(foto Pixabay)
Oramai si è quasi rassegnati quando si apprende che esistono vere e proprie reti, anche globali, di persone che scambiano opinioni e alimentano teorie e convinzioni destituite di qualsiasi fondamento scientifico e contrarie non solo al buon senso, ma alla semplice constatazione del dato di realtà. Terrapiattisti, complottisti e indagatori di realtà celate ai più e note solo alla comunità di chi “va oltre le apparenze” prosperano nel web e riescono a farsi sentire anche in passaggi non secondari della vita economica, politica e sociale.
La Brexit e alcune elezioni anche in stati democratici hanno risentito dell’azione di gruppi piccoli ma molto bene organizzati (e finanziati) che, complice l’astensionismo sempre più diffuso, sono riusciti a incidere. In occasione del referendum sulla Brexit, ad esempio, la propaganda e le azioni di disinformazione sono riuscite a fare breccia nell’opinione pubblica convincendo alcuni che l’Unione Europea sottraesse risorse al popolo britannico quando, al contrario, erano evidenti i vantaggi derivanti per il Regno Unito dall’ingresso e dalla permanenza nell’Unione Europea. Allo stesso modo, la retorica elettorale trumpiana ha persuaso parte dell’elettorato americano con il proposito di fare l’America “great again” (“di nuovo grande”) come se gli Stati Uniti fossero in difficoltà, mentre i dati dell’economia statunitense mostravano che i risultati ottenuti dall’amministrazione Biden erano tutt’altro che disprezzabili.
Sembra che si debba parlare al plurale quando ci si riferisce alla globalizzazione, perché paiono coesistere diversi livelli di connessione che possono anche essere impermeabili rispetto ai flussi informativi e di dialogo realizzati in altre realtà parallele ugualmente connesse. La galassia delle reti riconducibili al sovranismo, ad esempio, è probabilmente autonoma e, letteralmente, disconnessa rispetto ai flussi informativi che, se propriamente utilizzati, dovrebbero smentire in partenza e alle radici alcune convinzioni del tutto errate ma che, poi, finiscono per condizionare scelte e decisioni di notevole rilevanza.
Nel giorno della scomparsa di Papa Francesco, e in quelli immediatamente successivi, non sono mancati gruppi di “esperti” di dietrologia dove si affermava che, in realtà, il Papa era già morto da due mesi e che il successivo decesso, comunicato al mondo, non era nient’altro che una messa in scena. Simili assurdità nascono e si alimentano in contesti che si trovano in uno stato di disconnessione autoreferenziale rispetto alla realtà. Per ragioni che sono e saranno oggetto di studio e approfondimento da parte di psicologi e sociologi, la diffusione della tecnologia e della possibilità di connettersi ad altri sembrano non impedire, o addirittura aumentare, anche i rischi di disconnessione con tutto il resto.
La medesima tecnologia può diventare un prezioso strumento di conoscenza, oppure un acceleratore nel percorso, ben poco virtuoso, verso l’autoreferenzialità. Ovviamente, non è possibile fornire soluzioni a buon mercato a problemi così complessi. Tuttavia, alcuni stili di relazione appaiono più salutari di altri e meno vulnerabili rispetto ai pericoli della disconnessione. Ad esempio, tutto quello che è autenticamente umano e tutto ciò che induce al confronto con il dato di realtà, per definizione, dovrebbe educare al confronto e al senso critico. In tutto questo, la dimensione comunitaria delle relazioni e la condivisione di esperienze, opinioni e percorsi può giocare un ruolo importante. I limiti della didattica a distanza, prima, e dello smart working in un secondo momento, hanno dimostrato che nell’apprendimento e nell’attività lavorativa la dimensione individuale non è sufficiente; quella comunitaria, fatta di confronti, scambi, condivisione (anche faticosa) di tempi e spazi è fondamentale e ineliminabile. In termini generali, anche oltre l’ambito educativo e lavorativo, l’idea che possa esserci connessione senza una autentica vita comunitaria è, semplicemente, sbagliata. Le disconnessioni possono anche nascere e crescere in ambienti tecnologicamente connessi, un po’ come vivere in un posto affollato non elimina, purtroppo, il rischio della solitudine.
Tutelare tempi, luoghi e spazi destinati alla vita delle comunità, in fin dei conti, significa anche proteggere gli ambienti digitali con gli anticorpi necessari contro le disconnessioni.
editoriale
(foto Pixabay)
Oramai si è quasi rassegnati quando si apprende che esistono vere e proprie reti, anche globali, di persone che scambiano opinioni e alimentano teorie e convinzioni destituite di qualsiasi fondamento scientifico e contrarie non solo al buon senso, ma alla semplice constatazione del dato di realtà. Terrapiattisti, complottisti e indagatori di realtà celate ai più e note solo alla comunità di chi “va oltre le apparenze” prosperano nel web e riescono a farsi sentire anche in passaggi non secondari della vita economica, politica e sociale.
La Brexit e alcune elezioni anche in stati democratici hanno risentito dell’azione di gruppi piccoli ma molto bene organizzati (e finanziati) che, complice l’astensionismo sempre più diffuso, sono riusciti a incidere. In occasione del referendum sulla Brexit, ad esempio, la propaganda e le azioni di disinformazione sono riuscite a fare breccia nell’opinione pubblica convincendo alcuni che l’Unione Europea sottraesse risorse al popolo britannico quando, al contrario, erano evidenti i vantaggi derivanti per il Regno Unito dall’ingresso e dalla permanenza nell’Unione Europea. Allo stesso modo, la retorica elettorale trumpiana ha persuaso parte dell’elettorato americano con il proposito di fare l’America “great again” (“di nuovo grande”) come se gli Stati Uniti fossero in difficoltà, mentre i dati dell’economia statunitense mostravano che i risultati ottenuti dall’amministrazione Biden erano tutt’altro che disprezzabili.
Sembra che si debba parlare al plurale quando ci si riferisce alla globalizzazione, perché paiono coesistere diversi livelli di connessione che possono anche essere impermeabili rispetto ai flussi informativi e di dialogo realizzati in altre realtà parallele ugualmente connesse. La galassia delle reti riconducibili al sovranismo, ad esempio, è probabilmente autonoma e, letteralmente, disconnessa rispetto ai flussi informativi che, se propriamente utilizzati, dovrebbero smentire in partenza e alle radici alcune convinzioni del tutto errate ma che, poi, finiscono per condizionare scelte e decisioni di notevole rilevanza.
Nel giorno della scomparsa di Papa Francesco, e in quelli immediatamente successivi, non sono mancati gruppi di “esperti” di dietrologia dove si affermava che, in realtà, il Papa era già morto da due mesi e che il successivo decesso, comunicato al mondo, non era nient’altro che una messa in scena. Simili assurdità nascono e si alimentano in contesti che si trovano in uno stato di disconnessione autoreferenziale rispetto alla realtà. Per ragioni che sono e saranno oggetto di studio e approfondimento da parte di psicologi e sociologi, la diffusione della tecnologia e della possibilità di connettersi ad altri sembrano non impedire, o addirittura aumentare, anche i rischi di disconnessione con tutto il resto.
La medesima tecnologia può diventare un prezioso strumento di conoscenza, oppure un acceleratore nel percorso, ben poco virtuoso, verso l’autoreferenzialità. Ovviamente, non è possibile fornire soluzioni a buon mercato a problemi così complessi. Tuttavia, alcuni stili di relazione appaiono più salutari di altri e meno vulnerabili rispetto ai pericoli della disconnessione. Ad esempio, tutto quello che è autenticamente umano e tutto ciò che induce al confronto con il dato di realtà, per definizione, dovrebbe educare al confronto e al senso critico. In tutto questo, la dimensione comunitaria delle relazioni e la condivisione di esperienze, opinioni e percorsi può giocare un ruolo importante. I limiti della didattica a distanza, prima, e dello smart working in un secondo momento, hanno dimostrato che nell’apprendimento e nell’attività lavorativa la dimensione individuale non è sufficiente; quella comunitaria, fatta di confronti, scambi, condivisione (anche faticosa) di tempi e spazi è fondamentale e ineliminabile. In termini generali, anche oltre l’ambito educativo e lavorativo, l’idea che possa esserci connessione senza una autentica vita comunitaria è, semplicemente, sbagliata. Le disconnessioni possono anche nascere e crescere in ambienti tecnologicamente connessi, un po’ come vivere in un posto affollato non elimina, purtroppo, il rischio della solitudine.
Tutelare tempi, luoghi e spazi destinati alla vita delle comunità, in fin dei conti, significa anche proteggere gli ambienti digitali con gli anticorpi necessari contro le disconnessioni.
Si è “connessi” solo se si vive una vera vita comunitaria
25 maggio 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
Oramai si è quasi rassegnati quando si apprende che esistono vere e proprie reti, anche globali, di persone che scambiano opinioni e alimentano teorie e convinzioni destituite di qualsiasi fondamento scientifico e contrarie non solo al buon senso, ma alla semplice constatazione del dato di realtà. Terrapiattisti, complottisti e indagatori di realtà celate ai più e note solo alla comunità di chi “va oltre le apparenze” prosperano nel web e riescono a farsi sentire anche in passaggi non secondari della vita economica, politica e sociale.
La Brexit e alcune elezioni anche in stati democratici hanno risentito dell’azione di gruppi piccoli ma molto bene organizzati (e finanziati) che, complice l’astensionismo sempre più diffuso, sono riusciti a incidere. In occasione del referendum sulla Brexit, ad esempio, la propaganda e le azioni di disinformazione sono riuscite a fare breccia nell’opinione pubblica convincendo alcuni che l’Unione Europea sottraesse risorse al popolo britannico quando, al contrario, erano evidenti i vantaggi derivanti per il Regno Unito dall’ingresso e dalla permanenza nell’Unione Europea. Allo stesso modo, la retorica elettorale trumpiana ha persuaso parte dell’elettorato americano con il proposito di fare l’America “great again” (“di nuovo grande”) come se gli Stati Uniti fossero in difficoltà, mentre i dati dell’economia statunitense mostravano che i risultati ottenuti dall’amministrazione Biden erano tutt’altro che disprezzabili.
Sembra che si debba parlare al plurale quando ci si riferisce alla globalizzazione, perché paiono coesistere diversi livelli di connessione che possono anche essere impermeabili rispetto ai flussi informativi e di dialogo realizzati in altre realtà parallele ugualmente connesse. La galassia delle reti riconducibili al sovranismo, ad esempio, è probabilmente autonoma e, letteralmente, disconnessa rispetto ai flussi informativi che, se propriamente utilizzati, dovrebbero smentire in partenza e alle radici alcune convinzioni del tutto errate ma che, poi, finiscono per condizionare scelte e decisioni di notevole rilevanza.
Nel giorno della scomparsa di Papa Francesco, e in quelli immediatamente successivi, non sono mancati gruppi di “esperti” di dietrologia dove si affermava che, in realtà, il Papa era già morto da due mesi e che il successivo decesso, comunicato al mondo, non era nient’altro che una messa in scena. Simili assurdità nascono e si alimentano in contesti che si trovano in uno stato di disconnessione autoreferenziale rispetto alla realtà. Per ragioni che sono e saranno oggetto di studio e approfondimento da parte di psicologi e sociologi, la diffusione della tecnologia e della possibilità di connettersi ad altri sembrano non impedire, o addirittura aumentare, anche i rischi di disconnessione con tutto il resto.
La medesima tecnologia può diventare un prezioso strumento di conoscenza, oppure un acceleratore nel percorso, ben poco virtuoso, verso l’autoreferenzialità. Ovviamente, non è possibile fornire soluzioni a buon mercato a problemi così complessi. Tuttavia, alcuni stili di relazione appaiono più salutari di altri e meno vulnerabili rispetto ai pericoli della disconnessione. Ad esempio, tutto quello che è autenticamente umano e tutto ciò che induce al confronto con il dato di realtà, per definizione, dovrebbe educare al confronto e al senso critico. In tutto questo, la dimensione comunitaria delle relazioni e la condivisione di esperienze, opinioni e percorsi può giocare un ruolo importante. I limiti della didattica a distanza, prima, e dello smart working in un secondo momento, hanno dimostrato che nell’apprendimento e nell’attività lavorativa la dimensione individuale non è sufficiente; quella comunitaria, fatta di confronti, scambi, condivisione (anche faticosa) di tempi e spazi è fondamentale e ineliminabile. In termini generali, anche oltre l’ambito educativo e lavorativo, l’idea che possa esserci connessione senza una autentica vita comunitaria è, semplicemente, sbagliata. Le disconnessioni possono anche nascere e crescere in ambienti tecnologicamente connessi, un po’ come vivere in un posto affollato non elimina, purtroppo, il rischio della solitudine.
Tutelare tempi, luoghi e spazi destinati alla vita delle comunità, in fin dei conti, significa anche proteggere gli ambienti digitali con gli anticorpi necessari contro le disconnessioni.