(foto Ansa/Sir)
“Il suo piacere consiste nel mostrare che è il capo, che può dominare, fare del male, mordere. La sua unica finalità è di vincere e immagina che tutti siano come lui. […] Ai saggi non importa niente di vincere: vivono. La vita è molto più bella, ricca e vera della vittoria. La vittoria non è che segno, apparenza, ego. È perché non hanno accesso alla ricchezza dell’esistenza che agli insensati non rimane altro che la vittoria. Chi è in preda all’ego vuole vincere di più, vincere sempre. Meno vive, meno apprezza il presente, più ha bisogno di assicurarsi della propria esistenza edificando un’immagine di sé, attraverso il potere, il denaro, trascinando gli altri sempre più in basso e obbligandoli a pensare in termini di vittoria e sconfitta. Vuole che gli altri dubitino di loro stessi, ancora più di quanto egli dubiti di sé”.
La riflessione, facilmente attualizzabile, è contenuta nel saggio “Il fuoco liberatore” (1999) di Pierre Lévy.
In tempi come questi, in cui sono tornate sulla scena l’ambiguità e l’inaffidabilità di chi vuole vincere a qualunque costo, e a risuonare parole come invasione, deportazione, occupazione, vale la pena tornare alle parole che Cesare Pavese scrisse ne “La casa in collina” (1948). Corrado, il protagonista, riflette sul dramma della guerra, sul “nemico” che a terra, morto, è come noi, che potremmo essere al suo posto. “Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione”. E continua la sua riflessione sull’insensatezza della guerra e di ciò che la scatena, chiudendo così: “Ora che ho visto cos’è guerra […] so che, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti e soltanto per loro la guerra è finita davvero”.
editoriale
(foto Ansa/Sir)
“Il suo piacere consiste nel mostrare che è il capo, che può dominare, fare del male, mordere. La sua unica finalità è di vincere e immagina che tutti siano come lui. […] Ai saggi non importa niente di vincere: vivono. La vita è molto più bella, ricca e vera della vittoria. La vittoria non è che segno, apparenza, ego. È perché non hanno accesso alla ricchezza dell’esistenza che agli insensati non rimane altro che la vittoria. Chi è in preda all’ego vuole vincere di più, vincere sempre. Meno vive, meno apprezza il presente, più ha bisogno di assicurarsi della propria esistenza edificando un’immagine di sé, attraverso il potere, il denaro, trascinando gli altri sempre più in basso e obbligandoli a pensare in termini di vittoria e sconfitta. Vuole che gli altri dubitino di loro stessi, ancora più di quanto egli dubiti di sé”.
La riflessione, facilmente attualizzabile, è contenuta nel saggio “Il fuoco liberatore” (1999) di Pierre Lévy.
In tempi come questi, in cui sono tornate sulla scena l’ambiguità e l’inaffidabilità di chi vuole vincere a qualunque costo, e a risuonare parole come invasione, deportazione, occupazione, vale la pena tornare alle parole che Cesare Pavese scrisse ne “La casa in collina” (1948). Corrado, il protagonista, riflette sul dramma della guerra, sul “nemico” che a terra, morto, è come noi, che potremmo essere al suo posto. “Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione”. E continua la sua riflessione sull’insensatezza della guerra e di ciò che la scatena, chiudendo così: “Ora che ho visto cos’è guerra […] so che, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti e soltanto per loro la guerra è finita davvero”.
Vincere o vivere?
10 maggio 2025
Cuneo
(foto Ansa/Sir)
“Il suo piacere consiste nel mostrare che è il capo, che può dominare, fare del male, mordere. La sua unica finalità è di vincere e immagina che tutti siano come lui. […] Ai saggi non importa niente di vincere: vivono. La vita è molto più bella, ricca e vera della vittoria. La vittoria non è che segno, apparenza, ego. È perché non hanno accesso alla ricchezza dell’esistenza che agli insensati non rimane altro che la vittoria. Chi è in preda all’ego vuole vincere di più, vincere sempre. Meno vive, meno apprezza il presente, più ha bisogno di assicurarsi della propria esistenza edificando un’immagine di sé, attraverso il potere, il denaro, trascinando gli altri sempre più in basso e obbligandoli a pensare in termini di vittoria e sconfitta. Vuole che gli altri dubitino di loro stessi, ancora più di quanto egli dubiti di sé”.
La riflessione, facilmente attualizzabile, è contenuta nel saggio “Il fuoco liberatore” (1999) di Pierre Lévy.
In tempi come questi, in cui sono tornate sulla scena l’ambiguità e l’inaffidabilità di chi vuole vincere a qualunque costo, e a risuonare parole come invasione, deportazione, occupazione, vale la pena tornare alle parole che Cesare Pavese scrisse ne “La casa in collina” (1948). Corrado, il protagonista, riflette sul dramma della guerra, sul “nemico” che a terra, morto, è come noi, che potremmo essere al suo posto. “Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione”. E continua la sua riflessione sull’insensatezza della guerra e di ciò che la scatena, chiudendo così: “Ora che ho visto cos’è guerra […] so che, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti e soltanto per loro la guerra è finita davvero”.