editoriale

A chi spari, quando spari?

31 maggio 2025

Cuneo

mano con pistola (foto pixabay) (foto Pixabay) Quando alzi il fucile e prendi la mira su un uccello che vola, leggero, nel cielo, non stai solo interrompendo un volo: stai anche spegnendo una parte di te che sa cosa vuol dire essere liberi. Ogni colpo che infliggi al mondo esterno ha un’eco dentro di te. Non esiste violenza che non lasci una cicatrice anche in chi la compie. Uccidere un capriolo che corre nel prato, selvaggio, inconsapevole, è tradire la bellezza dell’istinto che portiamo dentro, quella libertà naturale che abbiamo perso ma a cui, nel profondo, aneliamo. Vito Mancuso scrive: “L’etica nasce quando ci si rende conto che il male fatto all’altro è male fatto anche a sé stessi”. Non si può ferire senza perdere, non si può colpire senza rinunciare a una parte della propria umanità. E quando si violenta l’innocenza - quella luce che vive per esempio negli occhi di una ragazzina - non si sta solo aggredendo un corpo: si spegne per sempre anche la voce interiore che crede ancora nei sogni, nella fiducia, nella bontà. È un atto che uccide due volte: chi lo subisce e chi lo compie. Rainer Maria Rilke scriveva: “L’unica patria dell’uomo è la sua infanzia”. Chi distrugge l’infanzia, in sé o negli altri, resta senza patria, senza ritorno. Ogni volta che scegliamo il dominio, la sopraffazione, la crudeltà, dobbiamo prima mettere a tacere qualcosa dentro di noi: una voce che ci supplica di fermarci, che riconosce l’altro come un’estensione di noi stessi. La vera tragedia della violenza è questa: non solo distrugge chi la riceve, ma svuota chi la infligge. La parte di noi che sa amare, rispettare, meravigliarsi muore un po’ ogni volta. E quando il silenzio prende il posto di quella voce, smettiamo di essere umani.
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