti e selezionati dai sacerdoti, possono criticare ferocemente re di successo perché non hanno seguito le indicazioni divine, o dare un giudizio positivo di altri che si direbbero dei falliti politicamente, come Giosia, che muore in battaglia nel pieno della sua riforma anche religiosa. Di più: l’introduzione di un re nel mondo ebraico, ci dicono i libri storici, è avvenuta su richiesta del popolo, contro il parere di Dio, che però, in seguito, si lega a quella dinastia e promette di custodirla. Un Dio che resta sempre in dialogo con il suo popolo, ci litiga magari ma non taglia mai i ponti e accoglie anche le pretese di coloro che protegge. Ma siccome il compito del re, secondo la cultura semita, era anche quello di guidare il popolo sulle strade di Dio, e la storia dimostra che spesso i re non sono stati all’altezza del loro compito, nelle parole dei profeti Dio decide di impegnarsi in prima persona a venire lui a fare da “re” al suo popolo, nella figura di un “messia”, parola che significa “unto”, con il gesto che consacrava in origine sacerdoti e re ma che per Israele diventerà solo l’attesa di una presenza nuova di Dio. In Gesù i primi cristiani segnalano di aver trovato il profeta e re autentico e definitivo, che tra l’altro abbatte la separazione tra il divino e l’umano invitando a diventare esseri umani perfetti imitando Dio. E a quel punto a essere re è chiunque si leghi alla vicenda di Gesù, chi vuole viverla nella propria vita. In termini più catechistici, il battesimo ci fa re, profeti e sacerdoti, sul modello di Gesù. Ossia, a guidare la storia sui canali anche divini (che le consentono di essere pienamente umana) è qualunque battezzato che voglia vivere il proprio battesimo. Vale a dire che non siamo chiamati a mettere in pratica una legge divina immutabile e antica, ma a capire, di volta in volta, sfida dopo sfida (votazione dopo votazione...) quale strada sia la più umana da percorrere, perché ci avvicina a Dio. Il nostro «dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» non è disinteresse civico. Anzi, diventa piena consapevolezza di dover capire l’umanità e la storia, per essere autenticamente cristiani. Come per Gesù, è vivere divinità e umanità insieme. Sfida molto più intensa, impegnativa e stimolante.  
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