Ha fatto rumore la riga e mezza (su 78) dedicata alla famiglia da Papa Leone nel suo discorso al corpo diplomatico, e si è dibattuto tanto sulla «famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna». Sono i primi passi del nuovo Papa, si capisce che si cerchi di capirlo, magari anche costruendo enormi castelli su piccoli indizi.
D’altronde, la famiglia è sempre stata centrale nel mondo cristiano: i primi fedeli si incontravano in case di famiglia, ed era solitamente il capofamiglia (tra cui, probabilmente, anche a volte la padrona di casa) a guidare la “frazione del pane”, il rito nel quale si richiamava l’ultima cena e il sacrificio di Gesù, quella che oggi, molto più ritualizzata, chiamiamo “messa”.
Questa centralità della famiglia, peraltro, proseguiva la tradizione ebraica, che dopo la catastrofe dell’esilio aveva concentrato proprio sulla famiglia nucleare (padre, madre e figli) il luogo in cui ancorare la fedeltà al Dio d’Israele. In famiglia, infatti, si celebravano (e si celebrano) le due feste più importanti dell’ebraismo, ossia la grande festa annuale (la Pasqua) e la piccola festa settimanale, il sabato.
Parrebbe che anche tutte le nostre parrocchie, che dedicano gran parte delle loro attenzioni alle famiglie e ai loro bambini e ragazzi, si muovano nella stessa direzione. Se però diamo per scontata questa centralità religiosa della famiglia, diventa pressante decidere che cosa si possa legittimamente definire tale, a quali condizioni, in quali modalità: solo un uomo e una donna? Solo quando ci sono anche i figli? Solo dopo la celebrazione del matrimonio? Tutte domande che oggi si sono fatte più delicate ma che potrebbero essere affrontate con serenità; diventa però più complesso dibatterle quanto più peso religioso diamo alla famiglia. E tale peso sembra grande.
Però.
Che la famiglia nucleare sia centrale per l’ebraismo e per il cristianesimo, è chiarissimo. Per Gesù, però, non sembrerebbe così. Ciò è particolare perché è sempre sensata la domanda se le informazioni dei vangeli su Gesù risalgano davvero a lui o siano magari interpretazioni della prima chiesa o degli evangelisti (deduzioni interpretative che sarebbero comunque lecite). Ma se alcuni aspetti dell’insegnamento di Gesù mancano tanto nell’ebraismo alle sue spalle quanto nella chiesa cristiana dopo di lui, è ben difficile che non risalgano storicamente a lui.
Ebbene, Gesù non mostra tutto questo attaccamento alla famiglia. Lasciamo perdere il suo smarrimento nel tempio, che, presente solo nel vangelo dell’infanzia di Luca, sarebbe da trattare con troppe precisazioni. Un altro paio di passi, però, ci possono lasciare perplessi.
Quando Gesù inizia a predicare insegnamenti a volte originali e a operare prodigi, di lui alcuni iniziano a dire che sia pazzo. La voce giunge anche a Nazaret, dove la sua famiglia si preoccupa del proprio buon nome e parte per andare a prenderlo. L’intenzione, si intuisce, era di riportarlo a casa.
Alla notizia che i familiari lo cercano, Gesù risponde: «Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?», e afferma che l’ascolto della volontà del Padre è ciò in cui lui riconosce la sua nuova parentela. È un’affermazione pesantissima. Un figlio che non riconoscesse l’autorità familiare, secondo la legge antica che non era più in vigore ma continuava a essere letta nel Deuteronomio, poteva essere messo a morte. La famiglia era considerata realtà da tutelare a tutti i costi. Ma Gesù la toglie da quel posto centrale. E rifiuta di tornare a casa con i propri parenti, taglia i ponti con loro.
D’altronde, proprio quell’ultima cena che i cristiani continuano a richiamare in ogni messa viene presentata dai vangeli sinottici come una cena pasquale. Che quindi avrebbe dovuto essere celebrata in famiglia. Solo che Gesù la vive con i suoi discepoli, almeno uno dei quali, Pietro, era sposato e non è a casa con i suoi (come Gesù non resta con Maria). È un altro gesto simbolico pesantissimo, oltretutto in un contesto religioso.
Anche altri passi più occasionali sembrano andare nella stessa direzione, di un Gesù che rifiuta di considerare centrale la famiglia. Pare proprio che per lui la libertà della relazione del singolo con Dio sia più importante.
Non è un’osservazione banale. Significa che la nuova successiva valorizzazione cristiana della famiglia ha ovviamente senso, ma risponde più a considerazioni delle prime comunità su ciò che la famiglia significava e poteva significare in quel contesto storico. E significa che anche per noi il dibattito sul suo ruolo, sulla sua identità e composizione è ovviamente sensato, ma deve liberarsi dai toni scandalizzati presi a volte dai nostri dibattiti. Non è blasfemo contestare anche la famiglia e il suo ruolo. Per Gesù, la libertà del singolo è più importante.
editoriale
Ha fatto rumore la riga e mezza (su 78) dedicata alla famiglia da Papa Leone nel suo discorso al corpo diplomatico, e si è dibattuto tanto sulla «famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna». Sono i primi passi del nuovo Papa, si capisce che si cerchi di capirlo, magari anche costruendo enormi castelli su piccoli indizi.
D’altronde, la famiglia è sempre stata centrale nel mondo cristiano: i primi fedeli si incontravano in case di famiglia, ed era solitamente il capofamiglia (tra cui, probabilmente, anche a volte la padrona di casa) a guidare la “frazione del pane”, il rito nel quale si richiamava l’ultima cena e il sacrificio di Gesù, quella che oggi, molto più ritualizzata, chiamiamo “messa”.
Questa centralità della famiglia, peraltro, proseguiva la tradizione ebraica, che dopo la catastrofe dell’esilio aveva concentrato proprio sulla famiglia nucleare (padre, madre e figli) il luogo in cui ancorare la fedeltà al Dio d’Israele. In famiglia, infatti, si celebravano (e si celebrano) le due feste più importanti dell’ebraismo, ossia la grande festa annuale (la Pasqua) e la piccola festa settimanale, il sabato.
Parrebbe che anche tutte le nostre parrocchie, che dedicano gran parte delle loro attenzioni alle famiglie e ai loro bambini e ragazzi, si muovano nella stessa direzione. Se però diamo per scontata questa centralità religiosa della famiglia, diventa pressante decidere che cosa si possa legittimamente definire tale, a quali condizioni, in quali modalità: solo un uomo e una donna? Solo quando ci sono anche i figli? Solo dopo la celebrazione del matrimonio? Tutte domande che oggi si sono fatte più delicate ma che potrebbero essere affrontate con serenità; diventa però più complesso dibatterle quanto più peso religioso diamo alla famiglia. E tale peso sembra grande.
Però.
Che la famiglia nucleare sia centrale per l’ebraismo e per il cristianesimo, è chiarissimo. Per Gesù, però, non sembrerebbe così. Ciò è particolare perché è sempre sensata la domanda se le informazioni dei vangeli su Gesù risalgano davvero a lui o siano magari interpretazioni della prima chiesa o degli evangelisti (deduzioni interpretative che sarebbero comunque lecite). Ma se alcuni aspetti dell’insegnamento di Gesù mancano tanto nell’ebraismo alle sue spalle quanto nella chiesa cristiana dopo di lui, è ben difficile che non risalgano storicamente a lui.
Ebbene, Gesù non mostra tutto questo attaccamento alla famiglia. Lasciamo perdere il suo smarrimento nel tempio, che, presente solo nel vangelo dell’infanzia di Luca, sarebbe da trattare con troppe precisazioni. Un altro paio di passi, però, ci possono lasciare perplessi.
Quando Gesù inizia a predicare insegnamenti a volte originali e a operare prodigi, di lui alcuni iniziano a dire che sia pazzo. La voce giunge anche a Nazaret, dove la sua famiglia si preoccupa del proprio buon nome e parte per andare a prenderlo. L’intenzione, si intuisce, era di riportarlo a casa.
Alla notizia che i familiari lo cercano, Gesù risponde: «Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?», e afferma che l’ascolto della volontà del Padre è ciò in cui lui riconosce la sua nuova parentela. È un’affermazione pesantissima. Un figlio che non riconoscesse l’autorità familiare, secondo la legge antica che non era più in vigore ma continuava a essere letta nel Deuteronomio, poteva essere messo a morte. La famiglia era considerata realtà da tutelare a tutti i costi. Ma Gesù la toglie da quel posto centrale. E rifiuta di tornare a casa con i propri parenti, taglia i ponti con loro.
D’altronde, proprio quell’ultima cena che i cristiani continuano a richiamare in ogni messa viene presentata dai vangeli sinottici come una cena pasquale. Che quindi avrebbe dovuto essere celebrata in famiglia. Solo che Gesù la vive con i suoi discepoli, almeno uno dei quali, Pietro, era sposato e non è a casa con i suoi (come Gesù non resta con Maria). È un altro gesto simbolico pesantissimo, oltretutto in un contesto religioso.
Anche altri passi più occasionali sembrano andare nella stessa direzione, di un Gesù che rifiuta di considerare centrale la famiglia. Pare proprio che per lui la libertà della relazione del singolo con Dio sia più importante.
Non è un’osservazione banale. Significa che la nuova successiva valorizzazione cristiana della famiglia ha ovviamente senso, ma risponde più a considerazioni delle prime comunità su ciò che la famiglia significava e poteva significare in quel contesto storico. E significa che anche per noi il dibattito sul suo ruolo, sulla sua identità e composizione è ovviamente sensato, ma deve liberarsi dai toni scandalizzati presi a volte dai nostri dibattiti. Non è blasfemo contestare anche la famiglia e il suo ruolo. Per Gesù, la libertà del singolo è più importante.
La centralità della famiglia nella vita cristiana e le parole di Gesù
25 maggio 2025
Cuneo
Ha fatto rumore la riga e mezza (su 78) dedicata alla famiglia da Papa Leone nel suo discorso al corpo diplomatico, e si è dibattuto tanto sulla «famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna». Sono i primi passi del nuovo Papa, si capisce che si cerchi di capirlo, magari anche costruendo enormi castelli su piccoli indizi.
D’altronde, la famiglia è sempre stata centrale nel mondo cristiano: i primi fedeli si incontravano in case di famiglia, ed era solitamente il capofamiglia (tra cui, probabilmente, anche a volte la padrona di casa) a guidare la “frazione del pane”, il rito nel quale si richiamava l’ultima cena e il sacrificio di Gesù, quella che oggi, molto più ritualizzata, chiamiamo “messa”.
Questa centralità della famiglia, peraltro, proseguiva la tradizione ebraica, che dopo la catastrofe dell’esilio aveva concentrato proprio sulla famiglia nucleare (padre, madre e figli) il luogo in cui ancorare la fedeltà al Dio d’Israele. In famiglia, infatti, si celebravano (e si celebrano) le due feste più importanti dell’ebraismo, ossia la grande festa annuale (la Pasqua) e la piccola festa settimanale, il sabato.
Parrebbe che anche tutte le nostre parrocchie, che dedicano gran parte delle loro attenzioni alle famiglie e ai loro bambini e ragazzi, si muovano nella stessa direzione. Se però diamo per scontata questa centralità religiosa della famiglia, diventa pressante decidere che cosa si possa legittimamente definire tale, a quali condizioni, in quali modalità: solo un uomo e una donna? Solo quando ci sono anche i figli? Solo dopo la celebrazione del matrimonio? Tutte domande che oggi si sono fatte più delicate ma che potrebbero essere affrontate con serenità; diventa però più complesso dibatterle quanto più peso religioso diamo alla famiglia. E tale peso sembra grande.
Però.
Che la famiglia nucleare sia centrale per l’ebraismo e per il cristianesimo, è chiarissimo. Per Gesù, però, non sembrerebbe così. Ciò è particolare perché è sempre sensata la domanda se le informazioni dei vangeli su Gesù risalgano davvero a lui o siano magari interpretazioni della prima chiesa o degli evangelisti (deduzioni interpretative che sarebbero comunque lecite). Ma se alcuni aspetti dell’insegnamento di Gesù mancano tanto nell’ebraismo alle sue spalle quanto nella chiesa cristiana dopo di lui, è ben difficile che non risalgano storicamente a lui.
Ebbene, Gesù non mostra tutto questo attaccamento alla famiglia. Lasciamo perdere il suo smarrimento nel tempio, che, presente solo nel vangelo dell’infanzia di Luca, sarebbe da trattare con troppe precisazioni. Un altro paio di passi, però, ci possono lasciare perplessi.
Quando Gesù inizia a predicare insegnamenti a volte originali e a operare prodigi, di lui alcuni iniziano a dire che sia pazzo. La voce giunge anche a Nazaret, dove la sua famiglia si preoccupa del proprio buon nome e parte per andare a prenderlo. L’intenzione, si intuisce, era di riportarlo a casa.
Alla notizia che i familiari lo cercano, Gesù risponde: «Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?», e afferma che l’ascolto della volontà del Padre è ciò in cui lui riconosce la sua nuova parentela. È un’affermazione pesantissima. Un figlio che non riconoscesse l’autorità familiare, secondo la legge antica che non era più in vigore ma continuava a essere letta nel Deuteronomio, poteva essere messo a morte. La famiglia era considerata realtà da tutelare a tutti i costi. Ma Gesù la toglie da quel posto centrale. E rifiuta di tornare a casa con i propri parenti, taglia i ponti con loro.
D’altronde, proprio quell’ultima cena che i cristiani continuano a richiamare in ogni messa viene presentata dai vangeli sinottici come una cena pasquale. Che quindi avrebbe dovuto essere celebrata in famiglia. Solo che Gesù la vive con i suoi discepoli, almeno uno dei quali, Pietro, era sposato e non è a casa con i suoi (come Gesù non resta con Maria). È un altro gesto simbolico pesantissimo, oltretutto in un contesto religioso.
Anche altri passi più occasionali sembrano andare nella stessa direzione, di un Gesù che rifiuta di considerare centrale la famiglia. Pare proprio che per lui la libertà della relazione del singolo con Dio sia più importante.
Non è un’osservazione banale. Significa che la nuova successiva valorizzazione cristiana della famiglia ha ovviamente senso, ma risponde più a considerazioni delle prime comunità su ciò che la famiglia significava e poteva significare in quel contesto storico. E significa che anche per noi il dibattito sul suo ruolo, sulla sua identità e composizione è ovviamente sensato, ma deve liberarsi dai toni scandalizzati presi a volte dai nostri dibattiti. Non è blasfemo contestare anche la famiglia e il suo ruolo. Per Gesù, la libertà del singolo è più importante.